Jimi Hendrix tra mito e leggenda il ricordo a 80 anni dalla nascita 

di Benedetta Basile

Ottanta anni fa nacque una figura leggendaria del mondo della musica, Jimi Hendrix.
Nel corso di quella che fu la sua brevissima carriera, fuse blues, funky, soul, hard rock e psichedelica creando dei suoni unici ed entrando nell’empireo dei più grandi chitarristi della storia. Nessuno dopo di lui fu in grado di creare un mix così perfetto. James Allen Hendrix nacque a Seattle il 27 novembre del 1942, in seguito il padre cambiò il nome in James Marshall Hendrix.
La passione per la chitarra nacque presto, già a metà degli anni ’50 girava per la Horace Mann Elementary School che frequentava a quei tempi senza mai separarsi da una scopa con cui faceva finta di suonare. Attirò così tanto l’attenzione che un’assistente sociale cercò inutilmente di convincere la scuola a fornirgli una chitarra vera. Non riuscì a procurarsi strumento migliore di un ukulele, trovato mentre aiutava il padre a sgomberare una cantina. Iniziò così nel 1957 ad imparare ad orecchio le sue prime canzoni. Alla morte delle madre Lucille il 2 febbraio 1958 fu il padre stesso a regalargli una chitarra, ma fu per destrorsi e Jimi era mancino. Dovette così imparare in fretta a suonare rovesciandola, un’abitudine che caratterizzò tutta la sua carriera.
Nel 1961, durante il servizio militare, il musicista incontrò Billy Cox, che sentendolo suonare descrisse il suo stile come una combinazione tra “John Lee Hooker e Beethoven”. Quest’ultimo prese in prestito un basso e i due formarono i King Casuals. Era il 1963.
Due anni più tardi Hendrix fece la sua prima apparizione nello show “Night Train”, che divenne il primo filmato di una sua esibizione dal vivo.
Nel 1966 Chas Chandler, noto produttore discografico britannico rimase colpito dalla sua versione di “Hey Joe”, che lo portò con sé a Londra e costruì intorno a lui la band destinata ad esaltarne il talento “The Jimi Hendrix Experience”. In breve tempo arrivò il successo con pezzi come “Hey Joe”, “The Wind cries Mary” e “Purple Haze”.
Il 18 giugno 1967 al Monterey Pop Festival fu presentato come “l’artista più entusiasmante che abbia mai sentito” da Brian Jones e, in quell’occasione, Jimi diede vita a una delle sue performance live più memorabili, che concluse dando fuoco a una chitarra.
Dopo l’uscita del terzo album, che si rivelò anche l’ultimo, “Electric Ladyland”, ritenuto un capolavoro, i rapporti con gli altri membri della band iniziarono a deteriorarsi a causa delle sue dipendenze dalle droghe. La rottura con i colleghi fu annunciata anche sul palco di Woodstock e con il nome di “Band of Gypsy”, con l’amico Billy Cox e Buddy Mules alla batteria registrò un album straordinario di un rock molto potente. Il 6 settembre in Germania Jimi Hendrix si esibì per l’ultima volta in un concerto dove venne fischiato dal pubblico per aver cancellato la performance della sera prima. Scese dal palco e partì per Londra, dove dopo dieci giorni suonò per l’ultima volta. Meno di 48 ore dopo, infatti, venne ritrovato morto nell’appartamento che condivideva con la sua ultima compagna, Monica Dannemann, al Samarkand Hotel.

di Benedetta Basile

Ottanta anni fa nacque una figura leggendaria del mondo della musica, Jimi Hendrix.
Nel corso di quella che fu la sua brevissima carriera, fuse blues, funky, soul, hard rock e psichedelica creando dei suoni unici ed entrando nell’empireo dei più grandi chitarristi della storia. Nessuno dopo di lui fu in grado di creare un mix così perfetto. James Allen Hendrix nacque a Seattle il 27 novembre del 1942, in seguito il padre cambiò il nome in James Marshall Hendrix.
La passione per la chitarra nacque presto, già a metà degli anni ’50 girava per la Horace Mann Elementary School che frequentava a quei tempi senza mai separarsi da una scopa con cui faceva finta di suonare. Attirò così tanto l’attenzione che un’assistente sociale cercò inutilmente di convincere la scuola a fornirgli una chitarra vera. Non riuscì a procurarsi strumento migliore di un ukulele, trovato mentre aiutava il padre a sgomberare una cantina. Iniziò così nel 1957 ad imparare ad orecchio le sue prime canzoni. Alla morte delle madre Lucille il 2 febbraio 1958 fu il padre stesso a regalargli una chitarra, ma fu per destrorsi e Jimi era mancino. Dovette così imparare in fretta a suonare rovesciandola, un’abitudine che caratterizzò tutta la sua carriera.
Nel 1961, durante il servizio militare, il musicista incontrò Billy Cox, che sentendolo suonare descrisse il suo stile come una combinazione tra “John Lee Hooker e Beethoven”. Quest’ultimo prese in prestito un basso e i due formarono i King Casuals. Era il 1963.
Due anni più tardi Hendrix fece la sua prima apparizione nello show “Night Train”, che divenne il primo filmato di una sua esibizione dal vivo.
Nel 1966 Chas Chandler, noto produttore discografico britannico rimase colpito dalla sua versione di “Hey Joe”, che lo portò con sé a Londra e costruì intorno a lui la band destinata ad esaltarne il talento “The Jimi Hendrix Experience”. In breve tempo arrivò il successo con pezzi come “Hey Joe”, “The Wind cries Mary” e “Purple Haze”.
Il 18 giugno 1967 al Monterey Pop Festival fu presentato come “l’artista più entusiasmante che abbia mai sentito” da Brian Jones e, in quell’occasione, Jimi diede vita a una delle sue performance live più memorabili, che concluse dando fuoco a una chitarra.
Dopo l’uscita del terzo album, che si rivelò anche l’ultimo, “Electric Ladyland”, ritenuto un capolavoro, i rapporti con gli altri membri della band iniziarono a deteriorarsi a causa delle sue dipendenze dalle droghe. La rottura con i colleghi fu annunciata anche sul palco di Woodstock e con il nome di “Band of Gypsy”, con l’amico Billy Cox e Buddy Mules alla batteria registrò un album straordinario di un rock molto potente. Il 6 settembre in Germania Jimi Hendrix si esibì per l’ultima volta in un concerto dove venne fischiato dal pubblico per aver cancellato la performance della sera prima. Scese dal palco e partì per Londra, dove dopo dieci giorni suonò per l’ultima volta. Meno di 48 ore dopo, infatti, venne ritrovato morto nell’appartamento che condivideva con la sua ultima compagna, Monica Dannemann, al Samarkand Hotel.

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