Il Pd a parole e quel sistema di amicizie che l’ha reso arido

Nel primo pomeriggio di ieri sono stato ospite di Rai News 24. Sugli schermi, lì in studio, scorrevano in diretta i volti della direzione del PD, al Nazareno. Mentre si ragionava dei massimi sistemi delle bollette presto sul tavolo da lavoro di Giorgia Meloni, ho modo di cogliere di sbieco le posture dimesse e “assembleari” di Orfini, di Bettini e altri ancora, così nell’attesa che parlasse Bonaccini, il futuro in pectore di un partito incapace di indicare la propria esatta natura politica, il proprio cosmodromo ideale. Non era esattamente uno psicodramma ciò cui assistevo, neppure il “franco dibattito sulle ragioni della sconfitta”, sembrava piuttosto di ritrovare una desueta diretta di ItaliaRadio, ciò che fu la radio del Pci, poi dei Ds, e in seguito una cooperativa d’area che dava conto del ribollire degli “umori all’interno della sinistra” nei momenti di impasse.
Tornando verso casa da Saxa Rubra, all’altezza Tor di Quinto, è giunto naturale un tweet, ancora più doveroso pensando alla mia irrilevanza nel palmarès e delle “anime belle” del mondo conosciuto della sinistra che sappiamo. Certo che l’accusa e gli stessi insulti che il popolo social della destra diffusa rivolge ai “radical chic, sarebbero venuti addosso perfino all’incolpevole, al sottoscritto. Il mondo, in tempo di semplificazione, non va per il sottile, cerca comunque a caso un capro espiatorio, il primo bersaglio. Nulla è più penoso e retorico del rivendicare la propria “libertà”, d’essere individualità, resta su tutto che gli insulti non fanno caso alle sottigliezze, ai distinguo. Il mio tweet recitava: “Ma quale discussione sul futuro del Pd? È semmai giunta l’ora di presentare loro il conto per tutte le volte che abbiamo sentito aria di cooptazione clientelare amichettistica. Sia in ambito politico sia nel contesto cine-artistico-letterario-giornalistico-editoriale.”
Inutile aggiungere che nessuno di coloro che un verso di Fabrizio De Andrè, “… per quanto voi vi crediate assolti siete per sempre coinvolti”, circoscrive, si è mostrato sotto il mio rigo per obiettare, forse anche redarguire il narcisismo del refrattario alla colpa, magari perfino commentando piccato: d’ufficio o in quanto persona d’area che voglia sopire per antica abitudine subalterna il dissenso, la dissociazione dalla mediocrità interessata. Nel silenzio ho anzi intuito altrettanto senso di fastidio, indifferenza supponente e ancora interessata, ipocrisia; ciò che giunge proprio dai “clientes”, coloro che nel patto con i sistemi culturali di potere e di cooptazione trovano ragioni di splendore pubblico, perpetuandosi come anime belle, tutti lì a portare il loro sassolino d’oro fasullo alla costruzione del consenso sempre in nome della veltroniana “vocazione maggioritaria”.
Si sappia, il tema del governismo non riguarda soltanto coloro che aspirano ad occupare cariche parlamentari e, appunto ufficiali. A sinistra è un batterio che colpisce pure i “pifferi”, per dirla con Elio Vittorini. Coloro che, per restare in argomento culturale, ogni qualvolta c’era da plaudire il nulla e la mistificazione sono lì in prima fila.
Queste mie parole resteranno lettera morta, serviranno all’altrui scrollata di spalle, la stessa che con sufficienza sempre si riserva a coloro che non hanno mai nutrito ambizioni di potere, ancor meno festivaliere.
Che le classi dirigenti abbiano come una unica aurea esigenza personale di sopravvivere, perpetuarsi come organismi, amebe monocellulari, è storia biologica nota, meccanica del potere stesso, anche quando appare la pretesa di parlare in nome della “democrazia progressiva”.
Irrilevante che non sia affar mio, che posso invece vantare il baronale titolo di autentico radical chic, della vera “gauche caviar”, che è sempre e comunque altro dalla subcultura dei subalterni interessati, poco importa se laureati, in quanto, lo ripeto, individualità. Resta alla fine la soddisfazione di un’eterna estate, pensando a Camus, di non essere parte di una ipocrita e servile schiuma.

Nel primo pomeriggio di ieri sono stato ospite di Rai News 24. Sugli schermi, lì in studio, scorrevano in diretta i volti della direzione del PD, al Nazareno. Mentre si ragionava dei massimi sistemi delle bollette presto sul tavolo da lavoro di Giorgia Meloni, ho modo di cogliere di sbieco le posture dimesse e “assembleari” di Orfini, di Bettini e altri ancora, così nell’attesa che parlasse Bonaccini, il futuro in pectore di un partito incapace di indicare la propria esatta natura politica, il proprio cosmodromo ideale. Non era esattamente uno psicodramma ciò cui assistevo, neppure il “franco dibattito sulle ragioni della sconfitta”, sembrava piuttosto di ritrovare una desueta diretta di ItaliaRadio, ciò che fu la radio del Pci, poi dei Ds, e in seguito una cooperativa d’area che dava conto del ribollire degli “umori all’interno della sinistra” nei momenti di impasse.
Tornando verso casa da Saxa Rubra, all’altezza Tor di Quinto, è giunto naturale un tweet, ancora più doveroso pensando alla mia irrilevanza nel palmarès e delle “anime belle” del mondo conosciuto della sinistra che sappiamo. Certo che l’accusa e gli stessi insulti che il popolo social della destra diffusa rivolge ai “radical chic, sarebbero venuti addosso perfino all’incolpevole, al sottoscritto. Il mondo, in tempo di semplificazione, non va per il sottile, cerca comunque a caso un capro espiatorio, il primo bersaglio. Nulla è più penoso e retorico del rivendicare la propria “libertà”, d’essere individualità, resta su tutto che gli insulti non fanno caso alle sottigliezze, ai distinguo. Il mio tweet recitava: “Ma quale discussione sul futuro del Pd? È semmai giunta l’ora di presentare loro il conto per tutte le volte che abbiamo sentito aria di cooptazione clientelare amichettistica. Sia in ambito politico sia nel contesto cine-artistico-letterario-giornalistico-editoriale.”
Inutile aggiungere che nessuno di coloro che un verso di Fabrizio De Andrè, “… per quanto voi vi crediate assolti siete per sempre coinvolti”, circoscrive, si è mostrato sotto il mio rigo per obiettare, forse anche redarguire il narcisismo del refrattario alla colpa, magari perfino commentando piccato: d’ufficio o in quanto persona d’area che voglia sopire per antica abitudine subalterna il dissenso, la dissociazione dalla mediocrità interessata. Nel silenzio ho anzi intuito altrettanto senso di fastidio, indifferenza supponente e ancora interessata, ipocrisia; ciò che giunge proprio dai “clientes”, coloro che nel patto con i sistemi culturali di potere e di cooptazione trovano ragioni di splendore pubblico, perpetuandosi come anime belle, tutti lì a portare il loro sassolino d’oro fasullo alla costruzione del consenso sempre in nome della veltroniana “vocazione maggioritaria”.
Si sappia, il tema del governismo non riguarda soltanto coloro che aspirano ad occupare cariche parlamentari e, appunto ufficiali. A sinistra è un batterio che colpisce pure i “pifferi”, per dirla con Elio Vittorini. Coloro che, per restare in argomento culturale, ogni qualvolta c’era da plaudire il nulla e la mistificazione sono lì in prima fila.
Queste mie parole resteranno lettera morta, serviranno all’altrui scrollata di spalle, la stessa che con sufficienza sempre si riserva a coloro che non hanno mai nutrito ambizioni di potere, ancor meno festivaliere.
Che le classi dirigenti abbiano come una unica aurea esigenza personale di sopravvivere, perpetuarsi come organismi, amebe monocellulari, è storia biologica nota, meccanica del potere stesso, anche quando appare la pretesa di parlare in nome della “democrazia progressiva”.
Irrilevante che non sia affar mio, che posso invece vantare il baronale titolo di autentico radical chic, della vera “gauche caviar”, che è sempre e comunque altro dalla subcultura dei subalterni interessati, poco importa se laureati, in quanto, lo ripeto, individualità. Resta alla fine la soddisfazione di un’eterna estate, pensando a Camus, di non essere parte di una ipocrita e servile schiuma.

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