Io, proibizionista e padre della legge vi dico che Rocca è l’esempio da seguire

di CARLO GIOVANARDI
La candidatura alla Presidenza della Regione Lazio di Francesco Rocca, che ha lasciato per questo la guida della Croce Rossa Italiana, ha suscitato polemiche per una condanna subita a 21 anni nel 1986 per detenzione a fine di spaccio di stupefacenti, di cui lui stesso faceva uso.
Avendo avuto in più di un Governo la responsabilità delle politiche antidroga ed essendo padre della vituperata (da sinistra) legge Fini Giovanardi colgo l’ occasione per mettere i puntini sulle i su questa questione.
I capisaldi della nostra legge, ancora in vigore nei suoi punti fondamentali, sono la prevenzione, tramite l’educazione e l’informazione, la cura ed il recupero dei tossicodipendenti, molto spesso piccoli spacciatori.
Il testo, condiviso con grandi personalità purtroppo scomparse come Don Pierino Gelmini, Vincenzo Muccioli, Don Oreste Benzi, Don Mario Picchi e gli operatori pubblici e privati che hanno partecipato alla Conferenza Nazionale di Palermo sulle tossicodipendenze, prevede pertanto che per condanne per reati fino a sei anni commessi da tossicodipendenti, la pena NON debba essere scontata in carcere ma presso una struttura pubblica o privata per uscire definitivamente dal tunnel della droga.
Gran parte della sinistra viceversa insiste per la liberalizzazione della cannabis e ha sempre sostenuto teorie come quella delle cosiddette stanze del buco o della somministrazione continua di metadone, politiche che inevitabilmente portano a diffondere la cultura della droga e a cronicizzare i suoi disastrosi effetti per chi ne rimane vittima.
Paradossalmente, pertanto, e lo dico a chi storce il naso davanti alla candidatura di Rocca, proprio per noi proibizionisti la sua storia è da premiare e da indicare anche come modello di come si possa riconquistare la libertà dalle sostanze e condurre poi una vita esemplare.

E per dirla con Trilussa: “Una colomba scese in un pantano, s’inzaccherò le penne e bonasera. Un rospo disse: Commarella mia, vedo che, pure te, caschi ner fango… Però nun ce rimango… rispose la Colomba”. E volò via.
di CARLO GIOVANARDI
La candidatura alla Presidenza della Regione Lazio di Francesco Rocca, che ha lasciato per questo la guida della Croce Rossa Italiana, ha suscitato polemiche per una condanna subita a 21 anni nel 1986 per detenzione a fine di spaccio di stupefacenti, di cui lui stesso faceva uso.
Avendo avuto in più di un Governo la responsabilità delle politiche antidroga ed essendo padre della vituperata (da sinistra) legge Fini Giovanardi colgo l’ occasione per mettere i puntini sulle i su questa questione.
I capisaldi della nostra legge, ancora in vigore nei suoi punti fondamentali, sono la prevenzione, tramite l’educazione e l’informazione, la cura ed il recupero dei tossicodipendenti, molto spesso piccoli spacciatori.
Il testo, condiviso con grandi personalità purtroppo scomparse come Don Pierino Gelmini, Vincenzo Muccioli, Don Oreste Benzi, Don Mario Picchi e gli operatori pubblici e privati che hanno partecipato alla Conferenza Nazionale di Palermo sulle tossicodipendenze, prevede pertanto che per condanne per reati fino a sei anni commessi da tossicodipendenti, la pena NON debba essere scontata in carcere ma presso una struttura pubblica o privata per uscire definitivamente dal tunnel della droga.
Gran parte della sinistra viceversa insiste per la liberalizzazione della cannabis e ha sempre sostenuto teorie come quella delle cosiddette stanze del buco o della somministrazione continua di metadone, politiche che inevitabilmente portano a diffondere la cultura della droga e a cronicizzare i suoi disastrosi effetti per chi ne rimane vittima.
Paradossalmente, pertanto, e lo dico a chi storce il naso davanti alla candidatura di Rocca, proprio per noi proibizionisti la sua storia è da premiare e da indicare anche come modello di come si possa riconquistare la libertà dalle sostanze e condurre poi una vita esemplare.

E per dirla con Trilussa: “Una colomba scese in un pantano, s’inzaccherò le penne e bonasera. Un rospo disse: Commarella mia, vedo che, pure te, caschi ner fango… Però nun ce rimango… rispose la Colomba”. E volò via.
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