Joe Biden e il pallino degli aiuti a Kiev

Come può un’aquila avere la meglio su un dragone? Elementare Watson, non può. E il 2023 è destinato a segnare la svolta globale nel mondo che abbiamo sempre conosciuto. Un mondo in cui gli Stati Uniti, dal dopoguerra a oggi, hanno guidato l’alleanza atlantica, in un’eterna lotta contro l’asse orientale. Esportando democrazia, petrolio, tecnologia e perfino sogni, gli Usa non hanno mai ceduto terreno nella difesa della loro supremazia sul mondo. Conquistata, anche a costo di sganciare due bombe atomiche sul Giappone. E pagata a caro prezzo, con il Piano Marshall che, nel voler rappresentare l’aiuto per la ricostruzione dei Paesi europei devastati dalla Seconda Guerra Mondiale, ha reso l’America padrona delle nuove democrazie, dei moderni assetti internazionali, il gigante buono al quale comunque dover rispondere.
Quando gli Usa hanno chiamato, i popoli d’Europa hanno dovuto dire “sì, signore” e combattere anche guerre non nostre. L’Italia partigiana ha preso le distanze dalla Russia con la guerra fredda, ha pagato i tributi di sangue nei conflitti del Golfo, in Iraq, in Afghanistan. In nome della lotta al terrorismo, baluardo di libertà per gli Usa dopo l’11 settembre. E mentre l’America guardava al Medio Oriente, dall’altro lato della barricata la Russia e la Cina sono cresciute e si sono arricchite, al punto da infiltrarsi nei settori in cui la nazione dell’aquila di mare testabianca era leader. Negli ultimi anni il Dragone, grazie alla politica internazionale aggressiva del socialismo con caratteristiche cinesi di Xi Jinping, ha soppiantato gli Usa non solo sul piano economico, dove i giganti dell’informatica e della telefonia sono stati capaci di minare gli affari della casa di Cupertino.
La Cina è stata soprattutto in grado di inserirsi nel tessuto imprenditoriale dei Paesi, con il cavallo di Troia chiamato One Belt One Road, gli accordi sulla via della Seta che hanno permesso al Paese asiatico di impossessarsi di porti strategici in Europa, di società transnazionali e di stringere alleanze tali da mettere in difficoltà il blocco atlantico. Perché se la guerra economica con la Cina, culminata nel braccio di ferro tra l’ex presidente Donald Trump e Huawei per l’embargo sul mercato americano, sembrava il vertice della tensione tra i due contendenti, oggi il gioco si è fatto ancora più duro e passa per la guerra in Ucraina. Xi Jinping, che fino a ieri ha mantenuto un profilo basso pur non facendo mai mistero del suo appoggio alla Russia, ora è sceso ufficialmente al fianco di Vladimir Putin. In un summit via web per lo scambio degli auguri per il nuovo anno con il capo del Cremlino, Xi ha infatti annunciato chiaramente che nel 2023 le relazioni sino-russe avranno “nuove opportunità di sviluppo” e un “coordinamento strategico globale”. Dichiarazioni che non sono piaciute agli Usa, tanto che un portavoce del Dipartimento di Stato americano ha fatto notare che “Pechino sostiene di essere neutrale, ma il suo comportamento rende evidente che sta ancora investendo in stretti legami con la Russia”. Insomma, ormai le carte sono scoperte: dietro Putin c’è la Cina e, di conseguenza, le alleanze sottotraccia con la Turchia e l’Iran, oltre agli altri Paesi da sempre legati alla Russia. Un nuovo asse orientale che desta preoccupazione alla Casa Bianca, perché l’allineamento tra Mosca e Pechino allontana sempre più la soluzione del conflitto in Ucraina. E aumenta i guai del presidente americano Joe Biden, il quale continua a collezionare insoddisfazione in tutti gli States per le sue scelte di politica estera. Gli americani, d’altronde, sono sempre più critici sull’appoggio incondizionato a Kiev nel conflitto e nel Paese dilaga un forte nazionalismo alimentato dalla crisi economica e sociale causata dalla pandemia. Con le città invase dai senzatetto e dalla criminalità, lo sforzo bellico e il continuo invio di aiuti all’Ucraina stanno indebolendo l’amministrazione di Biden, il quale, il 21 dicembre scorso, ha ricevuto Volodymyr Zelensky alla Casa Bianca e, nel sottolineare al presidente ucraino che “gli Stati Uniti vi sosterranno per tutto tempo necessario”, ha fornito le nuove armi dei sistemi Patriot, oltre allo stanziamento, arrivato dal Congresso, di un’ulteriore trance di aiuti militari per 45 miliardi di dollari. In quell’occasione Zelensky aveva chiesto agli Usa armi balistiche in grado di colpire in profondità nei territori russi, ma la pretesa ha suscitato forte imbarazzo in Biden, il quale ha dovuto dire “no” per il pericolo che la fornitura di armi di attacco a Kiev possa spaccare gli alleati Nato. Cosa che finora non è avvenuta perché lo stesso Biden sta facendo da garante in Europa e sta arginando le spinte di pace dei Paesi che, sovraesposti economicamente e politicamente nel conflitto, cominciano ad avere dubbi sugli aiuti incondizionati a Zelensky.
Stesso sentimento che Sleepy Joe deve contenere in patria, dove la politica del Partito Repubblicano è per lo “stop agli assegni in bianco” all’Ucraina. E la linea degli avversari dell’amministrazione dem sta trovando sponda nell’opinione pubblica, animata sempre più dallo spirito conservatore che, per la corsa alle presidenziali del 2024, ha già trovato le figure in grado di riportare gli Usa ai vecchi splendori. Con Trump ormai praticamente fuorigioco, il governatore che ha stravinto la Florida, Ron DeSantis, è l’avversario più temuto sia dal Tycoon, con 20 punti in più alle primarie, che dai democratici, i quali potrebbero perdere la sfida della Casa Bianca. Sebbene lui non abbia una simpatia per Putin, ciò che conta per DeSantis è il benessere degli americani. Un benessere che Ron ha saputo tutelare con le scelte coraggiose in pandemia, quando si è rifiutato di applicare le restrizioni anti-Covid in Florida, ottenendo così una crescita economica senza precedenti. E quel benessere non passa certo per i miliardi di dollari esportati a Kiev. E neppure per una politica che lascia esposta l’economia americana al gigante cinese.
Come può un’aquila avere la meglio su un dragone? Elementare Watson, non può. E il 2023 è destinato a segnare la svolta globale nel mondo che abbiamo sempre conosciuto. Un mondo in cui gli Stati Uniti, dal dopoguerra a oggi, hanno guidato l’alleanza atlantica, in un’eterna lotta contro l’asse orientale. Esportando democrazia, petrolio, tecnologia e perfino sogni, gli Usa non hanno mai ceduto terreno nella difesa della loro supremazia sul mondo. Conquistata, anche a costo di sganciare due bombe atomiche sul Giappone. E pagata a caro prezzo, con il Piano Marshall che, nel voler rappresentare l’aiuto per la ricostruzione dei Paesi europei devastati dalla Seconda Guerra Mondiale, ha reso l’America padrona delle nuove democrazie, dei moderni assetti internazionali, il gigante buono al quale comunque dover rispondere.
Quando gli Usa hanno chiamato, i popoli d’Europa hanno dovuto dire “sì, signore” e combattere anche guerre non nostre. L’Italia partigiana ha preso le distanze dalla Russia con la guerra fredda, ha pagato i tributi di sangue nei conflitti del Golfo, in Iraq, in Afghanistan. In nome della lotta al terrorismo, baluardo di libertà per gli Usa dopo l’11 settembre. E mentre l’America guardava al Medio Oriente, dall’altro lato della barricata la Russia e la Cina sono cresciute e si sono arricchite, al punto da infiltrarsi nei settori in cui la nazione dell’aquila di mare testabianca era leader. Negli ultimi anni il Dragone, grazie alla politica internazionale aggressiva del socialismo con caratteristiche cinesi di Xi Jinping, ha soppiantato gli Usa non solo sul piano economico, dove i giganti dell’informatica e della telefonia sono stati capaci di minare gli affari della casa di Cupertino.
La Cina è stata soprattutto in grado di inserirsi nel tessuto imprenditoriale dei Paesi, con il cavallo di Troia chiamato One Belt One Road, gli accordi sulla via della Seta che hanno permesso al Paese asiatico di impossessarsi di porti strategici in Europa, di società transnazionali e di stringere alleanze tali da mettere in difficoltà il blocco atlantico. Perché se la guerra economica con la Cina, culminata nel braccio di ferro tra l’ex presidente Donald Trump e Huawei per l’embargo sul mercato americano, sembrava il vertice della tensione tra i due contendenti, oggi il gioco si è fatto ancora più duro e passa per la guerra in Ucraina. Xi Jinping, che fino a ieri ha mantenuto un profilo basso pur non facendo mai mistero del suo appoggio alla Russia, ora è sceso ufficialmente al fianco di Vladimir Putin. In un summit via web per lo scambio degli auguri per il nuovo anno con il capo del Cremlino, Xi ha infatti annunciato chiaramente che nel 2023 le relazioni sino-russe avranno “nuove opportunità di sviluppo” e un “coordinamento strategico globale”. Dichiarazioni che non sono piaciute agli Usa, tanto che un portavoce del Dipartimento di Stato americano ha fatto notare che “Pechino sostiene di essere neutrale, ma il suo comportamento rende evidente che sta ancora investendo in stretti legami con la Russia”. Insomma, ormai le carte sono scoperte: dietro Putin c’è la Cina e, di conseguenza, le alleanze sottotraccia con la Turchia e l’Iran, oltre agli altri Paesi da sempre legati alla Russia. Un nuovo asse orientale che desta preoccupazione alla Casa Bianca, perché l’allineamento tra Mosca e Pechino allontana sempre più la soluzione del conflitto in Ucraina. E aumenta i guai del presidente americano Joe Biden, il quale continua a collezionare insoddisfazione in tutti gli States per le sue scelte di politica estera. Gli americani, d’altronde, sono sempre più critici sull’appoggio incondizionato a Kiev nel conflitto e nel Paese dilaga un forte nazionalismo alimentato dalla crisi economica e sociale causata dalla pandemia. Con le città invase dai senzatetto e dalla criminalità, lo sforzo bellico e il continuo invio di aiuti all’Ucraina stanno indebolendo l’amministrazione di Biden, il quale, il 21 dicembre scorso, ha ricevuto Volodymyr Zelensky alla Casa Bianca e, nel sottolineare al presidente ucraino che “gli Stati Uniti vi sosterranno per tutto tempo necessario”, ha fornito le nuove armi dei sistemi Patriot, oltre allo stanziamento, arrivato dal Congresso, di un’ulteriore trance di aiuti militari per 45 miliardi di dollari. In quell’occasione Zelensky aveva chiesto agli Usa armi balistiche in grado di colpire in profondità nei territori russi, ma la pretesa ha suscitato forte imbarazzo in Biden, il quale ha dovuto dire “no” per il pericolo che la fornitura di armi di attacco a Kiev possa spaccare gli alleati Nato. Cosa che finora non è avvenuta perché lo stesso Biden sta facendo da garante in Europa e sta arginando le spinte di pace dei Paesi che, sovraesposti economicamente e politicamente nel conflitto, cominciano ad avere dubbi sugli aiuti incondizionati a Zelensky.
Stesso sentimento che Sleepy Joe deve contenere in patria, dove la politica del Partito Repubblicano è per lo “stop agli assegni in bianco” all’Ucraina. E la linea degli avversari dell’amministrazione dem sta trovando sponda nell’opinione pubblica, animata sempre più dallo spirito conservatore che, per la corsa alle presidenziali del 2024, ha già trovato le figure in grado di riportare gli Usa ai vecchi splendori. Con Trump ormai praticamente fuorigioco, il governatore che ha stravinto la Florida, Ron DeSantis, è l’avversario più temuto sia dal Tycoon, con 20 punti in più alle primarie, che dai democratici, i quali potrebbero perdere la sfida della Casa Bianca. Sebbene lui non abbia una simpatia per Putin, ciò che conta per DeSantis è il benessere degli americani. Un benessere che Ron ha saputo tutelare con le scelte coraggiose in pandemia, quando si è rifiutato di applicare le restrizioni anti-Covid in Florida, ottenendo così una crescita economica senza precedenti. E quel benessere non passa certo per i miliardi di dollari esportati a Kiev. E neppure per una politica che lascia esposta l’economia americana al gigante cinese.
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