Attualità

Il Taser, un’arma di ipocrisia politica

di Giuseppe Tiani -


Taser, la genesi risale al Governo Renzi e al DL-Stadi n. 119 del 2014 per il contrasto alla violenza negli stadi, che ne introdusse la sperimentazione. Infatti, le commissioni Giustizia e Affari costituzionali della Camera dei deputati approvarono un emendamento al DL-Stadi, presentato dal forzista Gregorio Fontana, che disponeva la sperimentale del Taser da parte delle forze di polizia. Il M5S fu molto critico con l’introduzione della sperimentazione del Taser, perché ai deputati del M5S non erano chiari i costi, le città scelte per la fase sperimentale, furono Milano, Brindisi, Caserta e Reggio Emilia.

Il tempo della sperimentazione

Nel 2018 con il primo Governo Conte con Ministro dell’Interno Salvini, la sperimentazione fu estesa alle città di Torino, Firenze, Genova, Palermo, Napoli, Padova, Catania e Salvini annunciò la volontà di renderlo operativo in tutto il Paese. Il 2019 in costanza del primo Governo Conte, le prime pattuglie furono munite della dotazione Taser nelle città sperimentali. Il 2020 il secondo Governo Conte con Ministro dell’Interno Lamorgese, con la pandemia in atto rallenta la distribuzione, ma proseguirono le procedure di verifica e formazione del personale. A luglio del 2021 con il Governo Draghi e Ministro dell’Interno Lamorgese, viene annunciato l’avvio dell’uso del Taser in 18 città italiane, entro la fine del 2021 sarà prevista l’estensione progressiva. Nel 2022 anno dell’avvicendamento del Governi Draghi con quello Meloni, il Taser viene esteso a un numero maggiore di province e si apre il dibattito sulla dotazione anche alla Polizia locale. Nel 2023 con il Governo Meloni e Ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, l’arma diventa dotazione ordinaria delle forze di polizia in quasi tutto il Paese.

Che cos’è il Taser

Il Taser è un’arma concepita per immobilizzare temporaneamente un individuo violento e aggressivo, limitando drasticamente l’eventuale uso d’armi da fuoco, ma il suo impiego ha scatenato critiche di chi lo ritiene un segno della deriva securitaria, simbolo di uno Stato repressivo. Posizioni, che, come emerge dalla breve genesi storica, rivela evidenti contraddizioni.

Alle forze di polizia si è rimproverato nel corso del tempo, di essere dotate di strumenti ritenuti “violenti” come la pistola, lo sfollagente (impropriamente assimilato al manganello) o l’uso delle manette, salvo poi contestare un dispositivo concepito per ridurre il rischio di letalità negli interventi che, nella scala dell’uso della forza, si colloca come soluzione intermedia al fine di prevenire conseguenze ben più gravi.

Nel paese delle contraddizioni e dei paradossi, si denuncia lo Stato di polizia se un agente estrae legittimamente la pistola in una situazione di pericolo attuale e crescente, poi si grida in maniera scomposta allo Stato securitario se si introduce uno strumento che sostituisce l’uso della pistola in molti teatri operativi. Si confonde la legittimità della critica con gli eventuali abusi di potere, che prima devono essere accertati, con il rifiuto aprioristico di strumenti di contenimento della violenza, come se l’ordine pubblico possa garantirsi con parole pacificatrici e buone intenzioni, tra l’altro, un modus operandi che gli operatori di polizia adottano in ogni intervento.

L’ipocrisia e la strumentalità del dibattito politico, sta nel non voler guardare al Taser come dispositivo utile, non risolutivo, certo, ma necessario nei contesti violenti ad alta tensione crescente e sempre più frequenti, aspetti che non devono occultare i limiti che emergono e vanno riconosciuti, ma rifiutarlo significa ignorare che lo scontro fisico ha rischi più elevati per il fermato e per gli agenti che hanno l’obbligo d’intervenire.

In sintesi, il Taser non incarna lo spettro securitario, ma piuttosto una narrazione manipolata che piega il dibattito sulla sicurezza a logiche politiche confuse e contraddittorie ma utili per lo scontro politico. Ma le fenomenologie violente che i poliziotti affrontano per le strade, sono diverse dai salotti da thè con sottofondo Jazz, in cui si discute di visioni politiche. Taser, basta pronunciarlo per evocare un mondo orwelliano, pur non essendo lo strumento di un Leviatano armato, bensì il tentativo di ridurre la violenza quando la polizia interviene, certo non va demonizzato o santificato, ma l’ipocrisia di un dibattito fuorviante è lampante se si rappresenta il Taser come feticcio, anziché discutere del suo uso in sicurezza e degli eventuali limiti, di regole d’ingaggio e protocolli formativi in sicurezza per gli operatori di polizia. Le critiche alla polizia non possono passare per la demonizzazione di uno strumento e del lavoro degli agenti, ma per la trasparenza delle procedure d’impiego e formazione di chi lo deve impugnare. Fingere che sicurezza e ordine pubblico possano amministrarsi con il dialogo e la moral suasion, è un’illusione comoda, certo, ma profondamente ipocrita. L’equilibrio tra libertà individuale e sicurezza collettiva passa attraverso scelte responsabili e non per vacui slogan.


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