“Io in corsa nel Pd? È il momento dei sindaci nel Palazzo”

“Non ci basta più che Roma ci dica bravi”. Matteo Ricci pronto a scendere in campo per dare voce ai sindaci.

Sono mesi che gira le piazze. Cosa bisogna cambiare in questo Pd?
Più che piazze sto girando le case degli elettori delusi con una iniziativa che abbiamo chiamato “Pane e Politica”. A cena in una famiglia, per ascoltare. Si deve ripartire dalla politica di prossimità, quella della porta accanto, dall’ascolto. Il Pd che ho in mente è racchiuso nelle dieci idee che abbiamo presentato qualche settimana fa a Roma e che si possono sintetizzare in questi tre aggettivi: aperto, combattivo e sorridente.

Qualcuno parla di svolta a sinistra…
Certamente al Pd serve più sinistra. Dobbiamo rimettere al centro il riscatto sociale, il diritto al lavoro e alla casa. Se un partito come il nostro non è in grado di rappresentare questi temi perde la sua funzione storica. Il 70 per cento della povertà è ereditata, in questo numero c’è tanto della crisi del Pd.

Il campo progressista può essere rappresentato solo da Schlein?
Il Paese ha bisogno di una forza progressista del fare, che sappia rappresentare i più deboli e che quotidianamente tocchi le loro sofferenze. Per questo ci vuole una sinistra di prossimità.

La accusano di essere troppo renziano. Rinnega il passato?
Ho sempre lavorato a sostegno del segretario di turno, per il bene del partito. Vengo da una cultura berlingueriana. Si sta nello stesso partito e si dà una mano al segretario. Nessuno rinnega il passato, ma va anche letto in chiave obiettiva e critica, rimuovendo le cause degli errori fatti, senza ipocrisie. Renzi se n’è andato. Non ha senso parlare ancora di lui.

Ritiene di essere il più fedele alla Leopolda tra i nomi che circolano per il dopo Letta?
Dobbiamo tutti fare uno sforzo per tenere Renzi fuori dal congresso del Pd. Lui ha fatto un altro partito e lavora per quella formazione. Noi siamo in una fase in cui ridefiniamo la nostra identità e in questa fase vanno riesaminati criticamente anche gli errori di quella stagione, cosa che finora è stata fatta solo in parte.

Le istanze degli amministratori, negli ultimi anni, sono state davvero al centro del dibattito dem?
In questi anni è successo spesso una cosa curiosa nel Pd. Noi sindaci progressisti vincevamo le elezioni anche quando a livello nazionale vincevano altre forze. Solo che Roma ci dicevano bravi, ma adesso state buoni che alla politica nazionale pensiamo noi. Io non ci sto più: alla politica nazionale adesso pensiamo anche noi.

Bonaccini e Nardella si candidano a partito dei sindaci. Perchè ritiene la sua proposta alternativa?
Penso al congresso innanzitutto come alla Costituente delle idee: prima le cose che abbiamo in mente, poi i nomi. Inoltre considero questa una competizione cooperativa. Siamo tutti dello stesso partito. Non siamo alternativi, siamo compagni che il giorno dopo lavoreranno insieme. Ricordiamoci questa cosa per evitare di mettere in moto meccanismi divisivi, di contrapposizione troppo accesa. Mettiamo a confronto le idee, le strade, le direzioni che vogliamo percorrere.

In tanti al Sud parlano di Patto dell’Appennino. Il Mezzogiorno sarà ignorato?
Si può correre questo rischio, ma non deve avvenire. Io ho detto parole chiare sull’autonomia differenziata: dobbiamo ricucire l’Italia, non differenziarla. Alcune tappe del mio giro sono state nel Mezzogiorno, in Sicilia, in Basilicata. Bisogna costruire un grande discorso nazionale e il Pd è il solo partito che ha la forza di metterlo insieme, in questo momento.
Il 16 dicembre scioglierà la riserva sulla candidatura?
Il 16 dicembre saremo a Roma per un evento nazionale dove faremo il punto, tireremo le somme di questo lungo e articolato percorso, fatto soprattutto di idee, e decideremo come proseguire.

Qualcuno parla di congresso chiuso, di giochi tra tessere e correnti. È davvero così?
Sulle correnti c’è molta ipocrisia. Il meccanismo congressuale dà un peso importante agli iscritti e ai componenti dell’assemblea nazionale, fin dalle candidature. Non è vero che ci si candida, ma si viene candidati. Il rischio è che sia il partito vecchio a fare il nuovo. Sta a noi tenere la direzione su idee e identità. Solo così costruiamo un profilo forte capace di mettere in discussione anche certi meccanismi.

Dopo la debacle del 25 settembre, qualcuno doveva dimettersi?
Il segretario Letta ha tirato delle conseguenze e ha aperto una fase nuova. Ma la verità è che sono un bel po’ di anni che il Pd non vince. La novità di questa volta è che, a differenza del passato, qualcuno ha vinto ed è stata la destra. Una novità di non poco conto che costringe anche noi a una profonda riflessione identitaria.

In Lombardia, il Pd, intanto, sembra essere disposto a fare un passo indietro per Moratti. È d’accordo con questa linea?
Per me la candidatura di Majorino è forte e importante, anche nel segno dell’identità che dobbiamo metterci a ricostruire.

La mancata intesa con i gialli nel Lazio potrebbe condurre a una sconfitta sicura. È possibile recuperare la rottura con i gialli?
Io mi auguro proprio di sì. La mia giunta a Pesaro è stata la prima che ha visto l’ingresso di un assessore dei 5stelle. Quante ce ne dissero. Lei stessa rischiò l’espulsione. Poi le cose sono andate bene. Io penso che ci sia lo spazio ma bisogna imparare a rispettarsi di più reciprocamente. Lo dico anche a Giuseppe Conte: più rispetto per il Pd. Il Conte due è stato un governo che ha lasciato un ottimo ricordo negli italiani ma questo è anche merito del Pd. Non sarebbero arrivati i fondi del Pnrr senza David Sassoli, Paolo Gentiloni e Roberto Gualtieri. Non si sarebbe gestita la pandemia come si è fatto senza Roberto Speranza e senza sindaci e governatori del Pd. Cooperiamo e rispettiamoci, possiamo fare strada insieme.

“Non ci basta più che Roma ci dica bravi”. Matteo Ricci pronto a scendere in campo per dare voce ai sindaci.

Sono mesi che gira le piazze. Cosa bisogna cambiare in questo Pd?
Più che piazze sto girando le case degli elettori delusi con una iniziativa che abbiamo chiamato “Pane e Politica”. A cena in una famiglia, per ascoltare. Si deve ripartire dalla politica di prossimità, quella della porta accanto, dall’ascolto. Il Pd che ho in mente è racchiuso nelle dieci idee che abbiamo presentato qualche settimana fa a Roma e che si possono sintetizzare in questi tre aggettivi: aperto, combattivo e sorridente.

Qualcuno parla di svolta a sinistra…
Certamente al Pd serve più sinistra. Dobbiamo rimettere al centro il riscatto sociale, il diritto al lavoro e alla casa. Se un partito come il nostro non è in grado di rappresentare questi temi perde la sua funzione storica. Il 70 per cento della povertà è ereditata, in questo numero c’è tanto della crisi del Pd.

Il campo progressista può essere rappresentato solo da Schlein?
Il Paese ha bisogno di una forza progressista del fare, che sappia rappresentare i più deboli e che quotidianamente tocchi le loro sofferenze. Per questo ci vuole una sinistra di prossimità.

La accusano di essere troppo renziano. Rinnega il passato?
Ho sempre lavorato a sostegno del segretario di turno, per il bene del partito. Vengo da una cultura berlingueriana. Si sta nello stesso partito e si dà una mano al segretario. Nessuno rinnega il passato, ma va anche letto in chiave obiettiva e critica, rimuovendo le cause degli errori fatti, senza ipocrisie. Renzi se n’è andato. Non ha senso parlare ancora di lui.

Ritiene di essere il più fedele alla Leopolda tra i nomi che circolano per il dopo Letta?
Dobbiamo tutti fare uno sforzo per tenere Renzi fuori dal congresso del Pd. Lui ha fatto un altro partito e lavora per quella formazione. Noi siamo in una fase in cui ridefiniamo la nostra identità e in questa fase vanno riesaminati criticamente anche gli errori di quella stagione, cosa che finora è stata fatta solo in parte.

Le istanze degli amministratori, negli ultimi anni, sono state davvero al centro del dibattito dem?
In questi anni è successo spesso una cosa curiosa nel Pd. Noi sindaci progressisti vincevamo le elezioni anche quando a livello nazionale vincevano altre forze. Solo che Roma ci dicevano bravi, ma adesso state buoni che alla politica nazionale pensiamo noi. Io non ci sto più: alla politica nazionale adesso pensiamo anche noi.

Bonaccini e Nardella si candidano a partito dei sindaci. Perchè ritiene la sua proposta alternativa?
Penso al congresso innanzitutto come alla Costituente delle idee: prima le cose che abbiamo in mente, poi i nomi. Inoltre considero questa una competizione cooperativa. Siamo tutti dello stesso partito. Non siamo alternativi, siamo compagni che il giorno dopo lavoreranno insieme. Ricordiamoci questa cosa per evitare di mettere in moto meccanismi divisivi, di contrapposizione troppo accesa. Mettiamo a confronto le idee, le strade, le direzioni che vogliamo percorrere.

In tanti al Sud parlano di Patto dell’Appennino. Il Mezzogiorno sarà ignorato?
Si può correre questo rischio, ma non deve avvenire. Io ho detto parole chiare sull’autonomia differenziata: dobbiamo ricucire l’Italia, non differenziarla. Alcune tappe del mio giro sono state nel Mezzogiorno, in Sicilia, in Basilicata. Bisogna costruire un grande discorso nazionale e il Pd è il solo partito che ha la forza di metterlo insieme, in questo momento.
Il 16 dicembre scioglierà la riserva sulla candidatura?
Il 16 dicembre saremo a Roma per un evento nazionale dove faremo il punto, tireremo le somme di questo lungo e articolato percorso, fatto soprattutto di idee, e decideremo come proseguire.

Qualcuno parla di congresso chiuso, di giochi tra tessere e correnti. È davvero così?
Sulle correnti c’è molta ipocrisia. Il meccanismo congressuale dà un peso importante agli iscritti e ai componenti dell’assemblea nazionale, fin dalle candidature. Non è vero che ci si candida, ma si viene candidati. Il rischio è che sia il partito vecchio a fare il nuovo. Sta a noi tenere la direzione su idee e identità. Solo così costruiamo un profilo forte capace di mettere in discussione anche certi meccanismi.

Dopo la debacle del 25 settembre, qualcuno doveva dimettersi?
Il segretario Letta ha tirato delle conseguenze e ha aperto una fase nuova. Ma la verità è che sono un bel po’ di anni che il Pd non vince. La novità di questa volta è che, a differenza del passato, qualcuno ha vinto ed è stata la destra. Una novità di non poco conto che costringe anche noi a una profonda riflessione identitaria.

In Lombardia, il Pd, intanto, sembra essere disposto a fare un passo indietro per Moratti. È d’accordo con questa linea?
Per me la candidatura di Majorino è forte e importante, anche nel segno dell’identità che dobbiamo metterci a ricostruire.

La mancata intesa con i gialli nel Lazio potrebbe condurre a una sconfitta sicura. È possibile recuperare la rottura con i gialli?
Io mi auguro proprio di sì. La mia giunta a Pesaro è stata la prima che ha visto l’ingresso di un assessore dei 5stelle. Quante ce ne dissero. Lei stessa rischiò l’espulsione. Poi le cose sono andate bene. Io penso che ci sia lo spazio ma bisogna imparare a rispettarsi di più reciprocamente. Lo dico anche a Giuseppe Conte: più rispetto per il Pd. Il Conte due è stato un governo che ha lasciato un ottimo ricordo negli italiani ma questo è anche merito del Pd. Non sarebbero arrivati i fondi del Pnrr senza David Sassoli, Paolo Gentiloni e Roberto Gualtieri. Non si sarebbe gestita la pandemia come si è fatto senza Roberto Speranza e senza sindaci e governatori del Pd. Cooperiamo e rispettiamoci, possiamo fare strada insieme.

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