Il Parlamento europeo si muove sul divario di genere nelle retribuzioni

Variegato il voto. Il testo è stato approvato con 403 voti a favore, 58 astensioni e 166 contrari (tra cui gli esponenti di Fratelli d’Italia), e ora dovrà essere negoziato con il Consiglio Europeo.

E’ un tema vivo e attuale, quello discusso. Secondo i dati più recenti di Eurostat, il divario retributivo di genere nei paesi dell’Unione era di circa il 13% – seppur con differenze significative tra gli Stati membri – e negli ultimi dieci anni si è ridotto solo in minima parte. E in Italia, nonostante il divario sia inferiore alla media UE (complessivamente è del 4,2%, ma nel settore privato arriva a 16,5%), le donne soffrono di altri fattori di svantaggio sul mercato del lavoro, che collocano il nostro paese tra i peggiori d’Europa: basso tasso di occupazione, alta percentuale di contratti part time (49,8%), mancata possibilità di carriera (solo il 28% dei manager sono donna).

Ieri gli eurodeputati hanno deciso di voler abolire il segreto salariare nelle clausole contrattuali: così, le aziende dell’UE con almeno 50 lavoratori dovrebbero eliminare gli obblighi contrattuali che impediscono ai lavoratori di divulgare informazioni sulla loro retribuzione, e invece divulgare ogni divario retributivo di genere esistente al loro interno.

Gli strumenti per la valutazione e il confronto dei livelli retributivi e i sistemi di classificazione professionale, sostengono poi i parlamentari UE, dovranno basarsi su criteri neutrali sotto il profilo del genere, e se le informazioni sulle retribuzioni rivelassero un divario retributivo pari o superiore al 2,5%, i datori di lavoro, in cooperazione con i rappresentanti dei lavoratori, dovrebbero condurre una valutazione delle retribuzioni ed elaborare un piano d’azione per garantire la parità.

Chiesta anche una denominazione ufficiale per le aziende che non presentano un divario retributivo di genere, e sostengono la proposta dell’esecutivo UE di spostare l’onere della prova sulle questioni legate alla retribuzione al datore di lavoro.

Nei casi in cui un lavoratore ritiene che il principio della parità di retribuzione non sia stato applicato e porta il caso in tribunale, la legislazione nazionale dovrebbe obbligare il datore di lavoro a provare che non c’è stata discriminazione, e non il contrario.

Una lotta che va avanti da molto tempo: “Oggi siamo più vicini a eliminare il divario retributivo di genere in Europa”, ha detto una delle relatrici, Samira Rafaela di Renew Europe: “In Parlamento abbiamo cercato di trovare il giusto equilibrio tra la garanzia del diritto all’informazione per le lavoratrici e la limitazione degli oneri inutili per le aziende. In questo modo possiamo rendere la parità di retribuzione per uno stesso lavoro una realtà per le donne in Europa”.

E l’altra relatrice, la verde Kira Marie Peter-Hansen, ha aggiunto che “con questa direttiva stiamo compiendo un passo importante verso l’uguaglianza di genere e facendo luce sul problema della disparità di retribuzione. Affermare che non accetteremo più la discriminazione salariale basata sul genere non rappresenta solo un segnale forte, ma è anche uno strumento per aiutare i Paesi UE e i datori di lavoro a eliminare il divario retributivo tra i sessi”.

Variegato il voto. Il testo è stato approvato con 403 voti a favore, 58 astensioni e 166 contrari (tra cui gli esponenti di Fratelli d’Italia), e ora dovrà essere negoziato con il Consiglio Europeo.

E’ un tema vivo e attuale, quello discusso. Secondo i dati più recenti di Eurostat, il divario retributivo di genere nei paesi dell’Unione era di circa il 13% – seppur con differenze significative tra gli Stati membri – e negli ultimi dieci anni si è ridotto solo in minima parte. E in Italia, nonostante il divario sia inferiore alla media UE (complessivamente è del 4,2%, ma nel settore privato arriva a 16,5%), le donne soffrono di altri fattori di svantaggio sul mercato del lavoro, che collocano il nostro paese tra i peggiori d’Europa: basso tasso di occupazione, alta percentuale di contratti part time (49,8%), mancata possibilità di carriera (solo il 28% dei manager sono donna).

Ieri gli eurodeputati hanno deciso di voler abolire il segreto salariare nelle clausole contrattuali: così, le aziende dell’UE con almeno 50 lavoratori dovrebbero eliminare gli obblighi contrattuali che impediscono ai lavoratori di divulgare informazioni sulla loro retribuzione, e invece divulgare ogni divario retributivo di genere esistente al loro interno.

Gli strumenti per la valutazione e il confronto dei livelli retributivi e i sistemi di classificazione professionale, sostengono poi i parlamentari UE, dovranno basarsi su criteri neutrali sotto il profilo del genere, e se le informazioni sulle retribuzioni rivelassero un divario retributivo pari o superiore al 2,5%, i datori di lavoro, in cooperazione con i rappresentanti dei lavoratori, dovrebbero condurre una valutazione delle retribuzioni ed elaborare un piano d’azione per garantire la parità.

Chiesta anche una denominazione ufficiale per le aziende che non presentano un divario retributivo di genere, e sostengono la proposta dell’esecutivo UE di spostare l’onere della prova sulle questioni legate alla retribuzione al datore di lavoro.

Nei casi in cui un lavoratore ritiene che il principio della parità di retribuzione non sia stato applicato e porta il caso in tribunale, la legislazione nazionale dovrebbe obbligare il datore di lavoro a provare che non c’è stata discriminazione, e non il contrario.

Una lotta che va avanti da molto tempo: “Oggi siamo più vicini a eliminare il divario retributivo di genere in Europa”, ha detto una delle relatrici, Samira Rafaela di Renew Europe: “In Parlamento abbiamo cercato di trovare il giusto equilibrio tra la garanzia del diritto all’informazione per le lavoratrici e la limitazione degli oneri inutili per le aziende. In questo modo possiamo rendere la parità di retribuzione per uno stesso lavoro una realtà per le donne in Europa”.

E l’altra relatrice, la verde Kira Marie Peter-Hansen, ha aggiunto che “con questa direttiva stiamo compiendo un passo importante verso l’uguaglianza di genere e facendo luce sul problema della disparità di retribuzione. Affermare che non accetteremo più la discriminazione salariale basata sul genere non rappresenta solo un segnale forte, ma è anche uno strumento per aiutare i Paesi UE e i datori di lavoro a eliminare il divario retributivo tra i sessi”.

Pubblicitàspot_img
Pubblicitàspot_img

Ultimi articoli