Il nuovo nome del boss e il blitz sui fedelissimi: così si è stretto il cerchio

L’arresto dei fedelissimi di “Ignazieddu”, la malattia terminale e la consapevolezza di non poter più fuggire. Il 6 settembre scorso, per Matteo Messina Denaro, è stata l’alba di un nuovo giorno. Il momento in cui prendere una decisione definitiva, davanti al bivio dove divergono la strada di un uomo d’onore e quella di un criminale comune. Perché quel cerchio ormai troppo stretto attorno all’ultimo padrino era il segnale che, presto o tardi, i carabinieri del Ros avrebbero catturato il superlatitante più ricercato d’Italia. E se per tre decenni il capo dei capi non si è mai posto il problema, giocando con lo Stato al gatto e al topo nella sua vita lussuosa fatta di miliardi e belle donne, nell’ultimo anno il boss ha maturato la consapevolezza che il suo tempo in fuga era al capolinea. E quel mito della criminalità, senza rivali in Cosa Nostra e senza timore per chi gli dava la caccia, non avrebbe mai rinunciato a mostrare la sua forza per qualche mese in più di libertà. Perché è quello che resta a Matteo Messina Denaro, colpito da un tumore al colon che ha provocato terribili e incurabili metastasi. “Iddu” sapeva che si era aggravato, che sarebbe finito in un letto e che, senza i suoi fedelissimi, non solo non sarebbe potuto andare lontano, ma non avrebbe avuto nemmeno qualcuno che lo assistesse nei suoi ultimi momenti di vita. Il destino era segnato. E l’ultimo padrino doveva scegliere se resistere, morendo da solo o finendo in manette quando ormai non sarebbe riuscito neppure a stare in piedi. O se farsi prendere adesso, alle sue condizioni e con l’immagine forte che ha sempre dato di sé, della figura avvolta nel mito di quel fantasma che comanda dall’alto e che, perfino nel giorno della caduta, vince camminando a testa alta in mondovisione, senza manette e senza paura. L’ultima grande beffa allo Stato di un uomo che custodisce i misteri di uno Stato, grazie ai quali ha avuto protezione a più alti livelli. E che con quei vertici si è sentito nelle condizioni di poter trattare, da pari a pari. Il 6 settembre scorso, Denaro ha quindi deciso di cambiare strategia. Quella mattina i carabinieri del Ros e i colleghi di Trapani, coordinati dalla Dda di Palermo, avevano messo a segno l’operazione antimafia Hesperia, l’ultimo e più importante blitz contro i fiancheggiatori del superlatitante, scattato dopo due anni di intercettazioni serrate e analizzate nei minimi dettagli. I 35 catturati non erano picciotti di second’ordine, ma nomi di primo piano, tra cui molti fedelissimi del padrino. Anche colui che è ritenuto il suo braccio destro, investito del potere di capo mafia della provincia proprio da Messina Denaro. “Per ora il perno di tutto è lui”, dicevano due affiliati al mandamento di Palermo in un’intercettazione, “il potente zio Franco, il numero uno della Provincia di Trapani”. Lui è Francesco Luppino, uomo d’onore di Campobello di Mazara, scarcerato tre anni fa e protagonista della rete di relazioni tra il capo dei capi e gli altri esponenti di spicco dei mandamenti palermitani. Luppino, nelle intercettazioni, si riferiva spesso a un certo “Ignazieddu” e più volte gli inquirenti avevano avuto il sospetto che quel nome fosse un nuovo alias per Denaro, conosciuto come “Iddu”, “U siccu”, “U signurinu”, “Diabolik” e “Testa dell’Acqua”. La certezza è arrivata quando, in una conversazione, un uomo, parlando di “Ignazieddu” aveva aggiunto “il fratello di quello che lavorava in banca”. E Salvatore Messina Denaro, infatti, anni addietro era proprio dipendente della Banca Sicula della famiglia D’Alì, confluita poi nella Banca Commerciale. Era la strada giusta, quella che avrebbe portato al capo dei capi. La certezza investigativa che non solo il boss di Castelvetrano non fosse morto o fuggito all’estero, come Totà Riina aveva fatto credere in una conversazione intercettata anni fa in carcere, ma indicava che il capo mafia era ancora in quel territorio, da dove impartiva gli ordine ai suoi fedelissimi. La conferma proprio da Luppino, il quale in una telefonata aveva assicurato che il superlatitante di Cosa Nostra “è vivo e vegeto”, per smentire le voci che ormai circolavano negli ambienti mafiosi sulla possibile morte di Denaro. Luppino non aveva agito di testa sua, ma aveva offerto le garanzie sulla salute del boss con la benedizione del capo, che gli aveva comandato di riportare la pace nei mandamenti in subbuglio dopo alcuni delitti e di fermare le liti scaturite da quelle voci messe in giro da Marco Buffa, sodale del clan di Marsala, che andava dicendo a tutti che Denaro non fosse latitante, ma era sparito perché morto. Buffa rischiava di essere linciato e le sue parole arrivate all’orecchio di Denaro avevano infastidito il boss. “Facciamola girare la voce, così forse allentano le ricerche”, diceva Luppino. Ma ormai quel treno era partito e ha portato all’arresto dei 35 fedelissimi, catturati al bar di un sodale, a pochi metri dal bunker del padrino. Inoltre l’inchiesta ha fatto emergere la malattia del boss, tanto che la rete dei malati oncologici era stata messa sotto la lente. E allora non c’era altro da fare per Denaro, se non uscire da vincitore provando a trattare sulla sua consegna. Una trattativa smentita da chi l’ha catturato, ma che, unendo i puntini, appare l’ipotesi più plausibile. A pesare sul piatto della bilancia c’è la “profezia” di Salvatore Baiardo, il braccio destro dei fratelli Giuseppe e Filippo Graviano, che a novembre disse a Massimo Giletti: “Chi lo sa che arrivi un regalino al governo. Che magari presumiamo che un Matteo Messina Denaro sia molto malato, che faccia una trattativa lui stesso di consegnarsi e fare un arresto clamoroso, così arrestando lui magari esce qualcuno che ha l’ergastolo ostativo (i Graviano, ndr) senza che ci sia clamore”. E l’intervista arriva pochi giorni dopo che l’oncologo aveva comunicato al boss che non c’era più niente da fare, che ormai il suo tempo era finito. Era una conversazione medico-paziente, per cui solo lo stesso padrino avrebbe potuto dire ai suoi che sta morendo e non voleva più scappare. Arrivano inoltre le dichiarazioni dello stesso professore, Vittorio Gebbia, che a Repubblica ha sottolineato come le rivelazioni di Baiardo “pochissimi giorni dopo l’aggravarsi delle condizioni del paziente” siano “una coincidenza temporale davvero inquietante, considerata la riservatezza delle informazioni e, col senno di poi, la reale identità del signor Bonafede. Erano passati non più di tre, quattro giorni da quando, in seguito agli accertamenti diagnostici dopo un ciclo di chemioterapia, abbiamo rilevato un aggravamento del tumore che ci ha indotto a cambiare terapia ed ha reso più severa la prognosi”.
L’arresto dei fedelissimi di “Ignazieddu”, la malattia terminale e la consapevolezza di non poter più fuggire. Il 6 settembre scorso, per Matteo Messina Denaro, è stata l’alba di un nuovo giorno. Il momento in cui prendere una decisione definitiva, davanti al bivio dove divergono la strada di un uomo d’onore e quella di un criminale comune. Perché quel cerchio ormai troppo stretto attorno all’ultimo padrino era il segnale che, presto o tardi, i carabinieri del Ros avrebbero catturato il superlatitante più ricercato d’Italia. E se per tre decenni il capo dei capi non si è mai posto il problema, giocando con lo Stato al gatto e al topo nella sua vita lussuosa fatta di miliardi e belle donne, nell’ultimo anno il boss ha maturato la consapevolezza che il suo tempo in fuga era al capolinea. E quel mito della criminalità, senza rivali in Cosa Nostra e senza timore per chi gli dava la caccia, non avrebbe mai rinunciato a mostrare la sua forza per qualche mese in più di libertà. Perché è quello che resta a Matteo Messina Denaro, colpito da un tumore al colon che ha provocato terribili e incurabili metastasi. “Iddu” sapeva che si era aggravato, che sarebbe finito in un letto e che, senza i suoi fedelissimi, non solo non sarebbe potuto andare lontano, ma non avrebbe avuto nemmeno qualcuno che lo assistesse nei suoi ultimi momenti di vita. Il destino era segnato. E l’ultimo padrino doveva scegliere se resistere, morendo da solo o finendo in manette quando ormai non sarebbe riuscito neppure a stare in piedi. O se farsi prendere adesso, alle sue condizioni e con l’immagine forte che ha sempre dato di sé, della figura avvolta nel mito di quel fantasma che comanda dall’alto e che, perfino nel giorno della caduta, vince camminando a testa alta in mondovisione, senza manette e senza paura. L’ultima grande beffa allo Stato di un uomo che custodisce i misteri di uno Stato, grazie ai quali ha avuto protezione a più alti livelli. E che con quei vertici si è sentito nelle condizioni di poter trattare, da pari a pari. Il 6 settembre scorso, Denaro ha quindi deciso di cambiare strategia. Quella mattina i carabinieri del Ros e i colleghi di Trapani, coordinati dalla Dda di Palermo, avevano messo a segno l’operazione antimafia Hesperia, l’ultimo e più importante blitz contro i fiancheggiatori del superlatitante, scattato dopo due anni di intercettazioni serrate e analizzate nei minimi dettagli. I 35 catturati non erano picciotti di second’ordine, ma nomi di primo piano, tra cui molti fedelissimi del padrino. Anche colui che è ritenuto il suo braccio destro, investito del potere di capo mafia della provincia proprio da Messina Denaro. “Per ora il perno di tutto è lui”, dicevano due affiliati al mandamento di Palermo in un’intercettazione, “il potente zio Franco, il numero uno della Provincia di Trapani”. Lui è Francesco Luppino, uomo d’onore di Campobello di Mazara, scarcerato tre anni fa e protagonista della rete di relazioni tra il capo dei capi e gli altri esponenti di spicco dei mandamenti palermitani. Luppino, nelle intercettazioni, si riferiva spesso a un certo “Ignazieddu” e più volte gli inquirenti avevano avuto il sospetto che quel nome fosse un nuovo alias per Denaro, conosciuto come “Iddu”, “U siccu”, “U signurinu”, “Diabolik” e “Testa dell’Acqua”. La certezza è arrivata quando, in una conversazione, un uomo, parlando di “Ignazieddu” aveva aggiunto “il fratello di quello che lavorava in banca”. E Salvatore Messina Denaro, infatti, anni addietro era proprio dipendente della Banca Sicula della famiglia D’Alì, confluita poi nella Banca Commerciale. Era la strada giusta, quella che avrebbe portato al capo dei capi. La certezza investigativa che non solo il boss di Castelvetrano non fosse morto o fuggito all’estero, come Totà Riina aveva fatto credere in una conversazione intercettata anni fa in carcere, ma indicava che il capo mafia era ancora in quel territorio, da dove impartiva gli ordine ai suoi fedelissimi. La conferma proprio da Luppino, il quale in una telefonata aveva assicurato che il superlatitante di Cosa Nostra “è vivo e vegeto”, per smentire le voci che ormai circolavano negli ambienti mafiosi sulla possibile morte di Denaro. Luppino non aveva agito di testa sua, ma aveva offerto le garanzie sulla salute del boss con la benedizione del capo, che gli aveva comandato di riportare la pace nei mandamenti in subbuglio dopo alcuni delitti e di fermare le liti scaturite da quelle voci messe in giro da Marco Buffa, sodale del clan di Marsala, che andava dicendo a tutti che Denaro non fosse latitante, ma era sparito perché morto. Buffa rischiava di essere linciato e le sue parole arrivate all’orecchio di Denaro avevano infastidito il boss. “Facciamola girare la voce, così forse allentano le ricerche”, diceva Luppino. Ma ormai quel treno era partito e ha portato all’arresto dei 35 fedelissimi, catturati al bar di un sodale, a pochi metri dal bunker del padrino. Inoltre l’inchiesta ha fatto emergere la malattia del boss, tanto che la rete dei malati oncologici era stata messa sotto la lente. E allora non c’era altro da fare per Denaro, se non uscire da vincitore provando a trattare sulla sua consegna. Una trattativa smentita da chi l’ha catturato, ma che, unendo i puntini, appare l’ipotesi più plausibile. A pesare sul piatto della bilancia c’è la “profezia” di Salvatore Baiardo, il braccio destro dei fratelli Giuseppe e Filippo Graviano, che a novembre disse a Massimo Giletti: “Chi lo sa che arrivi un regalino al governo. Che magari presumiamo che un Matteo Messina Denaro sia molto malato, che faccia una trattativa lui stesso di consegnarsi e fare un arresto clamoroso, così arrestando lui magari esce qualcuno che ha l’ergastolo ostativo (i Graviano, ndr) senza che ci sia clamore”. E l’intervista arriva pochi giorni dopo che l’oncologo aveva comunicato al boss che non c’era più niente da fare, che ormai il suo tempo era finito. Era una conversazione medico-paziente, per cui solo lo stesso padrino avrebbe potuto dire ai suoi che sta morendo e non voleva più scappare. Arrivano inoltre le dichiarazioni dello stesso professore, Vittorio Gebbia, che a Repubblica ha sottolineato come le rivelazioni di Baiardo “pochissimi giorni dopo l’aggravarsi delle condizioni del paziente” siano “una coincidenza temporale davvero inquietante, considerata la riservatezza delle informazioni e, col senno di poi, la reale identità del signor Bonafede. Erano passati non più di tre, quattro giorni da quando, in seguito agli accertamenti diagnostici dopo un ciclo di chemioterapia, abbiamo rilevato un aggravamento del tumore che ci ha indotto a cambiare terapia ed ha reso più severa la prognosi”.
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