Il Sud “ruba” deputati al Nord così cambia il voto popolare

Quasi un milione di elettori emigrati negli ultimi anni dalle regioni del Mezzogiorno ma si vota col vecchio censimento e gli eletti restano gli stessi delle Politiche 2018.

Nel prossimo Parlamento il Sud avrà un numero di rappresentanti più alto di quello che per legge gli dovrebbe essere assegnato. Stranezze e paradossi di una campagna elettorale già di per sè ai limiti del surreale, condotta sotto l’ombrellone o tra le tavolate ferragostane a base di cocomerata nei quartieri popolari, parlando di politica e improbabili programmi elettorali a cittadini distratti e disincantati. Ma c’è una curiosità di non poco conto, che si aggiunge alle novità di queste Politiche 2022, incaricate di consegnare all’Italia il nuovo Parlamento con la Camera e il Senato ridotti a 600 membri (400 a Montecitorio, 200 a Palazzo Madama) invece che 945, per gli effetti del referendum costituzionale approvato due anni fa.

Di non poco conto perché, insieme con il fenomeno dell’astensionismo, che nei fatti consente da anni ad una maggioranza politica di governare con poco meno o poco più del 25-30% del reale favore elettorale possibile nel Paese, potrebbe avere addirittura il potere di minare la democrazia, alterando i numeri nel Mezzogiorno. Un bacino, lo racconta la storia, tradizionalmente caratterizzato da pressioni o condizionamenti talvolta sfociati in vere e proprie derive penali, con eventi verificatisi ad urne ancora aperte o successivamente, con inchieste che hanno svelato i contorni delle compravendite di pacchetti di voti.

Stavolta la stranezza non ha rilievo penale ma, per certi versi, è ancora più singolare. Se n’è accorto Il Mattino, che ha evidenziato che saranno 850 mila i cittadini meridionali a risultare ancora nel censimento del 2011 pur essendosi nel frattempo trasferiti in altre regioni, prevalentemente del Nord. E quel censimento, ormai datato, varrà ancora come base per il riparto dei 400 seggi della Camera e dei 200 del Senato.

Perché il Censimento Istat 2021, ufficialmente consegnato dall’istituto di statistica ai dati ufficiali nello scorso aprile, non ha ricevuto ancora la necessaria vidimazione con il Dpr.

Quest’ultimo atto sarebbe stato indispensabile per farlo valere quale fotografia per il riferimento elettorale. E infatti le tempistiche della burocrazia istituzionale erano state scandite in base alla naturale scadenza della legislatura, prevista nella primavera 2023.

E invece l’improvvisa e rocambolesca fine del governo Draghi, con il conseguente scioglimento delle Camere, non ha permesso di emanare il Dpr, creando una situazione di squilibrio, in termini di rappresentanza, tra le regioni. Vale per tutti l’esempio di due regioni confinanti, la Campania e il Lazio. Se si fosse votato col nuovo censimento 2021, – la Campania avrebbe eletto 18 senatori perdendo un parlamentare alla Camera, precisamente nell’area Campania 2, che raggruppa le province di Avellino, Benevento, Caserta e Salerno, che sarebbe scesa da 18 a 17 deputati. Invece, il 25 settembre la regione guidata da De Luca eleggerà 56 parlamentari tra deputati e senatori, proprio come nel 2018. Al contrario del Lazio, che ha ora una popolazione superiore alla confinante Campania ma ne otterrà due in meno, 54. I cittadini del Sud, quindi, per una volta avranno un vantaggio: saranno rappresentati in Parlamento al di là dei propri “meriti”. E il milione circa di elettori emigrati altrove non troveranno corrispondenza di voto nelle loro nuove località di residenza. All’atto pratico un problema non da poco per i leader di partito, alle prese da giorni con l’impresa di far quadrare i conti delle liste elettorali, minate dal combinato disposto tra il Rosatellum e il taglio dei parlamentari, che rende quasi impossibile conciliare le esigenze di Letta, Meloni e compagnia: costruire elenchi competitivi ed evitare solenni arrabbiature da parte dei maggiorenti trombati o inseriti in posizioni impossibili.

Ma ancora una volta nello strano Paese dei 22 governi in 20 anni la burocrazia batte la democrazia. Non è una novità e purtroppo, se la storia ha un valore, non lo sarà mai.

Quasi un milione di elettori emigrati negli ultimi anni dalle regioni del Mezzogiorno ma si vota col vecchio censimento e gli eletti restano gli stessi delle Politiche 2018.

Nel prossimo Parlamento il Sud avrà un numero di rappresentanti più alto di quello che per legge gli dovrebbe essere assegnato. Stranezze e paradossi di una campagna elettorale già di per sè ai limiti del surreale, condotta sotto l’ombrellone o tra le tavolate ferragostane a base di cocomerata nei quartieri popolari, parlando di politica e improbabili programmi elettorali a cittadini distratti e disincantati. Ma c’è una curiosità di non poco conto, che si aggiunge alle novità di queste Politiche 2022, incaricate di consegnare all’Italia il nuovo Parlamento con la Camera e il Senato ridotti a 600 membri (400 a Montecitorio, 200 a Palazzo Madama) invece che 945, per gli effetti del referendum costituzionale approvato due anni fa.

Di non poco conto perché, insieme con il fenomeno dell’astensionismo, che nei fatti consente da anni ad una maggioranza politica di governare con poco meno o poco più del 25-30% del reale favore elettorale possibile nel Paese, potrebbe avere addirittura il potere di minare la democrazia, alterando i numeri nel Mezzogiorno. Un bacino, lo racconta la storia, tradizionalmente caratterizzato da pressioni o condizionamenti talvolta sfociati in vere e proprie derive penali, con eventi verificatisi ad urne ancora aperte o successivamente, con inchieste che hanno svelato i contorni delle compravendite di pacchetti di voti.

Stavolta la stranezza non ha rilievo penale ma, per certi versi, è ancora più singolare. Se n’è accorto Il Mattino, che ha evidenziato che saranno 850 mila i cittadini meridionali a risultare ancora nel censimento del 2011 pur essendosi nel frattempo trasferiti in altre regioni, prevalentemente del Nord. E quel censimento, ormai datato, varrà ancora come base per il riparto dei 400 seggi della Camera e dei 200 del Senato.

Perché il Censimento Istat 2021, ufficialmente consegnato dall’istituto di statistica ai dati ufficiali nello scorso aprile, non ha ricevuto ancora la necessaria vidimazione con il Dpr.

Quest’ultimo atto sarebbe stato indispensabile per farlo valere quale fotografia per il riferimento elettorale. E infatti le tempistiche della burocrazia istituzionale erano state scandite in base alla naturale scadenza della legislatura, prevista nella primavera 2023.

E invece l’improvvisa e rocambolesca fine del governo Draghi, con il conseguente scioglimento delle Camere, non ha permesso di emanare il Dpr, creando una situazione di squilibrio, in termini di rappresentanza, tra le regioni. Vale per tutti l’esempio di due regioni confinanti, la Campania e il Lazio. Se si fosse votato col nuovo censimento 2021, – la Campania avrebbe eletto 18 senatori perdendo un parlamentare alla Camera, precisamente nell’area Campania 2, che raggruppa le province di Avellino, Benevento, Caserta e Salerno, che sarebbe scesa da 18 a 17 deputati. Invece, il 25 settembre la regione guidata da De Luca eleggerà 56 parlamentari tra deputati e senatori, proprio come nel 2018. Al contrario del Lazio, che ha ora una popolazione superiore alla confinante Campania ma ne otterrà due in meno, 54. I cittadini del Sud, quindi, per una volta avranno un vantaggio: saranno rappresentati in Parlamento al di là dei propri “meriti”. E il milione circa di elettori emigrati altrove non troveranno corrispondenza di voto nelle loro nuove località di residenza. All’atto pratico un problema non da poco per i leader di partito, alle prese da giorni con l’impresa di far quadrare i conti delle liste elettorali, minate dal combinato disposto tra il Rosatellum e il taglio dei parlamentari, che rende quasi impossibile conciliare le esigenze di Letta, Meloni e compagnia: costruire elenchi competitivi ed evitare solenni arrabbiature da parte dei maggiorenti trombati o inseriti in posizioni impossibili.

Ma ancora una volta nello strano Paese dei 22 governi in 20 anni la burocrazia batte la democrazia. Non è una novità e purtroppo, se la storia ha un valore, non lo sarà mai.

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