Il Vaffa di Silvio che cambia le regole

Silvio Berlusconi che spedisce a quel paese con espressione propria da grottino, tavernetta vernacolare, l’imminente seconda carica dello Stato Ignazio La Russa, rabbia trattenuta appena in volto, labiale incontrovertibile rilevato subito dalla diretta Sky di Stefania Pinna, libera per l’eterno tutti noi dall’ipocrisia della politica. Dall’ordinaria dialettica di un gioco che d’ora in avanti non sarà più soltanto, come diceva un saggio profeta, “sangue e merda”, ma altrettanto potrà custodire nel profondo del suo blazer ministeriale “Davide Cenci” un sentito bisogno di ciò che altrove, in nome dall’ipocrita pubblica decenza, vien detto turpiloquio; pulsione infine non più mediata dal galateo istituzionale, dai manuali “Cencelli”, dalle convenienze parlamentari.

D’abitudine, per definizione ufficiale e protocollare, la discussione politica è ispirata all’arte della studiata ipocrisia: mediazione, scienza del possibile che prova a trattenere la stizza che si fa altrove, tra la plebe di strada, offesa diretta. Mai più lessico compito che a sua volta, in verità, cela invece il ghigno, l’implicito insulto.

La storia degli annali parlamentari mostravano un tempo tutt’altro, tolto qualche sfogo involontario dei peones. I democristiani, perfino i comunisti, gli uomini tutti dell’Arco costituzionale, creature attente o addiruttura timorate, curiali, anche nei momenti cruciali e problematici delle discussioni, possedevano il senso del limite doveroso.

Ciò che invece il feto nato boccheggiante del governo di Giorgia Meloni ora pubblicamente prospetta nel suo stentato divenire quotidiano, a dispetto d’ogni altrove ventilata misura istituzionale, sia detto perfino al di là dello specifico microstorico odierno, ci sta facendo dono di una conflittualità trattenuta a malapena, pronta a rivelarsi in all’acme della sua oscena imperfettibile vera sincerità.

Vizi pubblici e virtù ormai unicamente private, dunque. Così sia. Parrebbe quasi che l’irritazione scurrile condominiale televisiva, metti, di un “Grande fratello vip” o di “Ballando con le stelle”, si perdoni il riferimento prosaico riferito all’abisso mediatico spettacolare, sia ormai simmetrica alla caduta d’ogni inibizione scatologica che giunge dalla politica e dai suoi mancati traccheggiamenti. Ora, in tutta la sua nudità, si svela la commedia dei magheggi che abbandona la “camera caritatis”, il confessionale, la sagrestia. Lo sbraco smette così d’essere intimo, esce perfino dalle segrete stanze delle segreterie particolari, delle aule delle commissioni, lascia perfino l’abitacolo delle auto blu occupate dagli aspiranti statisti lì infuriati al cellulare per l’incarico mancato istanti prima di raggiungere l’aula di Montecitorio; gli autisti, umano paradigma della pochade politico-ministeriale capitolina, lì testimoni, a cinicamente ridere, la mano sul pacco, del “principale”: onorevole, senatore, ministro in pectore. E’ il “liberi tutti”. Unicamente voglia di non meno liberatoria volgarità, desiderio irrefrenabile di dirla tutta. Il re è nudo, così come il già citato deputato, altrettanto il senatore, non meno l’aspirante sottosegretario, l’aspirante ministro, l’aspirante seconda o terza carica dello Stato.

Non sarà proprio l’orgia del potere di memoria golpistica nera, appare invece piuttosto l’attenzione per l’interesse particolare. Il water di Pandora della misura si è rotto, non ci sono problemi poiché non ci sono soluzioni, resta, unica necessità, assicurare a se stessi continuità in una posizione apicale, anche innalzando il “vaffanculo”. Il blazer nuovamente ringrazia. Non sarà però lo stesso “vaffa” da gazebi al Circo Massimo di Beppe Grillo e della sua muta, semmai un qualcosa che assomigli alle baruffe tra cognati dopo l’ammazzacaffè che segue la prima comunione del primogenito.
Se inizialmente il potere, no, il Palazzo, veniva raccontato da Elio Petri in “Toto modo”, film catacombale tratto dal nero su nero di Leonardo Sciascia con tinte lugubri chiaroscurali degne di Rembrandt, sembra ora di assistere a “Cinico TV” di Ciprì e Maresco, mancano al momento i peti, meglio, le scorregge, non è escluso tuttavia che assai presto possano giungere anche quelle, nuovamente in blazer.

Silvio Berlusconi che spedisce a quel paese con espressione propria da grottino, tavernetta vernacolare, l’imminente seconda carica dello Stato Ignazio La Russa, rabbia trattenuta appena in volto, labiale incontrovertibile rilevato subito dalla diretta Sky di Stefania Pinna, libera per l’eterno tutti noi dall’ipocrisia della politica. Dall’ordinaria dialettica di un gioco che d’ora in avanti non sarà più soltanto, come diceva un saggio profeta, “sangue e merda”, ma altrettanto potrà custodire nel profondo del suo blazer ministeriale “Davide Cenci” un sentito bisogno di ciò che altrove, in nome dall’ipocrita pubblica decenza, vien detto turpiloquio; pulsione infine non più mediata dal galateo istituzionale, dai manuali “Cencelli”, dalle convenienze parlamentari.

D’abitudine, per definizione ufficiale e protocollare, la discussione politica è ispirata all’arte della studiata ipocrisia: mediazione, scienza del possibile che prova a trattenere la stizza che si fa altrove, tra la plebe di strada, offesa diretta. Mai più lessico compito che a sua volta, in verità, cela invece il ghigno, l’implicito insulto.

La storia degli annali parlamentari mostravano un tempo tutt’altro, tolto qualche sfogo involontario dei peones. I democristiani, perfino i comunisti, gli uomini tutti dell’Arco costituzionale, creature attente o addiruttura timorate, curiali, anche nei momenti cruciali e problematici delle discussioni, possedevano il senso del limite doveroso.

Ciò che invece il feto nato boccheggiante del governo di Giorgia Meloni ora pubblicamente prospetta nel suo stentato divenire quotidiano, a dispetto d’ogni altrove ventilata misura istituzionale, sia detto perfino al di là dello specifico microstorico odierno, ci sta facendo dono di una conflittualità trattenuta a malapena, pronta a rivelarsi in all’acme della sua oscena imperfettibile vera sincerità.

Vizi pubblici e virtù ormai unicamente private, dunque. Così sia. Parrebbe quasi che l’irritazione scurrile condominiale televisiva, metti, di un “Grande fratello vip” o di “Ballando con le stelle”, si perdoni il riferimento prosaico riferito all’abisso mediatico spettacolare, sia ormai simmetrica alla caduta d’ogni inibizione scatologica che giunge dalla politica e dai suoi mancati traccheggiamenti. Ora, in tutta la sua nudità, si svela la commedia dei magheggi che abbandona la “camera caritatis”, il confessionale, la sagrestia. Lo sbraco smette così d’essere intimo, esce perfino dalle segrete stanze delle segreterie particolari, delle aule delle commissioni, lascia perfino l’abitacolo delle auto blu occupate dagli aspiranti statisti lì infuriati al cellulare per l’incarico mancato istanti prima di raggiungere l’aula di Montecitorio; gli autisti, umano paradigma della pochade politico-ministeriale capitolina, lì testimoni, a cinicamente ridere, la mano sul pacco, del “principale”: onorevole, senatore, ministro in pectore. E’ il “liberi tutti”. Unicamente voglia di non meno liberatoria volgarità, desiderio irrefrenabile di dirla tutta. Il re è nudo, così come il già citato deputato, altrettanto il senatore, non meno l’aspirante sottosegretario, l’aspirante ministro, l’aspirante seconda o terza carica dello Stato.

Non sarà proprio l’orgia del potere di memoria golpistica nera, appare invece piuttosto l’attenzione per l’interesse particolare. Il water di Pandora della misura si è rotto, non ci sono problemi poiché non ci sono soluzioni, resta, unica necessità, assicurare a se stessi continuità in una posizione apicale, anche innalzando il “vaffanculo”. Il blazer nuovamente ringrazia. Non sarà però lo stesso “vaffa” da gazebi al Circo Massimo di Beppe Grillo e della sua muta, semmai un qualcosa che assomigli alle baruffe tra cognati dopo l’ammazzacaffè che segue la prima comunione del primogenito.
Se inizialmente il potere, no, il Palazzo, veniva raccontato da Elio Petri in “Toto modo”, film catacombale tratto dal nero su nero di Leonardo Sciascia con tinte lugubri chiaroscurali degne di Rembrandt, sembra ora di assistere a “Cinico TV” di Ciprì e Maresco, mancano al momento i peti, meglio, le scorregge, non è escluso tuttavia che assai presto possano giungere anche quelle, nuovamente in blazer.

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