Politica

LIBERALMENTE CORRETTO – Il proibizionismo della sinistra antiproibizionista

di Michele Gelardi -


È difficile raccapezzarsi tra le molteplici posture della sinistra, talvolta orientate al libertarismo individuale senza limiti e freni, talaltra al proibizionismo più restrittivo. Il sindaco di Torino proibisce di fumare nei luoghi pubblici, permettendo bontà sua di coltivare il “vizio” nei luoghi privati; il sindaco di Milano proibisce l’asporto di bevande e cibo dopo mezzanotte, consentendo magnanimamente di farlo prima del fatidico rintocco. Giuseppe Cruciani osserva polemicamente che si può stare certi dell’indole autoritaria e proibizionista di ogni sinistra al potere. Ha perfettamente ragione, ma occorre qualche chiarimento di fronte all’arcano della sinistra proibizionista, al contempo antiproibizionista. Entrambi i sindaci sono autorevoli esponenti di quella sinistra che innalza i desideri individuali a diritti, riconoscendo perfino il diritto dei minorenni di entrare in sala operatoria per realizzare il desiderio di cambiare sesso; assume l’ingresso in Italia del migrante come diritto assoluto, non limitabile in alcun caso; ravvisa nell’eutanasia e nell’aborto diritti della persona, a compimento della inarrestabile progressione storica preconizzata da Karl Marx; si oppone a qualsivoglia regolamentazione della compravendita di cannabis e oppiacei, invocando il principio del “proibito proibire”. L’alieno che scendesse sulla terra, capirebbe ben poco.
Dovremmo spiegargli che la politica sfida pure la logica, affondando le sue radici nel profondo dell’animo umano, e per capire la sinistra occorre capire l’uomo di sinistra. A capo di tutte le apparenti contraddizioni c’è la “presunzione fatale” descritta da Hayek, in virtù della quale la sinistra ritiene di conoscere i destini dell’umanità e si dà il compito di indirizzarla verso la meta; ma questa, a sua volta, trova alimento nel sentimento di superiorità dell’uomo di sinistra. In fondo, basterebbe poco per confutare l’erronea impostazione intellettuale alla base del dirigismo di sinistra; basterebbe osservare che l’azione umana produce effetti non intenzionali e imprevedibili (Mises), per capire che il divenire della convivenza umana non può essere pianificato; e sarebbe molto facile constatare che il dirigismo soffoca la libertà, linfa vitale del progresso scientifico e dello sviluppo sociale; e infine anche il cieco dovrebbe arrendersi all’evidenza dei ripetuti insuccessi storici della sinistra pianificatrice. Ma ciò che basterebbe in teoria non basta in concreto, perché il sentimento dell’uomo è anche più forte del suo intelletto. Se così non fosse, non avrebbero alcun senso le dissonanze cognitive di Festinger; né le osservazioni empirico-statistiche di Haidt (Menti tribali), le quali dimostrano la prevalente componente sentimentale nelle scelte politiche dell’elettore. Per questa via, si può spiegare all’alieno che alla radice di tutto c’è il sentimento di superiorità dell’uomo di sinistra, peraltro ampiamente dimostrato da ricerche di scienza politologica (Ricolfi, Perché siamo antipatici?). L’uomo di sinistra coltiva questo sentimento, ergendosi sopra la massa beota in guisa di educatore. E la sua pedagogia, ovviamente, non può coincidere con quella tradizionale, elaborata dalla saggezza popolare nel corso dei secoli, “democraticamente” consegnata dalla vecchia alla nuova generazione. Il sentimento di superiorità non potrebbe esserne appagato, poiché l’educatore si limiterebbe a ripetere ciò che l’educando conosce già per altre vie. Ne deriva il dirigismo-pedagogismo della sinistra, che vuole imporre i suoi modelli comportamentali, proibizionisti o antiproibizionisti poco importa, purché orientati al “nuovo ordine”, ben diverso da quello basato sui valori consolidati della civiltà occidentale. In definitiva l’osservazione di Cruciani dovrebbe essere riformulata come segue: ogni nuovo editto o “comandamento”, contrario al buon senso comune, non può che essere frutto dell’autoritarismo dirigistico-pedagogico della sinistra.


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