Il tempo: legittima fregatura

di Elisabetta Aldrovrandi

Al peggio non c’è mai fine. È un motto usato per indicare sventure temute o reali, che invece di risolversi, nel tempo si trasformano in danni ancora più gravi a causa di un effetto domino devastante. Per Franco Birolo, tabaccaio padovano, il peggio ha inizio nella notte tra il 25 e il 26 aprile 2012, quando una banda di rapinatori entra nel suo negozio. Lui sta dormendo al piano di sopra con la moglie e la figlia adolescente.
Si sveglia di soprassalto per il frastuono della vetrata sfondata da un’auto usata come ariete. Scende le scale impugnando una pistola regolarmente detenuta, e si trova faccia a faccia con uno dei rapinatori che ha tra le mani il registratore di cassa. Birolo teme per la sua incolumità: pensa che l’uomo stia per lanciargli addosso il pesante oggetto. Spara. Il rapinatore muore.
Indagato per omicidio volontario e rinviato a giudizio per eccesso colposo di legittima difesa, nel 2016 è condannato a due anni e otto mesi di carcere e a risarcire 325.000 euro alla famiglia del ragazzo. Sentenza poi ribaltata in appello, nel marzo 2017, quando Birolo è assolto perché la Corte ritiene sussistente la legittima difesa putativa. Ossia, ha legittimamente ritenuto di essere in pericolo di vita, e ha sparato per difendersi. La Cassazione, nel 2019, pone fine alla gogna giudiziaria e mediatica, confermando definitivamente la sentenza di appello. Birolo è un uomo libero. Ma distrutto. Sette anni di processi per difendersi dall’accusa di avere colposamente ucciso un rapinatore entrato nel suo negozio, l’hanno costretto a sostenere spese enormi. La sua famiglia è rimasta fortemente provata dalla vicenda, emotivamente e psicologicamente. Continuare l’attività di tabaccaio era diventato impossibile. Birolo ha venduto tutto e oggi fa il contadino, lontano dalle aule di tribunale e dalle luci della ribalta che l’hanno visto spesso ospite in programmi Tv e intervistato sui giornali. Perché Franco Birolo non ha portato avanti solo una battaglia personale. Ha combattuto, insieme all’Osservatorio Nazionale Sostegno Vittime, per la riforma della legittima difesa, diventata legge il 26 aprile 2019, esattamente e simbolicamente 7 anni dopo quella notte sventurata. È una riforma che mira a rendere più veloce e a facilitare l’accertamento della verità in casi simili a quello che ha coinvolto Birolo, e non solo lui. Perché non è degno di uno Stato di diritto che chi si difende in casa sua da un malvivente entrato per rubare e aggredire debba affrontare anni di processi e dare fondo ai risparmi di una vita, o indebitarsi fino al collo, per dimostrare la propria innocenza. L’errore di fondo di queste vicende è considerare chi commette un reato e si mette volontariamente nella condizione di pericolo, violando per primo il domicilio altrui, alla stregua di chi tiene una condotta nel rispetto delle regole e, ciò nonostante resta vittima di un reato. Non c’entra nulla il valore della vita. Vale tanto quella della vittima quanto quella dell’aggressore. Ma se una persona si difende da un pericolo attuale e ingiusto non può essere punita, e soprattutto non può aspettare sette anni per ottenere giustiziaLa fine, però, per Birolo non è ancora arrivata. Dopo la sentenza di Cassazione, la famiglia del rapinatore ha avviato una richiesta risarcitoria, poiché l’assoluzione ha riconosciuto sì la legittima difesa, ma putativa: al processo è stato dimostrato che non era certo che il rapinatore stesse per colpire il tabaccaio con un registratore di cassa, ma Birolo non poteva saperlo, e ha sparato per difendersi. Questo significa che, nonostante l’assoluzione penale, la parte lesa può ricorrere in sede civile. Ai posteri, si spera non di Birolo, visto che ormai sono passati oltre 10 anni, l’ardua sentenza su un fatto che non sembra avere fine. Al suo peggio.

di Elisabetta Aldrovrandi

Al peggio non c’è mai fine. È un motto usato per indicare sventure temute o reali, che invece di risolversi, nel tempo si trasformano in danni ancora più gravi a causa di un effetto domino devastante. Per Franco Birolo, tabaccaio padovano, il peggio ha inizio nella notte tra il 25 e il 26 aprile 2012, quando una banda di rapinatori entra nel suo negozio. Lui sta dormendo al piano di sopra con la moglie e la figlia adolescente.
Si sveglia di soprassalto per il frastuono della vetrata sfondata da un’auto usata come ariete. Scende le scale impugnando una pistola regolarmente detenuta, e si trova faccia a faccia con uno dei rapinatori che ha tra le mani il registratore di cassa. Birolo teme per la sua incolumità: pensa che l’uomo stia per lanciargli addosso il pesante oggetto. Spara. Il rapinatore muore.
Indagato per omicidio volontario e rinviato a giudizio per eccesso colposo di legittima difesa, nel 2016 è condannato a due anni e otto mesi di carcere e a risarcire 325.000 euro alla famiglia del ragazzo. Sentenza poi ribaltata in appello, nel marzo 2017, quando Birolo è assolto perché la Corte ritiene sussistente la legittima difesa putativa. Ossia, ha legittimamente ritenuto di essere in pericolo di vita, e ha sparato per difendersi. La Cassazione, nel 2019, pone fine alla gogna giudiziaria e mediatica, confermando definitivamente la sentenza di appello. Birolo è un uomo libero. Ma distrutto. Sette anni di processi per difendersi dall’accusa di avere colposamente ucciso un rapinatore entrato nel suo negozio, l’hanno costretto a sostenere spese enormi. La sua famiglia è rimasta fortemente provata dalla vicenda, emotivamente e psicologicamente. Continuare l’attività di tabaccaio era diventato impossibile. Birolo ha venduto tutto e oggi fa il contadino, lontano dalle aule di tribunale e dalle luci della ribalta che l’hanno visto spesso ospite in programmi Tv e intervistato sui giornali. Perché Franco Birolo non ha portato avanti solo una battaglia personale. Ha combattuto, insieme all’Osservatorio Nazionale Sostegno Vittime, per la riforma della legittima difesa, diventata legge il 26 aprile 2019, esattamente e simbolicamente 7 anni dopo quella notte sventurata. È una riforma che mira a rendere più veloce e a facilitare l’accertamento della verità in casi simili a quello che ha coinvolto Birolo, e non solo lui. Perché non è degno di uno Stato di diritto che chi si difende in casa sua da un malvivente entrato per rubare e aggredire debba affrontare anni di processi e dare fondo ai risparmi di una vita, o indebitarsi fino al collo, per dimostrare la propria innocenza. L’errore di fondo di queste vicende è considerare chi commette un reato e si mette volontariamente nella condizione di pericolo, violando per primo il domicilio altrui, alla stregua di chi tiene una condotta nel rispetto delle regole e, ciò nonostante resta vittima di un reato. Non c’entra nulla il valore della vita. Vale tanto quella della vittima quanto quella dell’aggressore. Ma se una persona si difende da un pericolo attuale e ingiusto non può essere punita, e soprattutto non può aspettare sette anni per ottenere giustiziaLa fine, però, per Birolo non è ancora arrivata. Dopo la sentenza di Cassazione, la famiglia del rapinatore ha avviato una richiesta risarcitoria, poiché l’assoluzione ha riconosciuto sì la legittima difesa, ma putativa: al processo è stato dimostrato che non era certo che il rapinatore stesse per colpire il tabaccaio con un registratore di cassa, ma Birolo non poteva saperlo, e ha sparato per difendersi. Questo significa che, nonostante l’assoluzione penale, la parte lesa può ricorrere in sede civile. Ai posteri, si spera non di Birolo, visto che ormai sono passati oltre 10 anni, l’ardua sentenza su un fatto che non sembra avere fine. Al suo peggio.

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