Il Pd e il silenzio degli ex intelletti

Appare tombale il silenzio degli intellettuali davanti alla novità (imprevista?) del governo Meloni. Intendiamoci, assodata la loro progressiva irrilevanza nel contesto spettacolare e politico il dato che ne indica l’assenza non dovrebbe stupire. Va detto però, per fiducia nelle opportunità del pensiero, che perfino da una posizione minoritaria, secondaria, addirittura dal buio pesto di una sconfitta chi, appunto, fa professione di pensiero sulle cose del mondo dovrebbe provare a far sentire la propria voce, possibilmente senza mai abbandonare gli strumenti della complessità. Nel tentativo di comprendere, per dirla con i versi di Kavafis, in che modo e da quale abisso segreto siano potuti arrivati i “barbari”. Anzi, pensando al nostro Paese, diciamola meglio: figure estranee a una coscienza ordinariamente antifascista che ritenevamo acquisita, protocollare.
Una voce, se non esattamente segnata dal dissenso radicale, comunque pronta a fare “più luce”; così da far comprendere come sia stato possibile che le molte pulsioni regressive endemiche nel corpo della società abbiano infine potuto sprigionarsi fino a produrre la vittoria delle destre. Sia in versione identitaria sia in abito sovranista. Un risultato solo in parte stemperato dai blazer post-democristiani rappresentati dalla “quinta colonna” berlusconiana: Forza Italia, cosa già evidente, non darà quiete, si porrà probabilmente come opposizione all’esecutivo pur essendone parte come si è già prospettato. Ma adesso, sempre restando attenti all’interrogativo sulla vacanza degli intellettuali, proviamo almeno a non impoverirci troppo facendo caso alle minuzie delle discussioni in aula – contante o non contante, maschile o femminile, Paese o Nazione – ritorniamo piuttosto al cuore della domanda. Volendo pensare male, anzi, ricorrendo alle ragioni della più semplice e piccina commedia umana ordinaria, la risposta immediata sembra risiedere nella “cupiditas serviendi”. Attitudine assai diffusa cui accenna Tacito, ovvero l’eterna “cupidigia del servire onde l’essere umano è affetto”. Non stupiscano in questo senso alcune attestazioni stima, se non di amorosi sensi, che la Meloni sembra ricevere anche da risapute firme del giornalismo femminile edificante “di sinistra”, ora in quanto “donna” ora perché le si riconosce il titolo di “fuoriclasse”, e ancora: “Certo, che ha fatto un discorso di destra. Impeccabile, tuttavia. Convinto, competente, appassionato, libero, sincero. Avercene, si dice a Roma: avercene a sinistra di presenze di questo calibro da opporre, eventualmente, alle sue ragioni con la forza della ragione” (Concita De Gregorio, su “Repubblica”). Il punto, si sappia, non può riguardare l’assenza della sinistra, poco importa se in forma di organizzazione o di semplice presidio filosofico, il punto dovrebbe inquadrare piuttosto la volontà individuale dei singoli, a meno che non si voglia negare che il coraggio, la “voce” dovrebbe rispondere sempre a una iniziativa personale. Sarà forse una lunga traversata nel deserto, ci sarà da fare i conti con le rendite di posizione perdute con l’arrivo degli altri, sarà venuto meno il senso di confortevolezza che giunge insieme alle prebende e al sentirsi parte di una corrente amichettistica, ma nella situazione data di questo si tratta. Dovrà avere pure un prezzo fare professione d’intelletto o vale soltanto quando si aspira a ottenere la direzione di un istituto di cultura all’estero?

Appare tombale il silenzio degli intellettuali davanti alla novità (imprevista?) del governo Meloni. Intendiamoci, assodata la loro progressiva irrilevanza nel contesto spettacolare e politico il dato che ne indica l’assenza non dovrebbe stupire. Va detto però, per fiducia nelle opportunità del pensiero, che perfino da una posizione minoritaria, secondaria, addirittura dal buio pesto di una sconfitta chi, appunto, fa professione di pensiero sulle cose del mondo dovrebbe provare a far sentire la propria voce, possibilmente senza mai abbandonare gli strumenti della complessità. Nel tentativo di comprendere, per dirla con i versi di Kavafis, in che modo e da quale abisso segreto siano potuti arrivati i “barbari”. Anzi, pensando al nostro Paese, diciamola meglio: figure estranee a una coscienza ordinariamente antifascista che ritenevamo acquisita, protocollare.
Una voce, se non esattamente segnata dal dissenso radicale, comunque pronta a fare “più luce”; così da far comprendere come sia stato possibile che le molte pulsioni regressive endemiche nel corpo della società abbiano infine potuto sprigionarsi fino a produrre la vittoria delle destre. Sia in versione identitaria sia in abito sovranista. Un risultato solo in parte stemperato dai blazer post-democristiani rappresentati dalla “quinta colonna” berlusconiana: Forza Italia, cosa già evidente, non darà quiete, si porrà probabilmente come opposizione all’esecutivo pur essendone parte come si è già prospettato. Ma adesso, sempre restando attenti all’interrogativo sulla vacanza degli intellettuali, proviamo almeno a non impoverirci troppo facendo caso alle minuzie delle discussioni in aula – contante o non contante, maschile o femminile, Paese o Nazione – ritorniamo piuttosto al cuore della domanda. Volendo pensare male, anzi, ricorrendo alle ragioni della più semplice e piccina commedia umana ordinaria, la risposta immediata sembra risiedere nella “cupiditas serviendi”. Attitudine assai diffusa cui accenna Tacito, ovvero l’eterna “cupidigia del servire onde l’essere umano è affetto”. Non stupiscano in questo senso alcune attestazioni stima, se non di amorosi sensi, che la Meloni sembra ricevere anche da risapute firme del giornalismo femminile edificante “di sinistra”, ora in quanto “donna” ora perché le si riconosce il titolo di “fuoriclasse”, e ancora: “Certo, che ha fatto un discorso di destra. Impeccabile, tuttavia. Convinto, competente, appassionato, libero, sincero. Avercene, si dice a Roma: avercene a sinistra di presenze di questo calibro da opporre, eventualmente, alle sue ragioni con la forza della ragione” (Concita De Gregorio, su “Repubblica”). Il punto, si sappia, non può riguardare l’assenza della sinistra, poco importa se in forma di organizzazione o di semplice presidio filosofico, il punto dovrebbe inquadrare piuttosto la volontà individuale dei singoli, a meno che non si voglia negare che il coraggio, la “voce” dovrebbe rispondere sempre a una iniziativa personale. Sarà forse una lunga traversata nel deserto, ci sarà da fare i conti con le rendite di posizione perdute con l’arrivo degli altri, sarà venuto meno il senso di confortevolezza che giunge insieme alle prebende e al sentirsi parte di una corrente amichettistica, ma nella situazione data di questo si tratta. Dovrà avere pure un prezzo fare professione d’intelletto o vale soltanto quando si aspira a ottenere la direzione di un istituto di cultura all’estero?

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