JK place the place to be

Non solo all day dining, formula già collaudata fin dall’apertura, grazie alla quale al JK Place, uno degli alberghi più eleganti della Capitale, accolgono clienti in sosta e dall’esterno, con una cucina sempre aperta che si è già guadagnata la medaglia per il miglior club sandwich in town.

Se a tutte le ore del giorno c’è sempre qualcosa di buono da mangiare, con un menù glocal, ossia internazionale ma con sensibili influenze nostrane, due sono i momenti cult per cui vale prendere nota e programmare una tappa speciale, che significa gustare la cucina con tutti i 5 sensi: il fine dining, subito dopo l’aperitivo, e il pranzo della domenica, perfetto per l’autunno che sta arrivando anche se con calma, e dove tutto gira intorno all’arrosto.

Ci si sente a casa lontano da casa. Che la casa sia dietro l’angolo (uno dei marcatori dell’eccellente qualità di un posto è se anche i viziati del quartiere lo scelgono) o che sia l’accomodation di lusso per qualche giorno, è sufficiente varcare la porta e accomodarsi su uno dei divani o nella sala da pranzo con le luci soffuse, che già il saluto di chi ti accoglie, le tante piccole attenzioni e i sorrisi intorno ti dicono, senza parlare, welcome to the club. Maria Strati, che dirige l’hotel ed è praticamente l’ottavo Re di Roma, sa quanto dalla cucina dipenda la percezione che si ha dell’esperienza in un posto. Niente è trascurato: dal profumo di melograno nelle aree comuni, al pensiero sul menù, che deve poter incuriosire sia il vasto pubblico internazionale che popola le stanze e le suite dell’hotel nel cuore di Roma, sia i romani stessi, che, col passaparola, lo hanno eletto place to be, grazie al perfetto mix di atmosfera, design, eccellente cucina e servizio che fa toccare ogni singola punta delle 5 meritatissime stelle. I piatti sono squisitamente romani, riletti e riscritti in chiave contemporanea, con un tocco francese. Ognuno racconta le radici “da romano dei castelli” come si presenta con fierezza lo chef Giordano Gianforchetti, e le influenzedi studi ed esperienze nelle cucine più raffinate di Parigi e Chambery. Ecco, per esempio che al classico carciofo alla romana si abbina una salsa di cacio e pepe. Se poi uno il cacio e pepe lo vuole sullo spaghetto, la risposta è sì: c’è. Ma vale la pena affidarsi alla creativa innovazione di un giovane che ama scrivere di giorno in giorno la storia della cucina italiana.

L’obiettivo della sua sfida, da quando è entrato nella cucina del JK Place, è stato proprio quello di “raccontare idee ed emozioni attraverso i piatti, ricordandoci sì che siamo a Roma ma che a Roma ci passa tutto il mondo”.

E così ci ritroviamo in piatto una crocchetta di patate e baccalà con cremoso al limone, un ragout di cortile, così come un tagliolino zafferano e limone ( classico di certe tavole romane) dove si tuffa una bisque di gambero rosso di Mazara, battuto e aggiunto alla formula classica. Il tripudio di sapori è incredibile.Il gioco sulle consistenze (cremosa, crunchy, morbida) altamente sensoriale. I dolci? Sono assolutamente top.

Non solo all day dining, formula già collaudata fin dall’apertura, grazie alla quale al JK Place, uno degli alberghi più eleganti della Capitale, accolgono clienti in sosta e dall’esterno, con una cucina sempre aperta che si è già guadagnata la medaglia per il miglior club sandwich in town.

Se a tutte le ore del giorno c’è sempre qualcosa di buono da mangiare, con un menù glocal, ossia internazionale ma con sensibili influenze nostrane, due sono i momenti cult per cui vale prendere nota e programmare una tappa speciale, che significa gustare la cucina con tutti i 5 sensi: il fine dining, subito dopo l’aperitivo, e il pranzo della domenica, perfetto per l’autunno che sta arrivando anche se con calma, e dove tutto gira intorno all’arrosto.

Ci si sente a casa lontano da casa. Che la casa sia dietro l’angolo (uno dei marcatori dell’eccellente qualità di un posto è se anche i viziati del quartiere lo scelgono) o che sia l’accomodation di lusso per qualche giorno, è sufficiente varcare la porta e accomodarsi su uno dei divani o nella sala da pranzo con le luci soffuse, che già il saluto di chi ti accoglie, le tante piccole attenzioni e i sorrisi intorno ti dicono, senza parlare, welcome to the club. Maria Strati, che dirige l’hotel ed è praticamente l’ottavo Re di Roma, sa quanto dalla cucina dipenda la percezione che si ha dell’esperienza in un posto. Niente è trascurato: dal profumo di melograno nelle aree comuni, al pensiero sul menù, che deve poter incuriosire sia il vasto pubblico internazionale che popola le stanze e le suite dell’hotel nel cuore di Roma, sia i romani stessi, che, col passaparola, lo hanno eletto place to be, grazie al perfetto mix di atmosfera, design, eccellente cucina e servizio che fa toccare ogni singola punta delle 5 meritatissime stelle. I piatti sono squisitamente romani, riletti e riscritti in chiave contemporanea, con un tocco francese. Ognuno racconta le radici “da romano dei castelli” come si presenta con fierezza lo chef Giordano Gianforchetti, e le influenzedi studi ed esperienze nelle cucine più raffinate di Parigi e Chambery. Ecco, per esempio che al classico carciofo alla romana si abbina una salsa di cacio e pepe. Se poi uno il cacio e pepe lo vuole sullo spaghetto, la risposta è sì: c’è. Ma vale la pena affidarsi alla creativa innovazione di un giovane che ama scrivere di giorno in giorno la storia della cucina italiana.

L’obiettivo della sua sfida, da quando è entrato nella cucina del JK Place, è stato proprio quello di “raccontare idee ed emozioni attraverso i piatti, ricordandoci sì che siamo a Roma ma che a Roma ci passa tutto il mondo”.

E così ci ritroviamo in piatto una crocchetta di patate e baccalà con cremoso al limone, un ragout di cortile, così come un tagliolino zafferano e limone ( classico di certe tavole romane) dove si tuffa una bisque di gambero rosso di Mazara, battuto e aggiunto alla formula classica. Il tripudio di sapori è incredibile.Il gioco sulle consistenze (cremosa, crunchy, morbida) altamente sensoriale. I dolci? Sono assolutamente top.

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