Il ricordo dell’arcivescovo di Palermo: “FRATEL BIAGIO ultimo tra gli ultimi”

In esclusiva raccogliamo e riportiamo stralci delle dichiarazioni spontanee del Cardinale Salvatore De Giorgi, Arcivescovo emerito di Palermo, che aveva una stretta vicinanza e prossimità con Biagio Conte, morto a solo 59 anni, esempio autentico dell’attuazione del messaggio cristiano in terra, in quanto ha dedicato tutta la sua vita in difesa dei poveri, degli emarginati, dei bisognosi e dei migranti.

 

Eminenza, Lei che lo ha conosciuto bene, come definirebbe Biagio Conte?
“San Francesco di Palermo”. Così ho conosciuto e definito Fratel Biagio Conte nel mio indimenticabile servizio episcopale a Palermo. Così mi è apparso sin dal mio primo incontro con lui in Cattedrale il 25 maggio 1996. E tra i primi miei impegni pastorali è stato quello di rendermi conto di quanto Dio operava per mezzo di lui. Mi resi subito conto, infatti, che Biagio era per la Chiesa di Palermo un segno profetico, dato dal Signore, per essere più operosa e concreta nel privilegiare ed aiutare gli ultimi.

 

Quindi era l’ultimo tra gli ultimi che amava il prossimo?
Preferiva dormire in una tenda, pur di assicurare un posto a chi lo chiedeva. Ha fatto suo quanto il grande Papa Francesco non si stanca di suggerire come comportarci con gli immigrati: accoglierli, accompagnarli, promuoverli ed integrarli. Gli sono stato vicino quando ha chiesto un altro rudere per farne una dignitosa Casa di accoglienza per donne povere o emigrate, divenute sempre più numerose e servite dalle brave sorelle che, come Santa Chiara con San Francesco, hanno voluto seguire l’esempio di fratello Biagio. Gli sono stato vicino in modo particolare quando con un gesto tipico dei profeti più coraggiosi occupò un terreno abbandonato dello Stato: al suo fianco ho dovuto mediare con la Magistratura e le alte Autorità statali per fargli ottenere metà di quel terreno. E lui, valorizzando le diverse capacità e mansioni dei suoi ospiti, ha trasformato i ruderi della seconda guerra mondiale in abitazioni decorose per centinaia di immigrati. E per me resta indelebile il ricordo della celebrazione del 5oesimo della mia Ordinazione sacerdotale insieme ai Vescovi siciliani: sedevamo a mensa insieme a oltre seicento immigrati.
Palermo ha perduto un grande profeta ed operatore nella Missione di Speranza e Carità, ma ora ha nel cielo un intercessore con Cristo per una sempre più viva consapevolezza di progredire camminando con i poveri e operando a favore dei poveri.

In esclusiva raccogliamo e riportiamo stralci delle dichiarazioni spontanee del Cardinale Salvatore De Giorgi, Arcivescovo emerito di Palermo, che aveva una stretta vicinanza e prossimità con Biagio Conte, morto a solo 59 anni, esempio autentico dell’attuazione del messaggio cristiano in terra, in quanto ha dedicato tutta la sua vita in difesa dei poveri, degli emarginati, dei bisognosi e dei migranti.

 

Eminenza, Lei che lo ha conosciuto bene, come definirebbe Biagio Conte?
“San Francesco di Palermo”. Così ho conosciuto e definito Fratel Biagio Conte nel mio indimenticabile servizio episcopale a Palermo. Così mi è apparso sin dal mio primo incontro con lui in Cattedrale il 25 maggio 1996. E tra i primi miei impegni pastorali è stato quello di rendermi conto di quanto Dio operava per mezzo di lui. Mi resi subito conto, infatti, che Biagio era per la Chiesa di Palermo un segno profetico, dato dal Signore, per essere più operosa e concreta nel privilegiare ed aiutare gli ultimi.

 

Quindi era l’ultimo tra gli ultimi che amava il prossimo?
Preferiva dormire in una tenda, pur di assicurare un posto a chi lo chiedeva. Ha fatto suo quanto il grande Papa Francesco non si stanca di suggerire come comportarci con gli immigrati: accoglierli, accompagnarli, promuoverli ed integrarli. Gli sono stato vicino quando ha chiesto un altro rudere per farne una dignitosa Casa di accoglienza per donne povere o emigrate, divenute sempre più numerose e servite dalle brave sorelle che, come Santa Chiara con San Francesco, hanno voluto seguire l’esempio di fratello Biagio. Gli sono stato vicino in modo particolare quando con un gesto tipico dei profeti più coraggiosi occupò un terreno abbandonato dello Stato: al suo fianco ho dovuto mediare con la Magistratura e le alte Autorità statali per fargli ottenere metà di quel terreno. E lui, valorizzando le diverse capacità e mansioni dei suoi ospiti, ha trasformato i ruderi della seconda guerra mondiale in abitazioni decorose per centinaia di immigrati. E per me resta indelebile il ricordo della celebrazione del 5oesimo della mia Ordinazione sacerdotale insieme ai Vescovi siciliani: sedevamo a mensa insieme a oltre seicento immigrati.
Palermo ha perduto un grande profeta ed operatore nella Missione di Speranza e Carità, ma ora ha nel cielo un intercessore con Cristo per una sempre più viva consapevolezza di progredire camminando con i poveri e operando a favore dei poveri.

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