IL PADRINO TRA NOI

Matteo Messina Denaro andava in giro liberamente per Campobello di Mazara. Più si va avanti con le indagini e si va a ritroso nel tempo, più emerge che il boss dei boss di Cosa Nostra non si nascondeva, anzi. Nelle sue ultime abitazioni scoperte – a questo punto è improprio definirle covi – sono stati rinvenuti conti di ristoranti e scontrini di negozi. Fino a pochi giorni prima dell’arresto del 16 gennaio alla clinica La Maddalena di Palermo, Denaro faceva la spesa da solo. Come un Andrea Bonafede (il suo alias, grazie all’identità donata dal geometra ora arrestato per associazione mafiosa) qualunque. Secondo quanto avrebbero accertato gli inquirenti, il boss mafioso sarebbe stato immortalato dalle telecamere di sorveglianza di un supermercato di Campobello di Mazara il 14 gennaio, mentre sceglieva alimenti e detersivi. Carne macinata, due birre. La spesa di un 60enne che non dà nell’occhio. Nell’appartamento di vicolo San Vito (quello comprato con i contanti del boss dal vero Bonafede), il giorno dopo il blitz, è stato trovato un sacchetto dello stesso supermercato, dove, neanche a dirlo, nessuno sapeva chi fosse realmente quell’uomo. “Ricordo di una sagoma con un cappello che era nei corridoi e faceva la spesa. Ma con lui non ho avuto contatti”, ha dichiarato uno dei dipendenti del supermercato.
Il boss poi aveva una sua automobile, con cui andava in giro senza problemi. Faceva le vacanze, senza nascondersi. Senza paura. Ancora, frequentava diverse donne. E pare che con una in particolare si fosse ceato un rapporto più intimo. Come dimostrato dalla presenza di abiti femminili nell’appartamento. Si parla anche di un figlio segreto. Ma la donna è solo uno dei tanti, troppi misteri della latitanza del padrino sui generis. Latitanza, almeno negli ultimi anni, trascorsa nel Trapanese e non all’estero. Né con i connotati cambiati da plastiche facciali. Grazie alla sua rete di contatti, fatta anche di cosche-logge massoniche, il boss ha potuto tranquillamente mettere la sua foto sulla carta d’identità di Bonafede, su cui poi è stato apposto il timbro del Comune. Niente di più facile, se se il capo dei capi di Cosa Nostra.
Sappiamo che l’identità di Bonafede serviva a Denaro per visite mediche e ricoveri. Così come per farsi i tre vaccini anti-Covid e ottenere regolare green pass. Ma qualcosa non torna. Forse è con altre generalità che il boss se ne andava in giro a Campobello di Mazara. Perché Bonafede è persona nota in paese. Serviva dunque un altro nome di copertura. Altrimenti, è lecito pensare che nel piccolo centro del Trapanese, a pochi chilometri da Castelvetrano, città natale del boss, in tanti sapessero dello scambio di identità. E ciononostante nessuno ha mai detto niente. La chiamano complicità diffusa. Altro che cerchia di fedelissimi, dunque. Possibile che tanti in paese sapessero e per anni nessuno abbia scoperto niente?
Se fosse vero che Denaro avesse più alias, non farebbe poi tanta differenza. Cambiano i nomi, non la faccia. Né i luoghi frequentati. Luppino, l’autista che lo ha accompagnato in clinica il giorno dell’arresto a Palermo ha detto di averlo conosciuto con il nome Francesco. Qualcun altro in paese sostiene che Messina Denaro si presentasse con il nome Stefano. Nelle intercettazioni che abbiamo pubblicato viene chiamato Ignazieddu. Ciò che è certo è che con la pandemia, è stato il sedicente geometra Bonafede a transitare nelle strutture sanitarie pubbliche. Inoltre è stato ricoverato nel reperto di Chirurgia generale dell’ospedale Abele Ajello di Mazara del Vallo e il suo esame istologico è stato eseguito al Vittorio Emanuele di Castelvetrano due anni prima che venisse operato alla clinica La Maddalena.
Ancora, Denaro non se ne stava affatto rintanato, guardingo. A quanto pare infatti sarebbe andato di persona a comprarsi un’Alfa Romeo Giulietta a Palermo, nella zona di corso Calatafimi, a pochi metri dal palazzo che ospita la presidenza della Regione siciliana. Auto comprata in contanti, circa un anno fa, che teneva in un terreno del figlio di Luppino. I documenti dell’auto, intestati alla madre di Bonafede, erano conservati nell’appartamento di vicolo San Vito.
A ben vedere, più si va indietro nel tempo e si uniscono i puntini di questa storia – trent’anni di latitanza – più emergono segnalazioni della presenza del boss. In Italia, in Sicilia, in provincia di Trapani. Non in qualche località segreta all’estero. Come emerge dalle denunce fatte da anonimi, riportate anche dalla trasmissione Report, secondo cui il boss viveva proprio dalle parti dove è stato poi trovato, già nel 2010: “Dove pensate che sia se non qui? Non lo vogliono prendere”. Accuse pesanti, che oggi però sembrano di certo più fondate di allora, con il senno di poi. Fino ad arrivare al 2021, con un informatore ritenuto affidabile, il quale afferma: “A Campobello è protetto, i giovani lo amano, il paese è malato”.

Un intero paese complice. Di questo stiamo parlando, dunque. Non sappiamo chi sia il nuovo boss dei boss, che peraltro custodisce i documenti di Totò Riina, “magicamente” spariti dalle case di Denaro. Ma una cosa ormai è conclamata: il super latitante non faceva vita da latitante. Questo è il nodo di tutta la vicenda. Questa è la sfida alle istituzioni. Per ora uscite sconfitte (o vittoriose, ma con trent’anni di ritardo).

Matteo Messina Denaro andava in giro liberamente per Campobello di Mazara. Più si va avanti con le indagini e si va a ritroso nel tempo, più emerge che il boss dei boss di Cosa Nostra non si nascondeva, anzi. Nelle sue ultime abitazioni scoperte – a questo punto è improprio definirle covi – sono stati rinvenuti conti di ristoranti e scontrini di negozi. Fino a pochi giorni prima dell’arresto del 16 gennaio alla clinica La Maddalena di Palermo, Denaro faceva la spesa da solo. Come un Andrea Bonafede (il suo alias, grazie all’identità donata dal geometra ora arrestato per associazione mafiosa) qualunque. Secondo quanto avrebbero accertato gli inquirenti, il boss mafioso sarebbe stato immortalato dalle telecamere di sorveglianza di un supermercato di Campobello di Mazara il 14 gennaio, mentre sceglieva alimenti e detersivi. Carne macinata, due birre. La spesa di un 60enne che non dà nell’occhio. Nell’appartamento di vicolo San Vito (quello comprato con i contanti del boss dal vero Bonafede), il giorno dopo il blitz, è stato trovato un sacchetto dello stesso supermercato, dove, neanche a dirlo, nessuno sapeva chi fosse realmente quell’uomo. “Ricordo di una sagoma con un cappello che era nei corridoi e faceva la spesa. Ma con lui non ho avuto contatti”, ha dichiarato uno dei dipendenti del supermercato.
Il boss poi aveva una sua automobile, con cui andava in giro senza problemi. Faceva le vacanze, senza nascondersi. Senza paura. Ancora, frequentava diverse donne. E pare che con una in particolare si fosse ceato un rapporto più intimo. Come dimostrato dalla presenza di abiti femminili nell’appartamento. Si parla anche di un figlio segreto. Ma la donna è solo uno dei tanti, troppi misteri della latitanza del padrino sui generis. Latitanza, almeno negli ultimi anni, trascorsa nel Trapanese e non all’estero. Né con i connotati cambiati da plastiche facciali. Grazie alla sua rete di contatti, fatta anche di cosche-logge massoniche, il boss ha potuto tranquillamente mettere la sua foto sulla carta d’identità di Bonafede, su cui poi è stato apposto il timbro del Comune. Niente di più facile, se se il capo dei capi di Cosa Nostra.
Sappiamo che l’identità di Bonafede serviva a Denaro per visite mediche e ricoveri. Così come per farsi i tre vaccini anti-Covid e ottenere regolare green pass. Ma qualcosa non torna. Forse è con altre generalità che il boss se ne andava in giro a Campobello di Mazara. Perché Bonafede è persona nota in paese. Serviva dunque un altro nome di copertura. Altrimenti, è lecito pensare che nel piccolo centro del Trapanese, a pochi chilometri da Castelvetrano, città natale del boss, in tanti sapessero dello scambio di identità. E ciononostante nessuno ha mai detto niente. La chiamano complicità diffusa. Altro che cerchia di fedelissimi, dunque. Possibile che tanti in paese sapessero e per anni nessuno abbia scoperto niente?
Se fosse vero che Denaro avesse più alias, non farebbe poi tanta differenza. Cambiano i nomi, non la faccia. Né i luoghi frequentati. Luppino, l’autista che lo ha accompagnato in clinica il giorno dell’arresto a Palermo ha detto di averlo conosciuto con il nome Francesco. Qualcun altro in paese sostiene che Messina Denaro si presentasse con il nome Stefano. Nelle intercettazioni che abbiamo pubblicato viene chiamato Ignazieddu. Ciò che è certo è che con la pandemia, è stato il sedicente geometra Bonafede a transitare nelle strutture sanitarie pubbliche. Inoltre è stato ricoverato nel reperto di Chirurgia generale dell’ospedale Abele Ajello di Mazara del Vallo e il suo esame istologico è stato eseguito al Vittorio Emanuele di Castelvetrano due anni prima che venisse operato alla clinica La Maddalena.
Ancora, Denaro non se ne stava affatto rintanato, guardingo. A quanto pare infatti sarebbe andato di persona a comprarsi un’Alfa Romeo Giulietta a Palermo, nella zona di corso Calatafimi, a pochi metri dal palazzo che ospita la presidenza della Regione siciliana. Auto comprata in contanti, circa un anno fa, che teneva in un terreno del figlio di Luppino. I documenti dell’auto, intestati alla madre di Bonafede, erano conservati nell’appartamento di vicolo San Vito.
A ben vedere, più si va indietro nel tempo e si uniscono i puntini di questa storia – trent’anni di latitanza – più emergono segnalazioni della presenza del boss. In Italia, in Sicilia, in provincia di Trapani. Non in qualche località segreta all’estero. Come emerge dalle denunce fatte da anonimi, riportate anche dalla trasmissione Report, secondo cui il boss viveva proprio dalle parti dove è stato poi trovato, già nel 2010: “Dove pensate che sia se non qui? Non lo vogliono prendere”. Accuse pesanti, che oggi però sembrano di certo più fondate di allora, con il senno di poi. Fino ad arrivare al 2021, con un informatore ritenuto affidabile, il quale afferma: “A Campobello è protetto, i giovani lo amano, il paese è malato”.

Un intero paese complice. Di questo stiamo parlando, dunque. Non sappiamo chi sia il nuovo boss dei boss, che peraltro custodisce i documenti di Totò Riina, “magicamente” spariti dalle case di Denaro. Ma una cosa ormai è conclamata: il super latitante non faceva vita da latitante. Questo è il nodo di tutta la vicenda. Questa è la sfida alle istituzioni. Per ora uscite sconfitte (o vittoriose, ma con trent’anni di ritardo).
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