Impresa italiana prima danneggiata in Ue Il primo bilancio dalle regioni adriatiche

Arrivano i numeri della crisi bellica, e le regioni adriatiche risultano tra le prime danneggiate. Gli esperti spiegano che nei prossimi giorni il danno verrà accusato in tutto lo Stivale, soprattutto dall’industria dell’auto. Da un rapido calcolo, le sanzioni comminate alla Russia peseranno soprattutto sulle imprese italiane, e con una perdita secca del cinquanta per cento sul fatturato del 2022. Così, dopo la crisi da pandemia, c’è un altro buon motivo per chiudere i battenti. Ma il fallimento delle aziende è stato previsto, e forse auspicato, da Mario Draghi. Quest’ultimo, oltre a lavorare per la propria poltrona alla Nato, è risaputo consideri la piccola e media impresa una palla al piede da eliminare. Le regioni maggiormente danneggiate dalla crisi Russia-Ucraina sono le manifatturiere lungo l’Adriatico, dal Veneto alla Puglia.
Tra le Regioni italiane maggiormente danneggiate dalla guerra risulta al primo posto l’Emilia-Romagna, con i suoi 114,2 milioni di beni esportati verso la Russia, mentre la Lombardia perderà circa 55,3 milioni. In particolare, la Lombardia rileva vendite verso l’Ucraina per un valore di 38,7 milioni. Ma Tra i maggiori esportatori verso Kiev troviamo anche l’Abruzzo, che vede compromessi 19,6 milioni di export.
Per fare andare ad altri esempi, nell’anno di piena pandemia 2020 le Marche hanno esportato in Russia merci per un valore di oltre 274milioni di euro. Il solo comparto calzaturiero marchigiano esporta verso la Russia circa il 90% della sua produzione. Da circa due mesi la merce da spedire è ferma ed i pagamenti sono bloccati. Così le Marche s’erano difese dalla pandemia, anche se con non pochi danni sul fronte turistico (come tutto d’Adriatico del resto), ed ora cadono in crisi a causa dalle sanzioni belliche. Il presidente della Regione Marche Francesco Acquaroli insieme all’assessore alle Attività produttive Mirco Carloni ed al presidente della Camera di Commercio delle Marche Gino Sabatini, si stanno azionando con le associazioni di categoria per trovare soluzioni e mercati alternativi. Ma il problema sembra durerà più della stessa crisi da pandemia. “Alcune nostre imprese hanno una forte propensione per i mercati russi e anche per quello ucraino e in generale per l’area asiatica – ha detto Mirco Carloni durante una riunione con i rappresentati d’impresa -. Quanto sta accadendo rischia di creare una incertezza molto pesante per molti produttori soprattutto del settore fashion, moda e scarpe. Per questo motivo insieme al presidente Acquaroli ed al presidente della Camera di Commercio Sabatini abbiamo convocato il tavolo per decidere insieme delle strategie. Abbiamo già in mente alcune idee che percorreremo rapidamente senza perdere tempo cercando di creare, se possibile, un sollievo alle eventuali perdite di fatturato delle nostre aziende”. Nel 2020 le Marche hanno esportato verso la Russia principalmente prodotti del settore Calzaturiero per un valore di oltre 91milioni di euro: circa il 33,3% delle esportazioni marchigiane verso la Russia (27,2 % di quanto esportato dall’Italia in Russia). Nel 2019, causa pandemia, le esportazioni del settore calzaturiero marchigiano verso la Russia s’erano già contratte del 24,7%. Poi c’è il settore “apparecchi elettrici” che rappresenta il 14,8% dell’export marchigiano verso la Russia, quindi la meccanica il 13,5% ed il mobile il 9,8%.
Dopo le Marche c’è il Veneto tra le regioni più colpite da caro energia, export e mancati scambi commerciali. Sulle imprese del Nordest, che devono il 50% del loro fatturato alla Russia, sta calando una pesantissima crisi economica. Il presidente di Confindustria Veneto, Enrico Carraro, chiede venga prodotta energia, anche da impianti di fonte rinnovabile, perché il rischio è che si fermi la produzione. “Sono infatti al vaglio del consiglio regionale – spiega Carraro – due progetti di legge, uno sul fotovoltaico e l’altro sull’idroelettrico”. Ma il presidente di Confindustria Veneto aggiunge che la burocrazia s’aggiunge alla guerra e “anziché facilitare la realizzazione di impianti nel pieno rispetto delle norme nazionali vigenti in materia, introducono vincoli o limiti ulteriori che rischiano di rallentare, se non di impedire tout cour, la realizzazione o la prosecuzione dei lavori per la produzione di energia pulita”.
Anche Confimi Industria (associazione di categoria del manifatturiero) spiega che il 40% delle imprese italiane fa affari con area russofona.
L’indagine condotta agli associati di Confimi Industria fa emergere che, le aziende italiane intrattengono rapporti commerciali con Russia, Ucraina ed in misura minore con la Bielorussia. Il 30% delle imprese non sa ancora valutare l’impatto della guerra, mentre il restante 70% parla di perdite abbastanza variegate: comunque un minimo del 15% di danno al fatturato lo stanno già subendo tutte le imprese.
Il report realizzato dall’Osservatorio Economico Aforisma fa un quadro dei danni da guerra che sta subendo la Puglia. Da gennaio a settembre 2021, la Puglia ha esportato verso l’Ucraina quasi 11 milioni di euro contro i 152 milioni di euro riferiti ai prodotti importati: bilancia commerciale passiva, perché il valore delle esportazioni risulta inferiore rispetto a quello delle importazioni (uscita netta di capitale monetario). Ma analizziamo il fenomeno, e perché dalla Puglia passa gran parte del grano russo ed ucraino che entra in Europa. Nel 2020 le esportazioni dalla Puglia all’Ucraina hanno raggiunto il valore di 18 milioni di euro, mentre nel 2019 il valore è stato di 12 milioni e nel 2018 di 9 milioni. Il saldo della bilancia commerciale tra due Paesi determina il tasso di cambio delle rispettive valute. Da questi dati emerge che il prezzo di grano e cereali sale notevolmente per la guerra, ed è ben noto il fabbisogno cerealicolo pugliese per l’industria della pasta e dei prodotti da forno. L’Ucraina è considerata il “granaio d’Europa”, e la Puglia era fino a quarant’anni fa il “granaio d’Italia”. L’Italia importa dall’Ucraina ogni anno circa 120 milioni di chili di grano (altri 100 milioni ne importa dalla Russia). Ma la Puglia importa da Ucraina e Russia anche articoli in gomma e materie plastiche, mentre esporta macchinari ed apparecchiature.
In Abruzzo invece sono 16.823 le imprese che subiscono l’impatto della guerra Russia-Ucraina: un totale di 77.682 addetti a rischio perdita di lavoro. Pari al 17,4% del totale delle imprese attive in Abruzzo, con 24,8% dell’occupazione dell’intero sistema imprenditoriale abruzzese. Tra i primi effetti della situazione, oltre alla carenza di materie prime vi sono l’aumento dei costi dell’energia: +360% al Kilowattora rispetto al 2021 e gasolio al +46%. I dati emergono da un’analisi condotta dal “Centro studi di Confartigianato Imprese Chieti L’Aquila”, e su dati della Confederazione nazionale degli artigiani. I dati si riferiscono alle imprese nei settori più esposti all’escalation dei prezzi dell’energia: carenza di materie prime provenienti dai Paesi teatro di guerra, caro-carburanti, aziende attive nei territori con un peso della spesa dei turisti provenienti dalla Russia e delle vendite in Russia e Ucraina di macchinari e prodotti della moda. Delle imprese abruzzesi, 11.110 appartengono al settore costruzioni: il comparto, 33.156 addetti, è il più colpito dalla carenza di materie prime provenienti da Russia-Ucraina. Soffrono anche le industrie alimentari (1.747; 10.673 addetti) e quelle della fabbricazione di prodotti in metallo (1.289 con 10.055 addetti). Riguardo al caro-carburanti, il settore più duramente colpito è trasporto e magazzinaggio: 2.035 imprese e 13.179 addetti. Delle 16.823 in prima linea per impatto della guerra, il 99,2% sono micro e piccole (Mpi), cioè fino a 49 addetti: un totale di 54.098 lavoratori. “Le imprese – afferma Daniele Giangiulli (direttore generale di Confartigianato Chieti L’Aquila) – sono al collasso perché non si aspettavano questo ulteriore aumento di costi fissi in tema di energia e gas. Ci sono i primi casi di autotrasportatori che bloccano i mezzi, perché conviene fermarsi piuttosto che lavorare in perdita. Inoltre, agli effetti sulla nostra economia delle sanzioni imposte alla Russia si aggiunge un elemento estremamente preoccupante: sta venendo meno quel clima di fiducia che, tra mille fatiche, gli imprenditori erano riusciti a recuperare, dopo due anni di pandemia”. Le prime regioni a subire la crisi sono le adriatiche, l’Emilia-Romagna non ha ancora quantificato il danno per ogni settore ma solo il valore complessivo delle mancate esportazioni. Gli studi prevedono che la Romagna subirà inesorabilmente il contraccolpo turistico, dovuto all’assenza di russi, ucraini e cittadini dell’est Europa in alberghi e pensioni: più del 60% del fatturato proveniva da avventori provenienti dalle aree in guerra.

Arrivano i numeri della crisi bellica, e le regioni adriatiche risultano tra le prime danneggiate. Gli esperti spiegano che nei prossimi giorni il danno verrà accusato in tutto lo Stivale, soprattutto dall’industria dell’auto. Da un rapido calcolo, le sanzioni comminate alla Russia peseranno soprattutto sulle imprese italiane, e con una perdita secca del cinquanta per cento sul fatturato del 2022. Così, dopo la crisi da pandemia, c’è un altro buon motivo per chiudere i battenti. Ma il fallimento delle aziende è stato previsto, e forse auspicato, da Mario Draghi. Quest’ultimo, oltre a lavorare per la propria poltrona alla Nato, è risaputo consideri la piccola e media impresa una palla al piede da eliminare. Le regioni maggiormente danneggiate dalla crisi Russia-Ucraina sono le manifatturiere lungo l’Adriatico, dal Veneto alla Puglia.
Tra le Regioni italiane maggiormente danneggiate dalla guerra risulta al primo posto l’Emilia-Romagna, con i suoi 114,2 milioni di beni esportati verso la Russia, mentre la Lombardia perderà circa 55,3 milioni. In particolare, la Lombardia rileva vendite verso l’Ucraina per un valore di 38,7 milioni. Ma Tra i maggiori esportatori verso Kiev troviamo anche l’Abruzzo, che vede compromessi 19,6 milioni di export.
Per fare andare ad altri esempi, nell’anno di piena pandemia 2020 le Marche hanno esportato in Russia merci per un valore di oltre 274milioni di euro. Il solo comparto calzaturiero marchigiano esporta verso la Russia circa il 90% della sua produzione. Da circa due mesi la merce da spedire è ferma ed i pagamenti sono bloccati. Così le Marche s’erano difese dalla pandemia, anche se con non pochi danni sul fronte turistico (come tutto d’Adriatico del resto), ed ora cadono in crisi a causa dalle sanzioni belliche. Il presidente della Regione Marche Francesco Acquaroli insieme all’assessore alle Attività produttive Mirco Carloni ed al presidente della Camera di Commercio delle Marche Gino Sabatini, si stanno azionando con le associazioni di categoria per trovare soluzioni e mercati alternativi. Ma il problema sembra durerà più della stessa crisi da pandemia. “Alcune nostre imprese hanno una forte propensione per i mercati russi e anche per quello ucraino e in generale per l’area asiatica – ha detto Mirco Carloni durante una riunione con i rappresentati d’impresa -. Quanto sta accadendo rischia di creare una incertezza molto pesante per molti produttori soprattutto del settore fashion, moda e scarpe. Per questo motivo insieme al presidente Acquaroli ed al presidente della Camera di Commercio Sabatini abbiamo convocato il tavolo per decidere insieme delle strategie. Abbiamo già in mente alcune idee che percorreremo rapidamente senza perdere tempo cercando di creare, se possibile, un sollievo alle eventuali perdite di fatturato delle nostre aziende”. Nel 2020 le Marche hanno esportato verso la Russia principalmente prodotti del settore Calzaturiero per un valore di oltre 91milioni di euro: circa il 33,3% delle esportazioni marchigiane verso la Russia (27,2 % di quanto esportato dall’Italia in Russia). Nel 2019, causa pandemia, le esportazioni del settore calzaturiero marchigiano verso la Russia s’erano già contratte del 24,7%. Poi c’è il settore “apparecchi elettrici” che rappresenta il 14,8% dell’export marchigiano verso la Russia, quindi la meccanica il 13,5% ed il mobile il 9,8%.
Dopo le Marche c’è il Veneto tra le regioni più colpite da caro energia, export e mancati scambi commerciali. Sulle imprese del Nordest, che devono il 50% del loro fatturato alla Russia, sta calando una pesantissima crisi economica. Il presidente di Confindustria Veneto, Enrico Carraro, chiede venga prodotta energia, anche da impianti di fonte rinnovabile, perché il rischio è che si fermi la produzione. “Sono infatti al vaglio del consiglio regionale – spiega Carraro – due progetti di legge, uno sul fotovoltaico e l’altro sull’idroelettrico”. Ma il presidente di Confindustria Veneto aggiunge che la burocrazia s’aggiunge alla guerra e “anziché facilitare la realizzazione di impianti nel pieno rispetto delle norme nazionali vigenti in materia, introducono vincoli o limiti ulteriori che rischiano di rallentare, se non di impedire tout cour, la realizzazione o la prosecuzione dei lavori per la produzione di energia pulita”.
Anche Confimi Industria (associazione di categoria del manifatturiero) spiega che il 40% delle imprese italiane fa affari con area russofona.
L’indagine condotta agli associati di Confimi Industria fa emergere che, le aziende italiane intrattengono rapporti commerciali con Russia, Ucraina ed in misura minore con la Bielorussia. Il 30% delle imprese non sa ancora valutare l’impatto della guerra, mentre il restante 70% parla di perdite abbastanza variegate: comunque un minimo del 15% di danno al fatturato lo stanno già subendo tutte le imprese.
Il report realizzato dall’Osservatorio Economico Aforisma fa un quadro dei danni da guerra che sta subendo la Puglia. Da gennaio a settembre 2021, la Puglia ha esportato verso l’Ucraina quasi 11 milioni di euro contro i 152 milioni di euro riferiti ai prodotti importati: bilancia commerciale passiva, perché il valore delle esportazioni risulta inferiore rispetto a quello delle importazioni (uscita netta di capitale monetario). Ma analizziamo il fenomeno, e perché dalla Puglia passa gran parte del grano russo ed ucraino che entra in Europa. Nel 2020 le esportazioni dalla Puglia all’Ucraina hanno raggiunto il valore di 18 milioni di euro, mentre nel 2019 il valore è stato di 12 milioni e nel 2018 di 9 milioni. Il saldo della bilancia commerciale tra due Paesi determina il tasso di cambio delle rispettive valute. Da questi dati emerge che il prezzo di grano e cereali sale notevolmente per la guerra, ed è ben noto il fabbisogno cerealicolo pugliese per l’industria della pasta e dei prodotti da forno. L’Ucraina è considerata il “granaio d’Europa”, e la Puglia era fino a quarant’anni fa il “granaio d’Italia”. L’Italia importa dall’Ucraina ogni anno circa 120 milioni di chili di grano (altri 100 milioni ne importa dalla Russia). Ma la Puglia importa da Ucraina e Russia anche articoli in gomma e materie plastiche, mentre esporta macchinari ed apparecchiature.
In Abruzzo invece sono 16.823 le imprese che subiscono l’impatto della guerra Russia-Ucraina: un totale di 77.682 addetti a rischio perdita di lavoro. Pari al 17,4% del totale delle imprese attive in Abruzzo, con 24,8% dell’occupazione dell’intero sistema imprenditoriale abruzzese. Tra i primi effetti della situazione, oltre alla carenza di materie prime vi sono l’aumento dei costi dell’energia: +360% al Kilowattora rispetto al 2021 e gasolio al +46%. I dati emergono da un’analisi condotta dal “Centro studi di Confartigianato Imprese Chieti L’Aquila”, e su dati della Confederazione nazionale degli artigiani. I dati si riferiscono alle imprese nei settori più esposti all’escalation dei prezzi dell’energia: carenza di materie prime provenienti dai Paesi teatro di guerra, caro-carburanti, aziende attive nei territori con un peso della spesa dei turisti provenienti dalla Russia e delle vendite in Russia e Ucraina di macchinari e prodotti della moda. Delle imprese abruzzesi, 11.110 appartengono al settore costruzioni: il comparto, 33.156 addetti, è il più colpito dalla carenza di materie prime provenienti da Russia-Ucraina. Soffrono anche le industrie alimentari (1.747; 10.673 addetti) e quelle della fabbricazione di prodotti in metallo (1.289 con 10.055 addetti). Riguardo al caro-carburanti, il settore più duramente colpito è trasporto e magazzinaggio: 2.035 imprese e 13.179 addetti. Delle 16.823 in prima linea per impatto della guerra, il 99,2% sono micro e piccole (Mpi), cioè fino a 49 addetti: un totale di 54.098 lavoratori. “Le imprese – afferma Daniele Giangiulli (direttore generale di Confartigianato Chieti L’Aquila) – sono al collasso perché non si aspettavano questo ulteriore aumento di costi fissi in tema di energia e gas. Ci sono i primi casi di autotrasportatori che bloccano i mezzi, perché conviene fermarsi piuttosto che lavorare in perdita. Inoltre, agli effetti sulla nostra economia delle sanzioni imposte alla Russia si aggiunge un elemento estremamente preoccupante: sta venendo meno quel clima di fiducia che, tra mille fatiche, gli imprenditori erano riusciti a recuperare, dopo due anni di pandemia”. Le prime regioni a subire la crisi sono le adriatiche, l’Emilia-Romagna non ha ancora quantificato il danno per ogni settore ma solo il valore complessivo delle mancate esportazioni. Gli studi prevedono che la Romagna subirà inesorabilmente il contraccolpo turistico, dovuto all’assenza di russi, ucraini e cittadini dell’est Europa in alberghi e pensioni: più del 60% del fatturato proveniva da avventori provenienti dalle aree in guerra.

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