“Io sono l’abisso” e pure tu

Si sa subito chi è l’assassino, non è un giallo. Tanto che persino la locandina dice già tutto. Eppure Io sono l’abisso è un thriller inquietante, più dei due precedenti romanzi poi portati sullo schermo da Donato Carrisi. Un’opera che affronta l’oscuro mondo della violenza indagando negli animi dei personaggi e costringendo gli spettatori a una riflessione su uno dei temi più duri e disumani: il male inflitto ai bambini. Dopo La ragazza nella nebbia e L’uomo del labirinto, lo sceneggiatore e regista realizza il suo film più completo, più profondo – con risvolti drammatici – tanto da uscire dai canoni del thriller sulle “gesta” dei serial killer.
Carrisi è un grande cultore della materia: giornalista, dopo aver studiato Giurisprudenza, si è specializzato in Criminologia e Scienza del comportamento. Poi i romanzi, letti in tutto il mondo, la scrittura per la tv, l’esordio nella settima arte, partendo dai suoi libri. D’altronde, come lui stesso chiarisce, quando scrive non usa la penna ma la macchina da presa: abbozza fin da subito lo storyboard. Romanzi per immagini che poi diventano film con dialoghi spesso letterari. Una sorta di coro da tragedia greca messo in bocca ai vari personaggi, come un fil rouge che lega tutto. Qui a legare è il male. “Il male è un cerchio”, viene detto nel film. È questa la cifra della storia: la circolarità del male intesa come azione-reazione, causa-effetto ma anche come cane che si morde la coda, circolo vizioso, girone infernale, il precipitare nell’abisso senza fine che poi è il fondo del lago di Como. Uno dei luoghi mentali prima che fisici della storia. Il fondo melmoso, oscuro dell’animo umano, che nessuno conosce, dove sono sepolti i fatti più orribili. Ma, come succede con il lago, ciò che affonda poi riaffiora, magari smembrato, stravolto, così come la psiche e il vissuto dei personaggi.
Nella storia di Carrisi – al di là della classica trama sui delitti del serial killer e le indagini per scoprire chi è e perché uccide – gli archetipi del genere sono rivisitati in chiave originale e pienamente riuscita. I personaggi sono appunto dei modelli comportamentali – per questo non hanno nome ma sono L’uomo che pulisce, La cacciatrice di mosche, La ragazzina con il ciuffo viola – che però non si presentano in modo stereotipato e quindi prevedibile. A cominciare dall’assassino, il mostro metodico e meticoloso, a sua volta vittima di terribili violenze durante la sua infanzia. Di crudeli, insane torture che lo segneranno nel corpo e nella mente per sempre. Ma sul fondo dell’animo del mostro c’è un’umanità, una bontà di cui gli spettatori devono prendere atto, pure se non vogliono accettarla.
Così come nella indagatrice, la cacciatrice, paladina che difende le donne dalle violenze degli uomini, c’è una colpa indicibile e per lei imperdonabile. Fino ad arrivare alla piccola ragazzina dal ciuffo viola e dal corpo esile, anche lei vittima della violenza, fisica e psicologica, vittima di carnefici travestiti da persone care, che viene salvata dal mostro ed è l’unica al mondo a volergli bene. Nel mezzo ci sono altri personaggi incastrati in modo virtuoso negli ingranaggi narrativi – il plot è a prova di bomba, tanto che non c’è spazio per l’interpretazione, per sottotesti, per chiavi di lettura molteplici. Io sono l’abisso è il titolo ed è l’affermazione-principio d’identità del protagonista. Un abisso di male che sul fondo ha un po’ di bene. Ma tutti chi più chi meno sono parte dell’abisso, intrappolati sul fondo del lago, lontani dalla luce, chiusi dietro la “porta verde”, altro luogo mentale prima che fisico, nella stanza segreta (o delle torture) dell’inconscio, del rimosso, del trauma.
Il male è un cerchio, dove non c’è inizio e non c’è fine. Ma nelle vite che girano, sprofondando verso il fondo dell’abisso o risalendo verso la superficie, fuori dall’acqua, c’è una nascita e c’è una morte. Nel mezzo ci sono la lotta contro il male, il trionfo del male sul bene, il bene che diventa male e viceversa. Un gran lavoro di introspezione psicologica, reso possibile da un’ottima regia del cast, vero punto di forza del film. La prova degli attori è notevole, a partire da Gabriel Montesi – alla sua prima interpretazione da protagonista dopo ruoli che lasciavano già il segno in Siccità e Speravo de morì prima – che lo consacra definitivamente uno dei migliori attori in circolazione. Molto brava anche Michela Cescon, che aveva lavorato con Carrisi anche ne La ragazza nella nebbia. Impressionante (letteralmente) l’interpretazione della giovanissima Sara Ciocca, 14 anni, già apprezzata in America Latina, che vogliamo immaginare allegra e solare nella vita “normale”.

Si sa subito chi è l’assassino, non è un giallo. Tanto che persino la locandina dice già tutto. Eppure Io sono l’abisso è un thriller inquietante, più dei due precedenti romanzi poi portati sullo schermo da Donato Carrisi. Un’opera che affronta l’oscuro mondo della violenza indagando negli animi dei personaggi e costringendo gli spettatori a una riflessione su uno dei temi più duri e disumani: il male inflitto ai bambini. Dopo La ragazza nella nebbia e L’uomo del labirinto, lo sceneggiatore e regista realizza il suo film più completo, più profondo – con risvolti drammatici – tanto da uscire dai canoni del thriller sulle “gesta” dei serial killer.
Carrisi è un grande cultore della materia: giornalista, dopo aver studiato Giurisprudenza, si è specializzato in Criminologia e Scienza del comportamento. Poi i romanzi, letti in tutto il mondo, la scrittura per la tv, l’esordio nella settima arte, partendo dai suoi libri. D’altronde, come lui stesso chiarisce, quando scrive non usa la penna ma la macchina da presa: abbozza fin da subito lo storyboard. Romanzi per immagini che poi diventano film con dialoghi spesso letterari. Una sorta di coro da tragedia greca messo in bocca ai vari personaggi, come un fil rouge che lega tutto. Qui a legare è il male. “Il male è un cerchio”, viene detto nel film. È questa la cifra della storia: la circolarità del male intesa come azione-reazione, causa-effetto ma anche come cane che si morde la coda, circolo vizioso, girone infernale, il precipitare nell’abisso senza fine che poi è il fondo del lago di Como. Uno dei luoghi mentali prima che fisici della storia. Il fondo melmoso, oscuro dell’animo umano, che nessuno conosce, dove sono sepolti i fatti più orribili. Ma, come succede con il lago, ciò che affonda poi riaffiora, magari smembrato, stravolto, così come la psiche e il vissuto dei personaggi.
Nella storia di Carrisi – al di là della classica trama sui delitti del serial killer e le indagini per scoprire chi è e perché uccide – gli archetipi del genere sono rivisitati in chiave originale e pienamente riuscita. I personaggi sono appunto dei modelli comportamentali – per questo non hanno nome ma sono L’uomo che pulisce, La cacciatrice di mosche, La ragazzina con il ciuffo viola – che però non si presentano in modo stereotipato e quindi prevedibile. A cominciare dall’assassino, il mostro metodico e meticoloso, a sua volta vittima di terribili violenze durante la sua infanzia. Di crudeli, insane torture che lo segneranno nel corpo e nella mente per sempre. Ma sul fondo dell’animo del mostro c’è un’umanità, una bontà di cui gli spettatori devono prendere atto, pure se non vogliono accettarla.
Così come nella indagatrice, la cacciatrice, paladina che difende le donne dalle violenze degli uomini, c’è una colpa indicibile e per lei imperdonabile. Fino ad arrivare alla piccola ragazzina dal ciuffo viola e dal corpo esile, anche lei vittima della violenza, fisica e psicologica, vittima di carnefici travestiti da persone care, che viene salvata dal mostro ed è l’unica al mondo a volergli bene. Nel mezzo ci sono altri personaggi incastrati in modo virtuoso negli ingranaggi narrativi – il plot è a prova di bomba, tanto che non c’è spazio per l’interpretazione, per sottotesti, per chiavi di lettura molteplici. Io sono l’abisso è il titolo ed è l’affermazione-principio d’identità del protagonista. Un abisso di male che sul fondo ha un po’ di bene. Ma tutti chi più chi meno sono parte dell’abisso, intrappolati sul fondo del lago, lontani dalla luce, chiusi dietro la “porta verde”, altro luogo mentale prima che fisico, nella stanza segreta (o delle torture) dell’inconscio, del rimosso, del trauma.
Il male è un cerchio, dove non c’è inizio e non c’è fine. Ma nelle vite che girano, sprofondando verso il fondo dell’abisso o risalendo verso la superficie, fuori dall’acqua, c’è una nascita e c’è una morte. Nel mezzo ci sono la lotta contro il male, il trionfo del male sul bene, il bene che diventa male e viceversa. Un gran lavoro di introspezione psicologica, reso possibile da un’ottima regia del cast, vero punto di forza del film. La prova degli attori è notevole, a partire da Gabriel Montesi – alla sua prima interpretazione da protagonista dopo ruoli che lasciavano già il segno in Siccità e Speravo de morì prima – che lo consacra definitivamente uno dei migliori attori in circolazione. Molto brava anche Michela Cescon, che aveva lavorato con Carrisi anche ne La ragazza nella nebbia. Impressionante (letteralmente) l’interpretazione della giovanissima Sara Ciocca, 14 anni, già apprezzata in America Latina, che vogliamo immaginare allegra e solare nella vita “normale”.

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