Iran: dodicenne uccisa e (tante) altre violenze sulle donne

 

Il Regime islamico iraniano non ha nessuna intenzione di cedere terreno alle forze che, dallo scorso 16 settembre, animano la durissima protesta scoppiata nel Paese. Dai sit-in, alle marce in piazza, al lancio delle hijab, agli scioperi, fino alla solidarietà espressa in tutto il mondo sui social; da tempo ormai si è arrivati alla conta delle vittime, tra studenti, giovani donne, manifestanti, dissidenti politici, membri della sicurezza e, purtroppo, anche bimbi e minorenni. A 100 giorni compiuti dall’inizio delle sommosse, siamo oggi di fronte alla morte di circa 69 bambini, secondo Amnesty International.
L’ultima piccola innocente ad aver pagato il prezzo della rivoluzione civile con la vita, è la dodicenne Saha Etebari , rimasta uccisa lo scorso 25 dicembre dopo che alcuni agenti in borghese ad un posto di blocco hanno sparato contro l’auto della sua famiglia, nella provincia di Hormozgan. Lo scorso 16 novembre la stessa cosa era accaduta a Kian Pirfalak, di 9 anni, assassinato dagli agenti che hanno ferito gravemente anche suo padre.
Come riporta Bbc Persia, il comandante a capo delle forze di polizia iraniane ha emesso un ordine speciale per indagare sulla vicenda.
Da più di tre mesi il Paese è nel caos: più le proteste si infiammano, più il regime mostra il pugno duro e viceversa. Degli ultimi giorni la dichiarazione del presidente Ebrahim Raisi che nel corso di una cerimonia ha detto: “Non mostreremo misericordia ai nemici” – ossia ai manifestanti.
Una dichiarazione che fa rabbrividire perché sottintende la volontà di inasprire la repressione e allo stesso legittima le violenze e le torture su coloro che vengono arrestati o imputati di “Guerra contro Dio”.
Un’importante attivista per i diritti umani in Iran, ha scritto dal carcere di Evin alla Bbc, per fornire dettagli su come le donne imprigionate a causa del loro coinvolgimento nelle proteste antigovernative, subiscano abusi di ogni tipo, e per testimoniare come tali aggressioni siano diventate più comuni nelle recenti vicende.
Narges Mohammadi è la vice capo del centro per i difensori dei diritti umani del premio Nobel Shirin Ebadi, e, in seguito a diverse condanne, è attualmente in carcere per “diffusione di propaganda”. I prigionieri politici di spicco come lei, che non sono in isolamento, spesso riescono a comunicare con il mondo esterno tramite le famiglie o altri attivisti. Nella sua lettera, Mohammadi afferma che alcune delle donne arrestate durante le recenti manifestazioni sono state trasferite nel reparto femminile della prigione di Evin, e questo le ha dato la possibilità di ascoltare i loro racconti scioccanti.
Un’altra nota attivista, durante il tragitto che la trasportava in carcere, aveva le mani e le gambe legate a un gancio sopra la testa, ed è stata aggredita sessualmente dagli agenti di sicurezza. In un rapporto del 19 dicembre, il Governo affermava che le detenute erano tutte in strutture gestite da personale femminile, e che le accuse di stupro erano solo “voci” “prive di fondamento”, tipiche dei media occidentali. Contemporaneamente a questi report, tuttavia, l’Iran reprime a tal punto la cronaca interna da essersi guadagnato il titolo di terzo più grande carceriere di giornalisti al mondo. Uno scenario terribile e molto delicato.
Nonostante i pericoli che queste attiviste corrono, secondo Mohammadi è necessario testimoniare, allo scopo di porre fine a tutto questo dolore e a questi soprusi.
“L’assalto alle attiviste, combattenti e manifestanti in Iran, dovrebbe essere riportato ampiamente a livello globale. In assenza di potenti organizzazioni civili indipendenti, l’attenzione e il sostegno dei media e delle organizzazioni internazionali per i diritti umani e dell’opinione pubblica globale è essenziale”, ha specificato nella lettera.

 

Il Regime islamico iraniano non ha nessuna intenzione di cedere terreno alle forze che, dallo scorso 16 settembre, animano la durissima protesta scoppiata nel Paese. Dai sit-in, alle marce in piazza, al lancio delle hijab, agli scioperi, fino alla solidarietà espressa in tutto il mondo sui social; da tempo ormai si è arrivati alla conta delle vittime, tra studenti, giovani donne, manifestanti, dissidenti politici, membri della sicurezza e, purtroppo, anche bimbi e minorenni. A 100 giorni compiuti dall’inizio delle sommosse, siamo oggi di fronte alla morte di circa 69 bambini, secondo Amnesty International.
L’ultima piccola innocente ad aver pagato il prezzo della rivoluzione civile con la vita, è la dodicenne Saha Etebari , rimasta uccisa lo scorso 25 dicembre dopo che alcuni agenti in borghese ad un posto di blocco hanno sparato contro l’auto della sua famiglia, nella provincia di Hormozgan. Lo scorso 16 novembre la stessa cosa era accaduta a Kian Pirfalak, di 9 anni, assassinato dagli agenti che hanno ferito gravemente anche suo padre.
Come riporta Bbc Persia, il comandante a capo delle forze di polizia iraniane ha emesso un ordine speciale per indagare sulla vicenda.
Da più di tre mesi il Paese è nel caos: più le proteste si infiammano, più il regime mostra il pugno duro e viceversa. Degli ultimi giorni la dichiarazione del presidente Ebrahim Raisi che nel corso di una cerimonia ha detto: “Non mostreremo misericordia ai nemici” – ossia ai manifestanti.
Una dichiarazione che fa rabbrividire perché sottintende la volontà di inasprire la repressione e allo stesso legittima le violenze e le torture su coloro che vengono arrestati o imputati di “Guerra contro Dio”.
Un’importante attivista per i diritti umani in Iran, ha scritto dal carcere di Evin alla Bbc, per fornire dettagli su come le donne imprigionate a causa del loro coinvolgimento nelle proteste antigovernative, subiscano abusi di ogni tipo, e per testimoniare come tali aggressioni siano diventate più comuni nelle recenti vicende.
Narges Mohammadi è la vice capo del centro per i difensori dei diritti umani del premio Nobel Shirin Ebadi, e, in seguito a diverse condanne, è attualmente in carcere per “diffusione di propaganda”. I prigionieri politici di spicco come lei, che non sono in isolamento, spesso riescono a comunicare con il mondo esterno tramite le famiglie o altri attivisti. Nella sua lettera, Mohammadi afferma che alcune delle donne arrestate durante le recenti manifestazioni sono state trasferite nel reparto femminile della prigione di Evin, e questo le ha dato la possibilità di ascoltare i loro racconti scioccanti.
Un’altra nota attivista, durante il tragitto che la trasportava in carcere, aveva le mani e le gambe legate a un gancio sopra la testa, ed è stata aggredita sessualmente dagli agenti di sicurezza. In un rapporto del 19 dicembre, il Governo affermava che le detenute erano tutte in strutture gestite da personale femminile, e che le accuse di stupro erano solo “voci” “prive di fondamento”, tipiche dei media occidentali. Contemporaneamente a questi report, tuttavia, l’Iran reprime a tal punto la cronaca interna da essersi guadagnato il titolo di terzo più grande carceriere di giornalisti al mondo. Uno scenario terribile e molto delicato.
Nonostante i pericoli che queste attiviste corrono, secondo Mohammadi è necessario testimoniare, allo scopo di porre fine a tutto questo dolore e a questi soprusi.
“L’assalto alle attiviste, combattenti e manifestanti in Iran, dovrebbe essere riportato ampiamente a livello globale. In assenza di potenti organizzazioni civili indipendenti, l’attenzione e il sostegno dei media e delle organizzazioni internazionali per i diritti umani e dell’opinione pubblica globale è essenziale”, ha specificato nella lettera.
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