Ingiustizia all’Italiana


Strasburgo condanna l’Italia per non aver protetto una mamma e i suoi bambini piccoli dal marito violento. La prima sezione della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha infatti accolto il ricorso I.M. e altri c. Italia e, nel riconoscere inadempiente il nostro Paese, ha ravvisato la violazione dell’articolo 8 della Convenzione, ovvero il diritto al rispetto della vita privata e familiare. I giudici europei hanno inoltre riconosciuto alla ricorrente un danno morale, fissando il risarcimento in 7mila euro.
La vicenda ha dell’incredibile e mostra tutte le contraddizioni di un Paese che ha adottato il Codice rosso per combattere la violenza contro le donne e e che poi non solo non è in grado di tutelare chi trova il coraggio di denunciare, ma addirittura colpevolizza la vittima. Il calvario di Imma (il nome è di fantasia) inizia il 9 luglio 2014, quando la donna, ormai esasperata dai maltrattamenti fisici e psicologici del marito alcolizzato e tossicodipendente, trova la forza di fuggire di casa. Una decisione sofferta, che la donna aveva preso principalmente per sottrarre alla violenza del marito la loro bimba di 3 anni e il piccolo di uno e mezzo. Imma decise dunque di scappare, pur non sapendo dove andare in quanto non autonoma economicamente, e si presentò con i figli al Centro antiviolenza Casa Rifugio Villa Pamphili di Roma Capitale. Lì la mamma e i bimbi avrebbero dovuto sentirsi al sicuro. E infatti all’uomo venne sospesa la responsabilità genitoriale. Ma ben presto l’incubo ricominciò, perché il violento, che per mesi aveva tentato invano di scoprire il luogo in cui la moglie e i figli si erano rifugiati, si rivolse al Tribunale per i minorenni di Roma, ottenendo così il diritto di visite protette con i suoi figli, una volta alla settimana. Incontri che dovevano essere svolti presso i servizi sociali, ma che non furono mai fissati per la mancanza di risorse. Nel mentre, il 16 giugno 2015, la donna e i suoi bimbi vennero trasferiti in un’altra casa famiglia, dove il Tribunale fissò incredibilmente gli incontri, rivelando di fatto al marito il luogo dove i tre si nascondevano. Imma, seppur preoccupata e afflitta dal senso di persecuzione da parte del suo aguzzino che ormai aveva scoperto dove vivessero, dovette suo malgrado adempiere alle prescrizioni dei giudici e portare i piccoli agli incontri nei giorni prestabiliti. Ma quei colloqui, che si svolsero in un primo momento in una stanza improvvisata nella biblioteca della sala comunale del paese dove la coppia viveva, rappresentarono l’ennesimo schiaffo alle vittime. Perché il padre, nonostante la presenza degli assistenti sociali, non riusciva a trattenere la sua aggressività. Urlava contro i bambini, si comportava male, metteva in atto una tensione che si ripercuoteva sul benessere mentale dei piccoli, i quali avevano cominciato a manifestare le conseguenze dei maltrattamenti psichici subito dopo gli incontri con il genitore. Quando vedevano il padre, infatti, i bambini non riuscivano a dormire la notte, piangevano e mostravano inquietudine. Tra il 6 agosto e il 24 settembre di quell’anno furono organizzati otto incontri e la situazione apparve così grave che il 29 settembre i servizi sociali del comune inviarono una relazione al tribunale, in cui segnalavano che “G.C. aveva un comportamento inappropriato con i suoi figli, ai quali si rivolgeva con frasi denigratorie e offensive nei confronti della ricorrente”, scrive la Corte Europea nella sentenza. Inoltre nella relazione veniva sottolineato come l’uomo avesse “filmato i suoi figli durante un incontro, allo scopo di fornire la prova della manipolazione che imputava alla ricorrente. Aggiungeva che l’assistente sociale incaricata del caso”, scrivono i giudici, “aveva dovuto far intervenire l’avvocato di G.C. per spiegare a quest’ultimo che non doveva avere un atteggiamento aggressivo con i suoi figli durante gli incontri”. Insomma, una situazione fuori controllo anche per chi doveva tutelare il corretto svolgimento di quegli incontri protetti. Tanto che il 12 novembre l’assistente sociale informò il Tribunale delle difficoltà e il 30 scrisse ai giudici di intervenire con urgenza per proteggere i bambini. Anche Imma pregò i magistrati di tutelare i suoi figli, sottolineando che il marito minacciava chiunque negli incontri. Eppure non furono attuati provvedimenti. La donna, a quel punto, prese una decisione ardita: non avrebbe accompagnato più i bimbi alle visite se questi ultimi non fossero stati tutelati dall’aggressività del padre. Di fatto la madre, con la sua scelta, fu inadempiente alle prescrizioni del Tribunale e prestò il fianco al marito, che prese subito la palla al balzo per denunciarla per mancata esecuzione di un provvedimento del giudice e sottrazione dei minori.
Fu così aperto un procedimento penale e il 18 maggio 2016 il Tribunale per i minorenni sospese la responsabilità genitoriale di entrambi i genitori, paradossalmente anche di Imma. Non le vennero tolti i figli, che restarono a vivere con lei, ma fu nominato un curatore, quindi, di fatto, la madre fu sollevata dalla possibilità di prendere decisioni riguardanti i suoi bambini. L’uomo invece finì a processo per i maltrattamenti, eppure per i tre anni successivi gli incontri con il genitore violento continuarono, tra ricorsi della donna e relazioni degli assistenti sociali, i quali continuavano a segnalare la mancanza di sicurezza per i piccoli. Solo il 10 gennaio 2018 il Tribunale confermò la sospensione degli incontri con G.C., che il 10 gennaio 2019 finì perfino in galera per scontare la pena di sei anni di reclusione, dopo una condanna per traffico di droga. E finalmente il 15 maggio 2019 i giudici reintegrarono Imma nella sua responsabilità genitoriale. La mamma, assistita dall’avvocato Rossella Benedetti dell’Ufficio legale di Differenza Donna, a quel punto si è rivolta alla Corte Europea per determinare “se le giurisdizioni intervenute nel caso di specie abbiano giustificato con motivi pertinenti e sufficienti la sospensione per tre anni della responsabilità genitoriale della ricorrente, tenendo conto dell’interesse superiore dei minori”, si legge. E i giudici europei hanno infine condannato l’Italia, che non ha tenuto conto “delle difficoltà che avevano caratterizzato lo svolgimento degli incontri e della mancanza di sicurezza segnalata varie volte dalle diverse parti intervenute agli incontri”, scrivono. “Di conseguenza”, precisa la Cedu, “vi è stata violazione dell’articolo 8 della Convenzione nei confronti della ricorrente”. L’avvocato Benedetti definisce la sentenza “un successo per le donne e per la giustizia, che ha colpevolizzato la madre. La Corte, invece, ha stabilito che la mia assistita si è comportata correttamente per il bene dei bambini, che non voleva vietare il rapporto padre-figli, ma voleva soltanto tutelare i piccoli”.


Strasburgo condanna l’Italia per non aver protetto una mamma e i suoi bambini piccoli dal marito violento. La prima sezione della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha infatti accolto il ricorso I.M. e altri c. Italia e, nel riconoscere inadempiente il nostro Paese, ha ravvisato la violazione dell’articolo 8 della Convenzione, ovvero il diritto al rispetto della vita privata e familiare. I giudici europei hanno inoltre riconosciuto alla ricorrente un danno morale, fissando il risarcimento in 7mila euro.
La vicenda ha dell’incredibile e mostra tutte le contraddizioni di un Paese che ha adottato il Codice rosso per combattere la violenza contro le donne e e che poi non solo non è in grado di tutelare chi trova il coraggio di denunciare, ma addirittura colpevolizza la vittima. Il calvario di Imma (il nome è di fantasia) inizia il 9 luglio 2014, quando la donna, ormai esasperata dai maltrattamenti fisici e psicologici del marito alcolizzato e tossicodipendente, trova la forza di fuggire di casa. Una decisione sofferta, che la donna aveva preso principalmente per sottrarre alla violenza del marito la loro bimba di 3 anni e il piccolo di uno e mezzo. Imma decise dunque di scappare, pur non sapendo dove andare in quanto non autonoma economicamente, e si presentò con i figli al Centro antiviolenza Casa Rifugio Villa Pamphili di Roma Capitale. Lì la mamma e i bimbi avrebbero dovuto sentirsi al sicuro. E infatti all’uomo venne sospesa la responsabilità genitoriale. Ma ben presto l’incubo ricominciò, perché il violento, che per mesi aveva tentato invano di scoprire il luogo in cui la moglie e i figli si erano rifugiati, si rivolse al Tribunale per i minorenni di Roma, ottenendo così il diritto di visite protette con i suoi figli, una volta alla settimana. Incontri che dovevano essere svolti presso i servizi sociali, ma che non furono mai fissati per la mancanza di risorse. Nel mentre, il 16 giugno 2015, la donna e i suoi bimbi vennero trasferiti in un’altra casa famiglia, dove il Tribunale fissò incredibilmente gli incontri, rivelando di fatto al marito il luogo dove i tre si nascondevano. Imma, seppur preoccupata e afflitta dal senso di persecuzione da parte del suo aguzzino che ormai aveva scoperto dove vivessero, dovette suo malgrado adempiere alle prescrizioni dei giudici e portare i piccoli agli incontri nei giorni prestabiliti. Ma quei colloqui, che si svolsero in un primo momento in una stanza improvvisata nella biblioteca della sala comunale del paese dove la coppia viveva, rappresentarono l’ennesimo schiaffo alle vittime. Perché il padre, nonostante la presenza degli assistenti sociali, non riusciva a trattenere la sua aggressività. Urlava contro i bambini, si comportava male, metteva in atto una tensione che si ripercuoteva sul benessere mentale dei piccoli, i quali avevano cominciato a manifestare le conseguenze dei maltrattamenti psichici subito dopo gli incontri con il genitore. Quando vedevano il padre, infatti, i bambini non riuscivano a dormire la notte, piangevano e mostravano inquietudine. Tra il 6 agosto e il 24 settembre di quell’anno furono organizzati otto incontri e la situazione apparve così grave che il 29 settembre i servizi sociali del comune inviarono una relazione al tribunale, in cui segnalavano che “G.C. aveva un comportamento inappropriato con i suoi figli, ai quali si rivolgeva con frasi denigratorie e offensive nei confronti della ricorrente”, scrive la Corte Europea nella sentenza. Inoltre nella relazione veniva sottolineato come l’uomo avesse “filmato i suoi figli durante un incontro, allo scopo di fornire la prova della manipolazione che imputava alla ricorrente. Aggiungeva che l’assistente sociale incaricata del caso”, scrivono i giudici, “aveva dovuto far intervenire l’avvocato di G.C. per spiegare a quest’ultimo che non doveva avere un atteggiamento aggressivo con i suoi figli durante gli incontri”. Insomma, una situazione fuori controllo anche per chi doveva tutelare il corretto svolgimento di quegli incontri protetti. Tanto che il 12 novembre l’assistente sociale informò il Tribunale delle difficoltà e il 30 scrisse ai giudici di intervenire con urgenza per proteggere i bambini. Anche Imma pregò i magistrati di tutelare i suoi figli, sottolineando che il marito minacciava chiunque negli incontri. Eppure non furono attuati provvedimenti. La donna, a quel punto, prese una decisione ardita: non avrebbe accompagnato più i bimbi alle visite se questi ultimi non fossero stati tutelati dall’aggressività del padre. Di fatto la madre, con la sua scelta, fu inadempiente alle prescrizioni del Tribunale e prestò il fianco al marito, che prese subito la palla al balzo per denunciarla per mancata esecuzione di un provvedimento del giudice e sottrazione dei minori.
Fu così aperto un procedimento penale e il 18 maggio 2016 il Tribunale per i minorenni sospese la responsabilità genitoriale di entrambi i genitori, paradossalmente anche di Imma. Non le vennero tolti i figli, che restarono a vivere con lei, ma fu nominato un curatore, quindi, di fatto, la madre fu sollevata dalla possibilità di prendere decisioni riguardanti i suoi bambini. L’uomo invece finì a processo per i maltrattamenti, eppure per i tre anni successivi gli incontri con il genitore violento continuarono, tra ricorsi della donna e relazioni degli assistenti sociali, i quali continuavano a segnalare la mancanza di sicurezza per i piccoli. Solo il 10 gennaio 2018 il Tribunale confermò la sospensione degli incontri con G.C., che il 10 gennaio 2019 finì perfino in galera per scontare la pena di sei anni di reclusione, dopo una condanna per traffico di droga. E finalmente il 15 maggio 2019 i giudici reintegrarono Imma nella sua responsabilità genitoriale. La mamma, assistita dall’avvocato Rossella Benedetti dell’Ufficio legale di Differenza Donna, a quel punto si è rivolta alla Corte Europea per determinare “se le giurisdizioni intervenute nel caso di specie abbiano giustificato con motivi pertinenti e sufficienti la sospensione per tre anni della responsabilità genitoriale della ricorrente, tenendo conto dell’interesse superiore dei minori”, si legge. E i giudici europei hanno infine condannato l’Italia, che non ha tenuto conto “delle difficoltà che avevano caratterizzato lo svolgimento degli incontri e della mancanza di sicurezza segnalata varie volte dalle diverse parti intervenute agli incontri”, scrivono. “Di conseguenza”, precisa la Cedu, “vi è stata violazione dell’articolo 8 della Convenzione nei confronti della ricorrente”. L’avvocato Benedetti definisce la sentenza “un successo per le donne e per la giustizia, che ha colpevolizzato la madre. La Corte, invece, ha stabilito che la mia assistita si è comportata correttamente per il bene dei bambini, che non voleva vietare il rapporto padre-figli, ma voleva soltanto tutelare i piccoli”.

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