“Io resto in stalla”: lockdown per la peste suina?

Da “Io resto a casa” a “io resto in stalla”. La politica dei lockdown, divenuta paradigma globale durante la pandemia, rischia di estendersi al mondo animale. Parola di Ilaria Capua, virologa divenuta volto noto durante la pandemia. In un’intervista al Corriere della Sera, ha affermato che attualmente non esiste un vaccino contro la peste suina. Ragione per cui, se il virus entrasse nel settore suinicolo, sarebbe necessario decretare un lockdown per i maiali. “Il mercato dei prodotti di origine animale funziona così”, ci dice laconicamente la Capua. Il rischio concreto sarebbe, a quel punto, il blocco dell’export dei prodotti di un mercato che – come sottolineano il presidente della Coldiretti, Ettore Prandini, e il consigliere delegato di Filiera Italia, Luigi Pio Scordamaglia – “genera un fatturato di 20 miliardi di euro l’anno e garantisce occupazione per circa centomila persone nella filiera suinicola”.

All’allarme economico si unisce quello degli animalisti, preoccupati del destino dei cinghiali che affollano alcune zone del Paese. L’Organizzazione italiana per la protezione animali (Oipa) sta valutando di impugnare l’ordinanza del commissario straordinario per la peste suina, Angelo Ferrari. Il motivo? Lo spiega Rita Corboli, delegata a Roma dell’associazione. “Non solo si apre la caccia al cinghiale fuori stagione, ma si consente anche di farne carne da macello per trasformarla in salsicce e bistecche”, dice. Il suo riferimento è all’art. 3 dell’ordinanza pubblicata sabato scorso in Gazzetta Ufficiale: “I capi cacciati possono essere destinati all’autoconsumo esclusivamente all’interno della stessa zona di attenzione e solo se risultati negativi ai test di laboratorio per ricerca del virus Psa”. Per l’Oipa, la caccia è una misura iniqua: “Per sei esemplari trovati positivi al virus della peste suina, non pericolosa per l’uomo, si farà strage. Prima ripopolano a uso e consumo dei cacciatori, poi decidono il ‘depopolamento’ sulla pelle di esseri senzienti senza considerare misure alternative”. A proposito di misure, la Cia Agricoltori Italiani chiede quelle di indennizzo nei confronti degli agricoltori romani che si trovano nella zona sottoposta alle restrizioni decretate dalla “zona rossa”. “Nell’areale si stimano 10 milioni di danni per circa 200 aziende agricole: dai costi della macellazione d’emergenza dei suini al divieto di movimentazione delle carni e dei foraggi”, spiega l’associazione. “Gli allevatori avranno bisogno di risorse anche per far fronte a interventi strutturali per la costruzione di onerose recinzioni in materia di biosicurezza”.

Da “Io resto a casa” a “io resto in stalla”. La politica dei lockdown, divenuta paradigma globale durante la pandemia, rischia di estendersi al mondo animale. Parola di Ilaria Capua, virologa divenuta volto noto durante la pandemia. In un’intervista al Corriere della Sera, ha affermato che attualmente non esiste un vaccino contro la peste suina. Ragione per cui, se il virus entrasse nel settore suinicolo, sarebbe necessario decretare un lockdown per i maiali. “Il mercato dei prodotti di origine animale funziona così”, ci dice laconicamente la Capua. Il rischio concreto sarebbe, a quel punto, il blocco dell’export dei prodotti di un mercato che – come sottolineano il presidente della Coldiretti, Ettore Prandini, e il consigliere delegato di Filiera Italia, Luigi Pio Scordamaglia – “genera un fatturato di 20 miliardi di euro l’anno e garantisce occupazione per circa centomila persone nella filiera suinicola”.

All’allarme economico si unisce quello degli animalisti, preoccupati del destino dei cinghiali che affollano alcune zone del Paese. L’Organizzazione italiana per la protezione animali (Oipa) sta valutando di impugnare l’ordinanza del commissario straordinario per la peste suina, Angelo Ferrari. Il motivo? Lo spiega Rita Corboli, delegata a Roma dell’associazione. “Non solo si apre la caccia al cinghiale fuori stagione, ma si consente anche di farne carne da macello per trasformarla in salsicce e bistecche”, dice. Il suo riferimento è all’art. 3 dell’ordinanza pubblicata sabato scorso in Gazzetta Ufficiale: “I capi cacciati possono essere destinati all’autoconsumo esclusivamente all’interno della stessa zona di attenzione e solo se risultati negativi ai test di laboratorio per ricerca del virus Psa”. Per l’Oipa, la caccia è una misura iniqua: “Per sei esemplari trovati positivi al virus della peste suina, non pericolosa per l’uomo, si farà strage. Prima ripopolano a uso e consumo dei cacciatori, poi decidono il ‘depopolamento’ sulla pelle di esseri senzienti senza considerare misure alternative”. A proposito di misure, la Cia Agricoltori Italiani chiede quelle di indennizzo nei confronti degli agricoltori romani che si trovano nella zona sottoposta alle restrizioni decretate dalla “zona rossa”. “Nell’areale si stimano 10 milioni di danni per circa 200 aziende agricole: dai costi della macellazione d’emergenza dei suini al divieto di movimentazione delle carni e dei foraggi”, spiega l’associazione. “Gli allevatori avranno bisogno di risorse anche per far fronte a interventi strutturali per la costruzione di onerose recinzioni in materia di biosicurezza”.

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