Il talento di Mr Trump

Siamo arrivati al fatidico Midterm Usa, le elezioni di medio termine che servono a valutare l’operato del Presidente in carica, eleggere i governatori, riequilibrare le forze nel Congresso e subodorare lo spirito vigente tra gli elettori americani a due anni dalle future presidenziali.

Come abbiamo già visto e provato a raccontare la scorsa settimana, lo scenario di queste elezioni è multisfaccettato e senza dubbio significativo: i repubblicani sono in testa. Nel gradimento, nei sondaggi e nella capacità di condurre il dibattito e influenzare l’elettorato.

La notizia dirompente di questa stagione politica è stata l’annuncio della quasi sicura ricandidatura di Trump per il 2024, mentre Biden continua a perdere colpi, ad accusare i terroristi rossi e ad ammonire i cittadini americani che se non voteranno nel modo giusto, le tenebre trionferanno sulla luce e sul destino della democrazia.

I democratici hanno portato avanti una campagna elettorale che sembrava essere ad una svolta decisiva durante l’estate, quando sono stati bravi a cavalcare le reazioni alla sentenza della Corte Suprema che toglieva la protezione federale al diritto all’aborto.

Adesso però, che c’è da tirare le somme, appaiono deboli e poco costruttivi, rei di non aver risposto adeguatamente alle esigenze di vita vera degli elettori, focalizzandosi solo sulle malefatte degli avversari.

Abbiamo parlato con un esperto, il Professor Mario Del Pero, docente di storia internazionale e storia della politica estera statunitense all’Institut d’études politiques/SciencesPo di Parigi.

Qual è il panorama attuale?
L’America si presenta come un Paese fratturato e diviso. Frattura che si manifesta anche e soprattutto durante il momento elettorale, che in questa epoca è di maggiore polarizzazione. C’è una forte staticità: gli elettori non si muovono, rimangono fissi in un colore o nell’altro. Il Paese resta diviso e l’unico traino che porta la gente a votare è un traino negativo, non un sostegno al proprio partito, ma la paura che possa vincere la controparte, percepita non come un avversario politico ma quasi come un nemico esistenziale.
Tutto ciò, per quanto riguarda le lezioni del midterm, facilita chi sta all’opposizione, come dimostra la storia politica americana, tranne pochissime eccezioni.

Quali sono i motivi di questa “tradizione”infausta?
La ragione principale risiede nel fatto che c’è sempre uno scarto tra le promesse consegnate all’inizio del mandato e i risultati ottenuti dall’amministrazione in carica. Si promette tanto (troppo) e si ottiene poco. Quando poi le politiche pubbliche, nel concreto, ci mettono tempo a prendere corpo, a produrre degli effetti sulla vita delle persone. Gli elettori vogliono vedere i risultati velocemente. Caso esemplificativo fu la riforma sanitaria di Obama del 2010, al tempo impopolare e contestatissima, di cui si sono raccolti i frutti 12 anni dopo e che adesso è assolutamente indiscutibile.

Si tratta di una politica a cui si chiede tutto e subito.
L’altro motivo riguarda la natura stessa del midterm in cui si registra sempre un tasso di partecipazione più basso rispetto alle presidenziali dei due anni precedenti. Queste midterm hanno avuto sì un buon indice di coinvolgimento, ma comunque inferiore a quello che c’è stato nel 2020.
Al midterm, notoriamente, devi galvanizzare la tua base, portare i tuoi alle urne, e questo è più facile per chi non controlla la Casa Bianca. I seguaci dell’opposizione provano grande insoddisfazione rispetto ai due anni di governo appena passati.

Repubblicani e Democratici: chi ha gestito meglio questa campagna elettorale?
Fino alla primavera si dava per scontato quello che probabilmente accadrà, ossia una vittoria repubblicana certa alla Camera dei Rappresentanti, una vittoria repubblicana possibile al Senato e tendenzialmente un risultato migliore dei rossi in tante elezioni statali, anche se i Dem dovrebbero riconquistare stati come il Maryland e il Massachusetts.
All’inizio dell’estate però la situazione sembrò cambiare per via della sentenza della corte suprema federale che aveva mutato gli equilibri. In particolare in Kansas (uno Stato notoriamente conservatore) sici fu un referendum voluto dagli antiabortisti che vide un trionfo pro-choice straordinario. Dopo questo la strada verso il midterm sembrava segnata a favore dei blu.
E invece l’effetto della sentenza sull’aborto è svanito progressivamente, e durante la campagna hanno preso il sopravvento temi più quotidiani e urgenti quali l’economia, il costo della vita, la criminalità, l’immigrazione. E la gente più è scontenta e più va a votare.

Il fronte Biden è debole: anche Kamala Harris? Come mai?
Kamala Harris ha una patente di debolezze politiche. Innanzitutto perché è una neofita della politica,è stata 4 anni al Senato, è giovane e ha poca esperienza. Non solo, non è così colta o brillante come lo era Obama, che seppur in condizioni simili aveva un altro passo, un altro spessore.
Anche durante le primarie, nei dibattiti, la Harris era sempre in difficoltà, evidentemente meno pronta e capace di altre candidate. Però il partito democratico è sempre stato composito, con più donne e minoranze. Lei, una giovane donna mixed race con padre indiano, è stata scelta per riequilibrare il tutto, per bilanciare perfettamente Biden, un uomo bianco e un politico di lungo corso. Dal canto suo Biden è in grande difficoltà, personale prima che politica: ha quasi 80 anni e manifesta quotidianamente, nelle conferenze stampa, quando parla al pubblico, elementi di senilità. È una figura debole e la sua candidatura è debole.

E Trump? La sua ricandidatura non è ancora certa…
Non è stata ancora confermata ma è quasi sicuro si ricandiderà. Ci sono tutti i segnali per pensarlo. Per esempio ha cominciato ad attaccare il governatore della Florida Ron De Santis, che sarebbe il preferito laddove non in corsa non ci fosse il magnante.

Ha buone probabilità di vincere nel 2024?
In due anni tante cose possono cambiare ma se non viene condannato, tendenzialmente sì. Oggi, di sicuro vincerebbe le primarie repubblicane.
In ogni caso l’ex presidente è il maggior traino negativo a galvanizzare la controparte. Se Trump rischiasse di tornare al potere, anche i democratici meno entusiasti, o i nonn convinti che non credono più alla politica, andrebbero a votare per evitare un nuovo governo Trump.

Siamo arrivati al fatidico Midterm Usa, le elezioni di medio termine che servono a valutare l’operato del Presidente in carica, eleggere i governatori, riequilibrare le forze nel Congresso e subodorare lo spirito vigente tra gli elettori americani a due anni dalle future presidenziali.

Come abbiamo già visto e provato a raccontare la scorsa settimana, lo scenario di queste elezioni è multisfaccettato e senza dubbio significativo: i repubblicani sono in testa. Nel gradimento, nei sondaggi e nella capacità di condurre il dibattito e influenzare l’elettorato.

La notizia dirompente di questa stagione politica è stata l’annuncio della quasi sicura ricandidatura di Trump per il 2024, mentre Biden continua a perdere colpi, ad accusare i terroristi rossi e ad ammonire i cittadini americani che se non voteranno nel modo giusto, le tenebre trionferanno sulla luce e sul destino della democrazia.

I democratici hanno portato avanti una campagna elettorale che sembrava essere ad una svolta decisiva durante l’estate, quando sono stati bravi a cavalcare le reazioni alla sentenza della Corte Suprema che toglieva la protezione federale al diritto all’aborto.

Adesso però, che c’è da tirare le somme, appaiono deboli e poco costruttivi, rei di non aver risposto adeguatamente alle esigenze di vita vera degli elettori, focalizzandosi solo sulle malefatte degli avversari.

Abbiamo parlato con un esperto, il Professor Mario Del Pero, docente di storia internazionale e storia della politica estera statunitense all’Institut d’études politiques/SciencesPo di Parigi.

Qual è il panorama attuale?
L’America si presenta come un Paese fratturato e diviso. Frattura che si manifesta anche e soprattutto durante il momento elettorale, che in questa epoca è di maggiore polarizzazione. C’è una forte staticità: gli elettori non si muovono, rimangono fissi in un colore o nell’altro. Il Paese resta diviso e l’unico traino che porta la gente a votare è un traino negativo, non un sostegno al proprio partito, ma la paura che possa vincere la controparte, percepita non come un avversario politico ma quasi come un nemico esistenziale.
Tutto ciò, per quanto riguarda le lezioni del midterm, facilita chi sta all’opposizione, come dimostra la storia politica americana, tranne pochissime eccezioni.

Quali sono i motivi di questa “tradizione”infausta?
La ragione principale risiede nel fatto che c’è sempre uno scarto tra le promesse consegnate all’inizio del mandato e i risultati ottenuti dall’amministrazione in carica. Si promette tanto (troppo) e si ottiene poco. Quando poi le politiche pubbliche, nel concreto, ci mettono tempo a prendere corpo, a produrre degli effetti sulla vita delle persone. Gli elettori vogliono vedere i risultati velocemente. Caso esemplificativo fu la riforma sanitaria di Obama del 2010, al tempo impopolare e contestatissima, di cui si sono raccolti i frutti 12 anni dopo e che adesso è assolutamente indiscutibile.

Si tratta di una politica a cui si chiede tutto e subito.
L’altro motivo riguarda la natura stessa del midterm in cui si registra sempre un tasso di partecipazione più basso rispetto alle presidenziali dei due anni precedenti. Queste midterm hanno avuto sì un buon indice di coinvolgimento, ma comunque inferiore a quello che c’è stato nel 2020.
Al midterm, notoriamente, devi galvanizzare la tua base, portare i tuoi alle urne, e questo è più facile per chi non controlla la Casa Bianca. I seguaci dell’opposizione provano grande insoddisfazione rispetto ai due anni di governo appena passati.

Repubblicani e Democratici: chi ha gestito meglio questa campagna elettorale?
Fino alla primavera si dava per scontato quello che probabilmente accadrà, ossia una vittoria repubblicana certa alla Camera dei Rappresentanti, una vittoria repubblicana possibile al Senato e tendenzialmente un risultato migliore dei rossi in tante elezioni statali, anche se i Dem dovrebbero riconquistare stati come il Maryland e il Massachusetts.
All’inizio dell’estate però la situazione sembrò cambiare per via della sentenza della corte suprema federale che aveva mutato gli equilibri. In particolare in Kansas (uno Stato notoriamente conservatore) sici fu un referendum voluto dagli antiabortisti che vide un trionfo pro-choice straordinario. Dopo questo la strada verso il midterm sembrava segnata a favore dei blu.
E invece l’effetto della sentenza sull’aborto è svanito progressivamente, e durante la campagna hanno preso il sopravvento temi più quotidiani e urgenti quali l’economia, il costo della vita, la criminalità, l’immigrazione. E la gente più è scontenta e più va a votare.

Il fronte Biden è debole: anche Kamala Harris? Come mai?
Kamala Harris ha una patente di debolezze politiche. Innanzitutto perché è una neofita della politica,è stata 4 anni al Senato, è giovane e ha poca esperienza. Non solo, non è così colta o brillante come lo era Obama, che seppur in condizioni simili aveva un altro passo, un altro spessore.
Anche durante le primarie, nei dibattiti, la Harris era sempre in difficoltà, evidentemente meno pronta e capace di altre candidate. Però il partito democratico è sempre stato composito, con più donne e minoranze. Lei, una giovane donna mixed race con padre indiano, è stata scelta per riequilibrare il tutto, per bilanciare perfettamente Biden, un uomo bianco e un politico di lungo corso. Dal canto suo Biden è in grande difficoltà, personale prima che politica: ha quasi 80 anni e manifesta quotidianamente, nelle conferenze stampa, quando parla al pubblico, elementi di senilità. È una figura debole e la sua candidatura è debole.

E Trump? La sua ricandidatura non è ancora certa…
Non è stata ancora confermata ma è quasi sicuro si ricandiderà. Ci sono tutti i segnali per pensarlo. Per esempio ha cominciato ad attaccare il governatore della Florida Ron De Santis, che sarebbe il preferito laddove non in corsa non ci fosse il magnante.

Ha buone probabilità di vincere nel 2024?
In due anni tante cose possono cambiare ma se non viene condannato, tendenzialmente sì. Oggi, di sicuro vincerebbe le primarie repubblicane.
In ogni caso l’ex presidente è il maggior traino negativo a galvanizzare la controparte. Se Trump rischiasse di tornare al potere, anche i democratici meno entusiasti, o i nonn convinti che non credono più alla politica, andrebbero a votare per evitare un nuovo governo Trump.

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