Politica

Gli abusi di genere non diventino una questione di casta

Fanno riflettere le differenti reazioni seguite al caso del gruppo "Mogli" e a quello della piattaforma Phica

di Giuseppe Ariola -


Il sito Phica è stato chiuso, il caso che ha creato certamente no. Anzi, sembra destinato a generare ancora molto frastuono, addirittura più di quanto non abbia provocato quello del gruppo Facebook “Mia moglie”. Una circostanza che fa riflettere, perché sarebbe inaccettabile se un dramma sociale come quello degli abusi di genere, che colpisce migliaia e migliaia di donne, finisse per risuonare come tanto più grave solamente perché ha toccato direttamente esponenti politici, scatenando una sorta di reazione trasversale di casta. Che chi ha individuato proprie foto corredate da inqualificabili commenti sessisti sulla piattaforma in questione abbia annunciato o già provveduto a sporgere denuncia è sacrosanto e il polverone che ha scatenato la questione ha già sortito un primo e immediato effetto con la chiusura della pagina web. Ottimo risultato, a tutela di tutte le vittime, più o meno illustri che siano. Quello che invece stona è l’indignazione che ha suscitato nell’universo politico questa vergognosa vicenda che ha visto particolarmente attivi tanti colleghi e colleghe di parlamentari o esponenti di partito delle persone coinvolte. Si invocano norme ad hoc per prevenire il ripetersi di casi simili, si sottolinea quanto la violenza sulle donne sia fuori controllo e ci si straccia le vesti nel denunciare tutti i limiti di una società ancora marcatamente maschilista. Giusto, condividiamo ogni parola.

Reazioni dissonanti

Ma ci facciamo una domanda: perché lo stesso clamore e la stessa indignazione che hanno accompagnato il sito Phica non sono emerse per il caso del gruppo Mogli scoppiato solamente pochi giorni prima? Eppure, in punto di legge, quest’ultimo è ben più grave, perché ‘rubare’ uno scatto e pubblicarlo all’insaputa del soggetto configura un reato. Più di uno se la fotografia data in pasto al web è osé. Diversamente, nel caso del sito Phica, benché la circostanza sia altrettanto deprecabile, le ipotesi di reato sono tutte da dimostrare perché, essendo le foto caricate sul portale recuperate per lo più dal web e non esprimendo sempre un contenuto erotico, nella stragrande maggior parte dei casi non è rinvenibile una condotta penalmente rilevante, se non nel caso di commenti dal contenuto diffamatorio. Commenti che fanno schifo e che dovrebbero far vergognare non solo chi li ha scritti, ma anche chi leggendoli ha riso, che però non sono più gravi di quelli rivolti a tante donne comuni finite sugli schermi dei guardoni del web per mano di mariti e compagni.

La notorietà delle vittime

Che quando un qualsiasi fatto di cronaca colpisce un personaggio noto assume tanta più risonanza è un fatto ovvio, ma la gravità di un abuso o di una violenza non cambia certamente in relazione alla celebrità di chi li subisce. Anzi, chi gode di notorietà ha sempre qualcuno pronto a difenderlo o a manifestare pubblicamente la propria solidarietà, contrariamente a quanto accade alle troppe vittime silenziose dei soprusi di genere.

Lo stesso tipo di ragionamento vale per l’approccio al mondo di internet che in maniera trasversale tutti dicono debba essere regolamentato perché non può continuare a essere una sorta di zona franca dove ognuno può fare o dire quello che gli pare. Ma cosa è stato fatto nel corso degli ormai tanti anni nei quali questo tipo di denunce sono diventate sempre più numerose? Nulla di concreto. Perché in realtà i like e i follower piacciono, così come la possibilità di ottenere facile consenso con qualche proclama denso di retorica che in altre sedi sarebbe spernacchiato torna utile ad accrescere la propria popolarità. Però, quando i leoni (o, come in questo caso, i maiali) da tastiera mettono nel mirino personaggi pubblici o esponenti di partito le reazioni diventano realmente dure, si pretende giustizia. E la politica, purtroppo, si comporta da casta.


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