I numeri dell'Istat, l'analisi di Bankitalia e il dramma del carrello della spesa
NEGOZIO SUPERMERCATO ALDI
VENDITA PRODOTTI ALIMENTARI
SPESA CARRELLO ACQUISTI ACQUISTO
A Natale siamo (stati) tutti più buoni anche se a dicembre tutto è costato (un bel po’) di più: a dicembre l’inflazione è tornata a mordere sotto l’Albero e, adesso, arrivano a sancirlo pure i dati dell’Istat. Secondo cui il livello dei prezzi, a dicembre, è salito sul trend annuale all’1,5 per cento (era all’1% nel 2024) mentre quello del carrello della spesa s’è impennato, in un mese, dell’1,9 per cento. Insomma, un’altra mazzata s’è abbattuta sul portafogli degli italiani. Che, in vista di pranzi festivi e cenoni tradizionali, si son visti allungare e appesantire lo scontrino.
Inflazione a dicembre e il paradosso del carrello
Di fronte a questi dati, solo la Banca d’Italia non fa drammi. Da Palazzo Koch, infatti, fanno notare che nonostante tutto l’incidenza dell’inflazione è inferiore al 2% e risulta tra le più basse d’Europa. Il problema, come ha rilevato l’Antitrust aprendo un faro sulla spesa degli italiani, è che gli aumenti si riflettono innanzitutto sulle spese obbligate. Su quelle che le famiglie non possono negarsi. Come le bollette e, appunto, il cibo. Se il budget se ne va per far fronte ai bisogni primari, poi diventa difficile anche solo immaginare una ripresa dei consumi.
Il tema dei salari
Uno dei temi, secondo la Fabi, la federazione autonoma dei bancari, resta quello dei salari. “Il carrello della spesa, le bollette, le spese sanitarie – ha affermato il segretario generale Lando Sileoni – restano su livelli elevati e producono un effetto cumulativo che erode il potere d’acquisto mese dopo mese”. E ancora: “Dal 2019 a oggi i prezzi dei beni di prima necessità sono aumentati di circa il 20%: un dato che fotografa un impoverimento delle famiglie italiane”. Dunque il versante retribuzioni: “Negli ultimi anni sono stati rinnovati importanti contratti collettivi nazionali che hanno coinvolto milioni di lavoratori. È un risultato che va riconosciuto e difeso. Ma sarebbe sbagliato fermarsi a una lettura formale. Quegli aumenti, nella maggior parte dei casi, non hanno coperto l’aumento generalizzato del costo della vita”.
La lettura dei consumatori
Eccolo, dunque, il nodo. La lettura offerta da Francesco Cavallo, responsabile Relazioni esterne di Altroconsumo, va nello stesso senso: “Tra il 2014 e il 2024, le retribuzioni medie dei lavoratori privati sono cresciute del 14,7%, quelle pubbliche dell’11,7%, ma a causa dell’inflazione, i salari reali non hanno recuperato il potere d’acquisto perso e sono inferiori del 7,5% rispetto al 2021”. Ma non basta, perché Altroconsumo torna pure sul faro Antitrust relativo alla Grande distribuzione: “Al contempo – spiega Cavallo -, i prezzi della spesa alimentare, che rappresentano una quota significativa della spesa delle famiglie, continuano a crescere. Anche i dati delle nostre indagini annuali sulla spesa al supermercato ci raccontano che il carrello della spesa è cresciuto dal 2021 in poi sempre di più, ogni anno, rispetto al tasso di inflazione e che i prodotti alimentari sono aumentati più di altri prodotti. Qualcosa dunque non torna”.
Quanto sborsiamo in più all’anno
I numeri, alla fine, sono quelli che contano. Federconsumatori li snocciola: grazie all’inflazione che galoppa pure a dicembre, in un anno e solo per far la spesa, le famiglie italiane hanno speso 489 euro nel 2025 rispetto al 2024. E le previsioni non sono certo rasserenanti se l’organizzazione profetizza già da ora (ulteriori) rincari per il 2026 stimabili in poco più di 650 euro annui a famiglia.