Italia da morire

Una indagine di Adele Marini su sette morti sospette

 

Ci sono casi di morte che si sono verificati in momenti particolarmente delicati della storia del Risorgimento e post unitaria italiana che, con il loro accadere, hanno influito sul prevedibile decorso degli eventi.

Adele Marini, giornalista specializzata in cronaca nera e giudiziaria, nel suo ultimo saggio ”Italia da morire” (Chiarelettere editore, pag. 291, Euro 19,00) mette a confronto le cause di morte di sette personaggi “illustri” (Anita Garibaldi, Ippolito Nievo, Camillo Benso di Cavour, Alberto Pollio, Giacomo Matteotti, Antonio Gramsci e Italo Balbo) riportate nei libri di storia con le ricostruzioni degli eventi descritti nelle cronache dell’epoca.

E’ un viaggio affascinante tra documenti, testimonianze e reperti di quasi un secolo (dal 1849 al 1940) relativi a celebri casi che potremmo definire di “cronaca nera” che per l’autrice sono ancora irrisolti.

“Ma perché, scrive l’autrice, ostinarsi a cercare verità nascoste nelle pieghe del passato? A che scopo dedicarsi a un’operazione che oggi viene liquidata con sufficienza, se non con disprezzo, con la parola ‘dietrologia’, cioè il rifiuto di prendere per buone le ‘verità ufficiali’?…..Perché tocca agli storici fare luce, mettere sul tavolo altre carte, prospettare altre possibili soluzioni logiche. E tocca ai giornalisti che sanno guardare nelle pieghe delle cosiddette verità ufficiali cercare di comporre tanti puzzle con gli elementi che ai magistrati erano sfuggiti o che volutamente non avevano preso in considerazione”.

Adele Marini con puntiglio storiografico e sulla base di un attento riesame delle fonti primarie,  penetra all’interno della ricostruzione storica degli eventi che hanno portato alla morte i sette “personaggi” per confutarne l’attendibilità delle cause storicamente accettate compiendo le necessarie indagini per far luce su questi che lei definisce “delitti”, casi irrisolti, misteri insoluti mettendo al centro di ogni “morte sospetta” i fatti successivi al suo verificarsi.

Il libro inizia con il “caso” Anita Garibaldi, morta, stremata dalla fatiche, era in stato di avanzata gravidanza, e dalla malaria, il 4 agosto 1849 nella zona di Comacchio dopo aver trovato rifugio presso la casa di un patriota mentre con Giuseppe, con il quale era fuggita da Roma conquistata dai francesi, tentava di raggiungere Venezia. Muore praticamente tra le braccia del marito che, costretto a riprendere la via per Venezia perché “braccato” dalle truppe austriache e da quelle papaline, raccomanda di darle una decorosa sepoltura. Come e dove fu sepolta Anita non si sa. Sei giorni dopo, il 10 agosto, viene rinvenuto in una landa sabbiosa il corpo di una donna, sepolta in poco più di mezzo metro di sabbia, che, secondo una prima autopsia, smentita da una successiva, non era “morta di malaria, ma era stata strangolata”. Il cadavere fu ritenuto essere quello di Anita. Se quel corpo era davvero della moglie dell’Eroe dei due mondi, quale era stata la causa della sua morte? E perché non era stata sepolta secondo le istruzioni lasciate dal marito?

Ippolito Nievo, nominato da Garibaldi al momento della partenza dei Mille da Quarto “Vice intendente di finanza” con l’incarico di “gestire” le entrate e le uscite della spedizione, muore la notte tra il 4 e 5 maggio 1861 nel naufragio del piroscafo Ercole che da Palermo lo avrebbe portato a Genova. Con lui scompare una cassa di documenti relativi alla contabilità della spedizione da consegnare a Torino al Ministro delle Finanze. Il relitto dell’Ercole non è stato mai trovato ne individuato per cui non si conoscono le cause del suo naufragio. Una tempesta? Una esplosione nella stiva? L’unica cosa certa è che i documenti che custodiva Ippolito Nievo potevano provare l’avvenuta corruzione dei vertici militari borbonici “passati” nell’esercito piemontese e quindi avvalorare la tesi che la conquista del Regno delle Due Sicilie non era stata fatta con l’esercito ma con “le mazzette”.  

Giacomo Matteotti, Segretario del Partito socialista unitario e deputato di opposizione al governo di Mussolini, viene rapito e ucciso da una squadra fascista il giorno prima di un discorso che avrebbe dovuto pronunciare alla Camera dei deputati per denunciare la collusione del Fascismo e della Casa Reale con società straniere che avrebbero dovuto svolgere la loro attività in Italia a danno delle imprese italiane. Illazioni? Forse. Certo è che la sorte riservata ad Amerigo Dumini, che ha organizzato e attuato il rapimento, è perlomeno sospetta. Nel 1941, condannato a morte per altri realti, esce indenne dalla sua “fucilazione”.

L’elenco dei “casi irrisolti” di morti eccellenti, tutti trattati da Adele Marini come protagonisti di un romanzo poliziesco, si conclude con quello di Italo Balbo, figura centrale del Fascismo (è stato il creatore della milizia fascista), quadrumviro della marcia su Roma, trasvolatore dell’Atlantico e Maresciallo dell’Aria, nel 1934 nominato Governatore della Libia.

Il 28 giugno 1940, mentre con il suo trimotore S.M. 79 “Sparviero” era  in fase di atterraggio nel campo di aviazione di Tobruk, il suo aereo fu abbattuto per “errore” (secondo la fonte ufficiale) dalle batterie contraeree dell’incrociatore San Giorgio alla fonda nel porto di Tobruk. Come mai il suo aereo, che per la sua inconfondibile forma era soprannominato “il gobbo”, non era stato riconosciuto come italiano ma scambiato per un aereo nemico? Chi ha dato e perché l’ordine di aprire il fuoco?. Le risposte a queste domande date da testimoni oculari, riportate da Adele Marini, sono divergenti tra loro. Quello che è certo è che Italo Balbo era, per Mussolini, un fascista scomodo, non sempre allineato alla sua volontà, che “pretendeva di trattare il duce da pari a pari”. 

Tutte morti, quelle ricordate da Adele Marini, accadute con eccezionale tempismo funzionale agli interessi di qualcuno che voleva  realizzare “cambiamenti” o mantenere la continuità del potere in atto. Un libro importante “Italia da morire” per comprendere attraverso i retroscena del passato il presente del quale è conseguenza.

Vittorio Esposito

 

Una indagine di Adele Marini su sette morti sospette

 

Ci sono casi di morte che si sono verificati in momenti particolarmente delicati della storia del Risorgimento e post unitaria italiana che, con il loro accadere, hanno influito sul prevedibile decorso degli eventi.

Adele Marini, giornalista specializzata in cronaca nera e giudiziaria, nel suo ultimo saggio ”Italia da morire” (Chiarelettere editore, pag. 291, Euro 19,00) mette a confronto le cause di morte di sette personaggi “illustri” (Anita Garibaldi, Ippolito Nievo, Camillo Benso di Cavour, Alberto Pollio, Giacomo Matteotti, Antonio Gramsci e Italo Balbo) riportate nei libri di storia con le ricostruzioni degli eventi descritti nelle cronache dell’epoca.

E’ un viaggio affascinante tra documenti, testimonianze e reperti di quasi un secolo (dal 1849 al 1940) relativi a celebri casi che potremmo definire di “cronaca nera” che per l’autrice sono ancora irrisolti.

“Ma perché, scrive l’autrice, ostinarsi a cercare verità nascoste nelle pieghe del passato? A che scopo dedicarsi a un’operazione che oggi viene liquidata con sufficienza, se non con disprezzo, con la parola ‘dietrologia’, cioè il rifiuto di prendere per buone le ‘verità ufficiali’?…..Perché tocca agli storici fare luce, mettere sul tavolo altre carte, prospettare altre possibili soluzioni logiche. E tocca ai giornalisti che sanno guardare nelle pieghe delle cosiddette verità ufficiali cercare di comporre tanti puzzle con gli elementi che ai magistrati erano sfuggiti o che volutamente non avevano preso in considerazione”.

Adele Marini con puntiglio storiografico e sulla base di un attento riesame delle fonti primarie,  penetra all’interno della ricostruzione storica degli eventi che hanno portato alla morte i sette “personaggi” per confutarne l’attendibilità delle cause storicamente accettate compiendo le necessarie indagini per far luce su questi che lei definisce “delitti”, casi irrisolti, misteri insoluti mettendo al centro di ogni “morte sospetta” i fatti successivi al suo verificarsi.

Il libro inizia con il “caso” Anita Garibaldi, morta, stremata dalla fatiche, era in stato di avanzata gravidanza, e dalla malaria, il 4 agosto 1849 nella zona di Comacchio dopo aver trovato rifugio presso la casa di un patriota mentre con Giuseppe, con il quale era fuggita da Roma conquistata dai francesi, tentava di raggiungere Venezia. Muore praticamente tra le braccia del marito che, costretto a riprendere la via per Venezia perché “braccato” dalle truppe austriache e da quelle papaline, raccomanda di darle una decorosa sepoltura. Come e dove fu sepolta Anita non si sa. Sei giorni dopo, il 10 agosto, viene rinvenuto in una landa sabbiosa il corpo di una donna, sepolta in poco più di mezzo metro di sabbia, che, secondo una prima autopsia, smentita da una successiva, non era “morta di malaria, ma era stata strangolata”. Il cadavere fu ritenuto essere quello di Anita. Se quel corpo era davvero della moglie dell’Eroe dei due mondi, quale era stata la causa della sua morte? E perché non era stata sepolta secondo le istruzioni lasciate dal marito?

Ippolito Nievo, nominato da Garibaldi al momento della partenza dei Mille da Quarto “Vice intendente di finanza” con l’incarico di “gestire” le entrate e le uscite della spedizione, muore la notte tra il 4 e 5 maggio 1861 nel naufragio del piroscafo Ercole che da Palermo lo avrebbe portato a Genova. Con lui scompare una cassa di documenti relativi alla contabilità della spedizione da consegnare a Torino al Ministro delle Finanze. Il relitto dell’Ercole non è stato mai trovato ne individuato per cui non si conoscono le cause del suo naufragio. Una tempesta? Una esplosione nella stiva? L’unica cosa certa è che i documenti che custodiva Ippolito Nievo potevano provare l’avvenuta corruzione dei vertici militari borbonici “passati” nell’esercito piemontese e quindi avvalorare la tesi che la conquista del Regno delle Due Sicilie non era stata fatta con l’esercito ma con “le mazzette”.  

Giacomo Matteotti, Segretario del Partito socialista unitario e deputato di opposizione al governo di Mussolini, viene rapito e ucciso da una squadra fascista il giorno prima di un discorso che avrebbe dovuto pronunciare alla Camera dei deputati per denunciare la collusione del Fascismo e della Casa Reale con società straniere che avrebbero dovuto svolgere la loro attività in Italia a danno delle imprese italiane. Illazioni? Forse. Certo è che la sorte riservata ad Amerigo Dumini, che ha organizzato e attuato il rapimento, è perlomeno sospetta. Nel 1941, condannato a morte per altri realti, esce indenne dalla sua “fucilazione”.

L’elenco dei “casi irrisolti” di morti eccellenti, tutti trattati da Adele Marini come protagonisti di un romanzo poliziesco, si conclude con quello di Italo Balbo, figura centrale del Fascismo (è stato il creatore della milizia fascista), quadrumviro della marcia su Roma, trasvolatore dell’Atlantico e Maresciallo dell’Aria, nel 1934 nominato Governatore della Libia.

Il 28 giugno 1940, mentre con il suo trimotore S.M. 79 “Sparviero” era  in fase di atterraggio nel campo di aviazione di Tobruk, il suo aereo fu abbattuto per “errore” (secondo la fonte ufficiale) dalle batterie contraeree dell’incrociatore San Giorgio alla fonda nel porto di Tobruk. Come mai il suo aereo, che per la sua inconfondibile forma era soprannominato “il gobbo”, non era stato riconosciuto come italiano ma scambiato per un aereo nemico? Chi ha dato e perché l’ordine di aprire il fuoco?. Le risposte a queste domande date da testimoni oculari, riportate da Adele Marini, sono divergenti tra loro. Quello che è certo è che Italo Balbo era, per Mussolini, un fascista scomodo, non sempre allineato alla sua volontà, che “pretendeva di trattare il duce da pari a pari”. 

Tutte morti, quelle ricordate da Adele Marini, accadute con eccezionale tempismo funzionale agli interessi di qualcuno che voleva  realizzare “cambiamenti” o mantenere la continuità del potere in atto. Un libro importante “Italia da morire” per comprendere attraverso i retroscena del passato il presente del quale è conseguenza.

Vittorio Esposito

 

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