Il Papa la Domenica delle Palme: “Nessuno può usare Dio per giustificare la guerra”
La scorsa domenica 29 marzo si è celebrata in Piazza San Pietro la Domenica delle Palme che come è noto, consiste nella festa che segna l’inizio della celebrazione della Settimana Santa, il periodo più importante dell’anno liturgico per i cristiani. In questo giorno si ricordal’ingresso di Gesù a Gerusalemme in sella ad un asino, acclamato dalla folla come un re in quanto il popolo agitava rami di palma lungo il suo cammino.
Mentre domenica prossima (per chi legge domani è Venerdì Santo) sarà Pasqua con la rinascita e la rinnovazione sia materiale che spirituale che tale ricorrenza cattolica significa e prevede con il sacrificio di Gesù Cristo, per rendere redenti gli uomini, riscattando l’intera umanità dal peccato. In termini storici ricordiamo che fino al IV secolo, a Gerusalemme una tradizione locale indicava fisicamente la palma da cui erano stati staccati i rami con cui era stato acclamato Gesù.
La palma è anche un elemento fortemente simbolico che rappresenta un collegamento tra Dio e l’uomo. Dal momento che in occidente non crescono le palme, questa pianta è stata sostituita dall’ulivo, simbolo di pace e speranza, ma anche dello stesso Gesù, che è “l’unto del Signore”.
Il Santo Padre nelle Domenica delle Palme ha guidato in processione gli ecclesiastici e i fedeli presenti, rievocando l’ingresso di Gesù a Gerusalemme appunto, recandosi dal centro della piazza al sagrato, per celebrare la messa. Durante tale celebrazione, in un clima di forte partecipazione, di gioia e speranza, i rami sono benedetti e distribuiti ai fedeli, che li portano a casa come simbolo di protezione e fede e spesso li conservano tutto l’anno. Durante l’omelia Leone XIV afferma con forza: “Abbiate pietà deponete le armi, ricordatevi che siete fratelli”.
Quindi l’ennesimo appello del Pontefice americano (alla sua prima Domenica delle Palme) per la pace, ovviamente accompagnato all’invito a deporre le armi. Inoltre, in aggiunta il Pontefice ricorda che: “nessuno può usare Dio per giustificare la guerra”. Ancora più suggestivo diviene tale monito se ricordiamo che nello stesso tempo, presso la Città Santa, due poliziotti israeliani vietavano l’accesso al Cardinale Pizzaballa, -Patriarca latino di Gerusalemme- presso il Santo Sepolcro, per poter dire la messa, fatto grave e unico nel suo genere con le conseguenti ricadute diplomatiche, che dà il senso del clima che stiamo vivendo, in questi tempi complicati.
Ricordiamo che la Pesach ebraica etimologicamente sta a significare proprio “passaggio”, richiamando l’episodio biblico dove Dio “passò oltre” le case degli ebrei durante l’ultima piaga d’Egitto. La Pasqua ebraica quindi celebrare la liberazione del popolo ebraico dall’Egitto, ha una durata di circa otto giorni, dove si svolgono letture, preghiere e cene eliminando dalle stesse, alimenti lievitati (banchetti denominati Seder) con maggior cura e rinnovamento per la casa.
Il rito cristiano della Pasqua invece, parte da oggi giovedì Santo 2 aprile (entrando nel Triduo pasquale), dove Prevost presiederà la messa crismale nella Basilica di San Pietro, poi nel pomeriggio, la messa con il rito della lavanda dei piedi nella Basilica di San Giovanni in Laterano, determinando un ritorno alla tradizione liturgica rispetto al suo predecessore, che svolgeva tale rito in carcere.
Successivamente venerdì 3 aprile Papa Leone XIV presiederà la Passione del Signore nella Basilica di San Pietro e la sera al Colosseo, come di consueto, vi sarà la via Crucis, dove il santo Padre porterà direttamente la Croce. Sabato 4 come da programma, invece, il Pontefice presiederà la messa in San Pietro e la veglia pasquale. Mentre domenica 5 officerà la messa di Pasqua e poi la benedizione Urbi et orbi, mentre il giorno seguente è il Lunedì dell’Angelo.
Insomma, un programma inteso fatto anche di raccoglimento, preghiera e rinascita, soprattutto spirituale e morale, perché come affermava anche San Agostino: “Il risorto apre il passaggio dalla morte alla vita, da questo mondo al Padre”.
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