Editoriale

Il Pd ha un avversario tosto: Elly Schlein

di Adolfo Spezzaferro -


Elly Schlein: una ne fa e cento ne pensa (tutte sbagliate, of course). Lo psicodramma senza fine che vede protagonista la segretaria del Pd e il Pd stesso si arricchisce di un nuovo strappo interno. La mossa della Schlein di appiattirsi sul M5S sottoscrivendo l’appello della Cgil per abolire il Jobs Act sortisce un doppio ferale effetto per il partito del Nazareno. Quello di spaccare ulteriormente i dem e di confermare la sudditanza della leader Pd (forse anche psicologica, a questo punto) rispetto a Giuseppe Conte. “Firmerò il referendum della Cgil per abolire il Jobs Act”: tira dritto a testa bassa, la Schlein lanciata a bomba contro la riforma Renzi (firmata quando l’ex premier era a capo proprio del Pd). Inutile dire che i riformisti dem non hanno preso affatto bene che la leader del partito voglia cancellare una riforma del suo partito. Tra l’altro, fanno presente i maggiorenti dem che quella legge l’hanno firmata, un conto era scagliarsi contro il Jobs Act per primi, tutt’altra storia è inseguire Conte, novello capopopolo della sinistra, dopo che l’ha proposto lui. Che poi, diciamocelo: non è che abolisci il precariato con un referendum, pensato per di più da un esponente di certa sinistra, l’ex Fiom, il compagno metalmeccanico duro e puro Landini, che oggi appare superata dalla realtà socio-economica del Paese, oltre che dal mercato del lavoro. “Ho già detto in questi giorni che molti del Partito democratico firmeranno, così come altri legittimamente non lo faranno. Io mi metto tra quelli che firmeranno, non potrei far diversamente visto che era un punto qualificante della mozione con cui ho vinto le primarie l’anno scorso ed ero in piazza con la Cgil nel 2015 ed è il secondo referendum che firmo per l’articolo 18”, spiega la Schlein. Che minimizza: “Non vedo un partito diviso e frammentato come tanti raccontano, ma un partito in grado di recuperare sei punti nei sondaggi e assestarsi come primo partito”. Ah, già i sondaggi. Quelli che vanno sempre presi con le pinze. Quelli che “Io Berlusconi non l’ho votato”, e poi l’avevano votato un italiano su due. L’uscita improvvida, il tempismo autolesionistico della Schlein dimostra ancora una volta che la leader del Pd vuole sì cambiare il Pd ma soprattutto che il Pd non si farà cambiare da lei. Al massimo, dopo le Europee – in caso la Schlein non dovesse raggiungere quota salvezza, ossia il 20 per cento – il Pd cambierà segretario. Come fa ogni volta. Intanto Renzi coglie la palla al balzo e si rivolge ai “suoi” rimasti al Nazareno: “La segretaria del Pd firma per abolire una legge voluta e votata dal Pd. Finalmente si fa chiarezza. Loro stanno dalla parte dei sussidi, noi dalla parte del lavoro. Amici riformisti: ma come fate a restare ancora nel Pd?”. Ma il punto, lo ripetiamo, è che loro ci restano nel partito, magari è la Schlein che andrà altrove. Certo è che l’analisi di Renzi è condivisibile: nel goffo tentativo di non essere meno di sinistra di Conte, la segretaria Pd sta sconquassando il partito, infliggendo colpi davvero duri da digerire ai riformisti, a quel centrosinistra che è maggioritario rispetto alla sinistra massimalista nel Pd che ha ereditato la Schlein. Il partito che fu di Renzi non esiste più, è vero. E per l’attuale segretaria questo è un bene (alla faccia dei riformisti). Intanto il leader di Italia viva affonda il colpo: “Alle prossime elezioni europee la stragrande maggioranza dei riformisti non può che votare gli Stati Uniti d’Europa, che è l’unica lista riformista, altro che il Pd. Si scrive Schlein, si legge 5 Stelle, si scrive Schlein, si legge Cgil”. Non fa una piega. Europee a parte, con questo Pd, Conte ha gioco facile. Per non parlare del centrodestra, che resterà al governo a lungo.


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