Italia? Paese di santi, poeti, navigatori e con un posto in una Commissione

Il nostro è un Paese nel quale le commissioni speciali, le task force, le unità operative, le cabine di regia, i tavoli tecnici, i gruppi di lavoro, proliferano da sempre e la tendenza non accenna a scemare, anzi. E questo, nonostante la pessima nomea di questi organismi, colpevoli secondo molti di far solo perdere tempo senza arrivare a conclusioni efficaci.

Per Benedetto Croce «la commissione parlamentare migliore è quella che ha un numero di membri pari che sia inferiore all’uno», e Craxi amava ripetere che «se non si vuole risolvere un problema, basta nominare una bella commissione». Ma perché, sempre più spesso, la Politica da vita a queste strutture? I motivi possono essere tanti, e non sempre sono dei più nobili. Costituire una commissione può produrre molti vantaggi. 

Innanzitutto, quando non si riesce a trovare una soluzione a un dossier difficile, ad una questione annosa, far nascere una commissione può far prendere tempo, dando l’impressione che si stia comunque affrontando il tema. E, in ogni caso, è un modo per deresponsabilizzarsi, per non decidere, passando la palla ai tecnici. Ecco, appunto. Formare una commissione vuol dire anche fare delle nomine e accontentare un po’ tutti. I mezzi d’informazione, quindi, ne daranno notizia soffermandosi sui suoi componenti, sui loro curricula e sulle loro specializzazioni, intervistandoli e facendosi confessare gli obiettivi che si prefiggono. Così facendo, la politica non fa che dirottare le attenzioni della stampa sui tecnici, alleggerendo la pressione mediatica. Ecco, dunque, che la task force di turno si riunirà, elaborerà ipotesi e piani di lavoro. Ma non sarà un modo per favorire la tecnocrazia? Sì, l’accusa che viene mossa è proprio questa e, di fatto, la collaborazione con scienziati e tecnici porta spesso ad una mortificazione della volontà popolare, ad una sorta di “commissariamento” della politica. Ma stiamo all’attualità che è essenzialmente emergenza sanitaria ed economico-produttiva a causa del virus. Per governarla il governo Conte ha formato ben 15 task force. 

Non tutte, sia chiaro, si occupano del virus in senso stretto, anche perché il numero maggiore di esse ha il compito di elaborare progetti di stretta pertinenza politica. La prima task force, presieduta dal manager Vittorio Colao, è entrata in azione a gennaio del 2020. Era composta da otto personalità di rilievo del mondo sanitario con il compito di coordinare le migliori risposte al diffondersi del virus. Successivamente, è stato istituito il CTS (Comitato tecnico-scientifico) con membri provenienti dall’Istituto nazionale di sanità, medici dell’ospedale Spallanzani, virologi, epidemiologi e immunologi. In tutto, quindici membri fissi, ai quali si sono affiancati altri esperti. Al Ministero dell’Istruzione il trend è stato rispettato: qui hanno operato due diversi gruppi, il primo, formato da 100 esperti, per occuparsi della chiusura degli istituti causata dal Covid; il secondo, con quindici membri, per proporre un progetto di scuola adatto alla riapertura di settembre. E abbiamo visto con quali risultati. Ma i gruppi di esperti non si fermano qui. Anche il ministro dell’Innovazione ha nominato 76 esperti per una task force sull’analisi dei dati relativi all’impatto dell’emergenza sul Paese, e il ministro dell’Ambiente ha formato un team sulla finanza sostenibile composto da 9 membri. Stessa cosa al Ministero della Giustizia con venti esperti in materie giuridiche suddivisi in tre distinti gruppi. Per affrontare il tema dell’emergenza delle carceri sono stati nominati 40 membri e altri 35 per il problema della liquidità del sistema bancario. A questi si devono aggiungere le due cabine di regia Governo-Enti locali e parti sociali, fase 1 e 2, la task force del Miur per il post-emergenza, la task force “Donne per il Nuovo Rinascimento” istituita presso il Ministero delle Pari Opportunità e quella per contrastare il fenomeno delle fake news. 450 membri in tutto a cui se ne sono affiancati molti altri, per quindici task force ufficiali. Più di 800 persone che operano per l’emergenza, tra politici, esperti, giuristi, dirigenti, scienziati, manager, economisti, docenti universitari, esperti di dati e tecnologie. Quindici sono le commissioni speciali istituite a livello centrale con oltre 450 esperti e 30 a livello locale con almeno altri 400 componenti. E non è detto che non nasca anche il comitato che dovrà amministrare i miliardi del Recovery Fund, annunciato dall’ex premier Conte alla fine di novembre: 300 esperti sotto la direzione di un comitato esecutivo composto da 6 tecnici, a sua volta diretto da un organismo di altre tre persone. Una proliferazione nata lo scorso anno, quando Domenico Arcuri venne nominato Commissario straordinario per il potenziamento delle infrastrutture ospedaliere, potendo contare su una struttura di tredici esperti. Lavori a cui seguono relazioni, files, tabelle, che spesso rimangono lettera morta. E, non a torto, vi è chi parla di prevalenza della tecnica sulla politica, di una sorta di tecnocrazia autorizzata. Pareri consultivi e non vincolanti, sia chiaro, ma che spesso prevalgono sull’autonomia e sulla libertà della politica. Alcuni sostengono che le task force di esperti siano in un certo senso il suicidio delle classi politiche che non vogliono assumersi le proprie responsabilità. Ma quello delle task force non è un fenomeno recente: abbiamo forse dimenticato le Commissioni Bicamerali chiamate a riformare la Carta Costituzionale? La commissione Bozzi (1983-1985), la De Mita-Iotti (1993-1994), la commissione D’Alema (1997)? 

E le 11 commissioni per la riforma della giustizia? E le commissioni parlamentari di inchiesta e di indagine? Di task force ormai ne manca solo una e se ne sente proprio il bisogno, anche per non perdersi nel labirinto: una task force per coordinare tutte quelle esistenti.

Alfonso Lo Sardo

 

Il nostro è un Paese nel quale le commissioni speciali, le task force, le unità operative, le cabine di regia, i tavoli tecnici, i gruppi di lavoro, proliferano da sempre e la tendenza non accenna a scemare, anzi. E questo, nonostante la pessima nomea di questi organismi, colpevoli secondo molti di far solo perdere tempo senza arrivare a conclusioni efficaci.

Per Benedetto Croce «la commissione parlamentare migliore è quella che ha un numero di membri pari che sia inferiore all’uno», e Craxi amava ripetere che «se non si vuole risolvere un problema, basta nominare una bella commissione». Ma perché, sempre più spesso, la Politica da vita a queste strutture? I motivi possono essere tanti, e non sempre sono dei più nobili. Costituire una commissione può produrre molti vantaggi. 

Innanzitutto, quando non si riesce a trovare una soluzione a un dossier difficile, ad una questione annosa, far nascere una commissione può far prendere tempo, dando l’impressione che si stia comunque affrontando il tema. E, in ogni caso, è un modo per deresponsabilizzarsi, per non decidere, passando la palla ai tecnici. Ecco, appunto. Formare una commissione vuol dire anche fare delle nomine e accontentare un po’ tutti. I mezzi d’informazione, quindi, ne daranno notizia soffermandosi sui suoi componenti, sui loro curricula e sulle loro specializzazioni, intervistandoli e facendosi confessare gli obiettivi che si prefiggono. Così facendo, la politica non fa che dirottare le attenzioni della stampa sui tecnici, alleggerendo la pressione mediatica. Ecco, dunque, che la task force di turno si riunirà, elaborerà ipotesi e piani di lavoro. Ma non sarà un modo per favorire la tecnocrazia? Sì, l’accusa che viene mossa è proprio questa e, di fatto, la collaborazione con scienziati e tecnici porta spesso ad una mortificazione della volontà popolare, ad una sorta di “commissariamento” della politica. Ma stiamo all’attualità che è essenzialmente emergenza sanitaria ed economico-produttiva a causa del virus. Per governarla il governo Conte ha formato ben 15 task force. 

Non tutte, sia chiaro, si occupano del virus in senso stretto, anche perché il numero maggiore di esse ha il compito di elaborare progetti di stretta pertinenza politica. La prima task force, presieduta dal manager Vittorio Colao, è entrata in azione a gennaio del 2020. Era composta da otto personalità di rilievo del mondo sanitario con il compito di coordinare le migliori risposte al diffondersi del virus. Successivamente, è stato istituito il CTS (Comitato tecnico-scientifico) con membri provenienti dall’Istituto nazionale di sanità, medici dell’ospedale Spallanzani, virologi, epidemiologi e immunologi. In tutto, quindici membri fissi, ai quali si sono affiancati altri esperti. Al Ministero dell’Istruzione il trend è stato rispettato: qui hanno operato due diversi gruppi, il primo, formato da 100 esperti, per occuparsi della chiusura degli istituti causata dal Covid; il secondo, con quindici membri, per proporre un progetto di scuola adatto alla riapertura di settembre. E abbiamo visto con quali risultati. Ma i gruppi di esperti non si fermano qui. Anche il ministro dell’Innovazione ha nominato 76 esperti per una task force sull’analisi dei dati relativi all’impatto dell’emergenza sul Paese, e il ministro dell’Ambiente ha formato un team sulla finanza sostenibile composto da 9 membri. Stessa cosa al Ministero della Giustizia con venti esperti in materie giuridiche suddivisi in tre distinti gruppi. Per affrontare il tema dell’emergenza delle carceri sono stati nominati 40 membri e altri 35 per il problema della liquidità del sistema bancario. A questi si devono aggiungere le due cabine di regia Governo-Enti locali e parti sociali, fase 1 e 2, la task force del Miur per il post-emergenza, la task force “Donne per il Nuovo Rinascimento” istituita presso il Ministero delle Pari Opportunità e quella per contrastare il fenomeno delle fake news. 450 membri in tutto a cui se ne sono affiancati molti altri, per quindici task force ufficiali. Più di 800 persone che operano per l’emergenza, tra politici, esperti, giuristi, dirigenti, scienziati, manager, economisti, docenti universitari, esperti di dati e tecnologie. Quindici sono le commissioni speciali istituite a livello centrale con oltre 450 esperti e 30 a livello locale con almeno altri 400 componenti. E non è detto che non nasca anche il comitato che dovrà amministrare i miliardi del Recovery Fund, annunciato dall’ex premier Conte alla fine di novembre: 300 esperti sotto la direzione di un comitato esecutivo composto da 6 tecnici, a sua volta diretto da un organismo di altre tre persone. Una proliferazione nata lo scorso anno, quando Domenico Arcuri venne nominato Commissario straordinario per il potenziamento delle infrastrutture ospedaliere, potendo contare su una struttura di tredici esperti. Lavori a cui seguono relazioni, files, tabelle, che spesso rimangono lettera morta. E, non a torto, vi è chi parla di prevalenza della tecnica sulla politica, di una sorta di tecnocrazia autorizzata. Pareri consultivi e non vincolanti, sia chiaro, ma che spesso prevalgono sull’autonomia e sulla libertà della politica. Alcuni sostengono che le task force di esperti siano in un certo senso il suicidio delle classi politiche che non vogliono assumersi le proprie responsabilità. Ma quello delle task force non è un fenomeno recente: abbiamo forse dimenticato le Commissioni Bicamerali chiamate a riformare la Carta Costituzionale? La commissione Bozzi (1983-1985), la De Mita-Iotti (1993-1994), la commissione D’Alema (1997)? 

E le 11 commissioni per la riforma della giustizia? E le commissioni parlamentari di inchiesta e di indagine? Di task force ormai ne manca solo una e se ne sente proprio il bisogno, anche per non perdersi nel labirinto: una task force per coordinare tutte quelle esistenti.

Alfonso Lo Sardo

 

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