Il senso di Giorgia per il Reddito Giù i tagli alle accise

Senza tempo, senza soldi. Ma con decine di vincoli, con il timore che qualcuno possa alzare il ditino e far precipitare tutto il Paese nella fossa dei mercati che, come l’Italia ha imparato negli ultimi decenni, sanno essere ben più feroci dei leoni. Non ci si poteva aspettare granché dalla prima manovra del governo Meloni. Le emergenze sono tante (e tali) che, per dirla calcisticamente, la coperta è cortissima. L’esecutivo, costretto dai tempi e dalle sostanziali ristrettezze, non può fare granché. Fare delle scelte è stato difficile. E le conseguenze hanno complicato il quadro.

Il dietrofront sul reddito

La premier Meloni ha dovuto, di fatto, fare un passo indietro sulla questione relativa al reddito di cittadinanza. Il centrodestra avrebbe voluto cancellarlo subito per gli “occupabili” e recuperare quasi 1,8 miliardi. Ma il ministro al Lavoro Marina Calderone ha chiamato il dietrofront, anche a costo di litigare proprio con Giorgia Meloni. Il problema stava nei numeri degli “occupabili” che l’Inps conteggiava in appena 372mila mentre l’Agenzia del Lavoro quantificava in 660mila e il governo credeva fossero ben 900mila. Per salvare la situazione, una soluzione (poco) salomonica. Il reddito resterà, almeno fino alla fine del 2023. Un “ponte” di un anno per gli attuali beneficiari durante il quale dovranno frequentare corsi di formazione obbligatori e si dovrà instaurare un dialogo con gli enti locali per studiare i profili di occupabilità. Insomma, oltre al danno di aver mancato la prima promessa elettorale e di aver aperto un nuovo potenziale fronte di scontro con gli alleati di Lega e (soprattutto) Forza Italia, il boomerang di dover continuare a pagare fino al 1 gennaio 2024.

Giù i tagli alle accise, rabbia consumatori

I soldi a disposizione, dunque, calano. Le coperture sono il vero dramma. Meloni non ha intenzione di sforare anche perché il rischio vero è che, dovessero arrivare stop dal parlamento o dall’Ue, la manovra non sarà approvata entro il 31 dicembre e per l’Italia si aprirebbe il baratro dell’esercizio provvisorio. In progressione geometrica, scendono tutti gli altri interventi previsti dalla manovra. A cominciare dai tagli alle accise sui beni energetici. Dagli attuali 30,5 centesimi, scenderanno fino a 18,3 centesimi. La stangata per famiglie e imprese è dietro l’angolo. E difatti i consumatori scendono subito in battaglia. Il Codacons denuncia aumenti per 146 euro l’anno a carico dei cittadini. Il presidente Carlo Rienzi tuona: “Una misura assurda che avrà effetti diretti e indiretti pesantissimi sulle tasche degli italiani”.

Il fronte delle (altre) tax

Non ci saranno, almeno per un anno, né la plastic tax né la sugar tax. Le imposte avrebbero dovuto colpire le produzioni in plastica, per questioni ambientali, e quelle di dolci e bevande, per ragioni di educazione alimentare e sanità. Il governo di centrodestra ha soprasseduto. Ci sarà, però, la web tax, anzi l’aggravio dell’Amazon Tax dal 3 al 6 per cento di aliquota. Che sarà collegata anche alle questioni green e, sostanzialmente, farà il gioco degli spedizionieri che già si sono dotati di una flotta di veicoli elettrici e che, dunque, si ritroveranno in condizione di maggiore competitività rispetto ai concorrenti che sono rimasti ai tradizionali mezzi a diesel e benzina.

le voci del no alle trivelle

Si alza la voce dell’associazione nazionale dei consorzi per la gestione e la tutela dei territori e delle acque irrigue. L’Anbi vuole “una legge nazionale” che parli di “compensazioni e garanzie tecnologiche” a favore dei territori, come il Polesine e il Delta del Po, che saranno interessati dai nuovi interventi. Intanto il governatore del Veneto Luca Zaia non si arrende. E in tv, da Fabio Fazio, dimostra di non essere disposto a transigere davanti all’esecutivo di centrodestra e anzi rincara la dose: “Non è che uno cambia idea perché cambia il colore politico del governo. Sostengo che questa vicenda debba essere approfondita fino in fondo”.

Senza tempo, senza soldi. Ma con decine di vincoli, con il timore che qualcuno possa alzare il ditino e far precipitare tutto il Paese nella fossa dei mercati che, come l’Italia ha imparato negli ultimi decenni, sanno essere ben più feroci dei leoni. Non ci si poteva aspettare granché dalla prima manovra del governo Meloni. Le emergenze sono tante (e tali) che, per dirla calcisticamente, la coperta è cortissima. L’esecutivo, costretto dai tempi e dalle sostanziali ristrettezze, non può fare granché. Fare delle scelte è stato difficile. E le conseguenze hanno complicato il quadro.

Il dietrofront sul reddito

La premier Meloni ha dovuto, di fatto, fare un passo indietro sulla questione relativa al reddito di cittadinanza. Il centrodestra avrebbe voluto cancellarlo subito per gli “occupabili” e recuperare quasi 1,8 miliardi. Ma il ministro al Lavoro Marina Calderone ha chiamato il dietrofront, anche a costo di litigare proprio con Giorgia Meloni. Il problema stava nei numeri degli “occupabili” che l’Inps conteggiava in appena 372mila mentre l’Agenzia del Lavoro quantificava in 660mila e il governo credeva fossero ben 900mila. Per salvare la situazione, una soluzione (poco) salomonica. Il reddito resterà, almeno fino alla fine del 2023. Un “ponte” di un anno per gli attuali beneficiari durante il quale dovranno frequentare corsi di formazione obbligatori e si dovrà instaurare un dialogo con gli enti locali per studiare i profili di occupabilità. Insomma, oltre al danno di aver mancato la prima promessa elettorale e di aver aperto un nuovo potenziale fronte di scontro con gli alleati di Lega e (soprattutto) Forza Italia, il boomerang di dover continuare a pagare fino al 1 gennaio 2024.

Giù i tagli alle accise, rabbia consumatori

I soldi a disposizione, dunque, calano. Le coperture sono il vero dramma. Meloni non ha intenzione di sforare anche perché il rischio vero è che, dovessero arrivare stop dal parlamento o dall’Ue, la manovra non sarà approvata entro il 31 dicembre e per l’Italia si aprirebbe il baratro dell’esercizio provvisorio. In progressione geometrica, scendono tutti gli altri interventi previsti dalla manovra. A cominciare dai tagli alle accise sui beni energetici. Dagli attuali 30,5 centesimi, scenderanno fino a 18,3 centesimi. La stangata per famiglie e imprese è dietro l’angolo. E difatti i consumatori scendono subito in battaglia. Il Codacons denuncia aumenti per 146 euro l’anno a carico dei cittadini. Il presidente Carlo Rienzi tuona: “Una misura assurda che avrà effetti diretti e indiretti pesantissimi sulle tasche degli italiani”.

Il fronte delle (altre) tax

Non ci saranno, almeno per un anno, né la plastic tax né la sugar tax. Le imposte avrebbero dovuto colpire le produzioni in plastica, per questioni ambientali, e quelle di dolci e bevande, per ragioni di educazione alimentare e sanità. Il governo di centrodestra ha soprasseduto. Ci sarà, però, la web tax, anzi l’aggravio dell’Amazon Tax dal 3 al 6 per cento di aliquota. Che sarà collegata anche alle questioni green e, sostanzialmente, farà il gioco degli spedizionieri che già si sono dotati di una flotta di veicoli elettrici e che, dunque, si ritroveranno in condizione di maggiore competitività rispetto ai concorrenti che sono rimasti ai tradizionali mezzi a diesel e benzina.

le voci del no alle trivelle

Si alza la voce dell’associazione nazionale dei consorzi per la gestione e la tutela dei territori e delle acque irrigue. L’Anbi vuole “una legge nazionale” che parli di “compensazioni e garanzie tecnologiche” a favore dei territori, come il Polesine e il Delta del Po, che saranno interessati dai nuovi interventi. Intanto il governatore del Veneto Luca Zaia non si arrende. E in tv, da Fabio Fazio, dimostra di non essere disposto a transigere davanti all’esecutivo di centrodestra e anzi rincara la dose: “Non è che uno cambia idea perché cambia il colore politico del governo. Sostengo che questa vicenda debba essere approfondita fino in fondo”.

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