KAILI RIMANE IN CARCERE NEGATI I DOMICILIARI PM A CACCIA DELLE TANGENTI

 

di MIRIAM NIDO

“Eva Kaili è innocente e non è stata mai corrotta. Si fidava del compagno e lui l’ha tradita”. È su questa linea difensiva, tracciata dagli avvocati André Rizopoulos e Mihalis Dimitrakopoulos, che la ex vicepresidente greca dell’Europarlamento si è giocata la possibilità di lasciare il carcere di Haren, in cui è detenuta dal giorno in cui lo scandalo del Qatargate è deflagrato in Europa. Ma non c’è stato nulla da fare: Kaili resterà in prigione almeno al 22 gennaio. È reclusa dal giorno in cui la polizia belga ha fermato suo padre, mentre tentava di portare via dalla casa della Kaili una valigia piena di banconote, per un totale di 750mila euro, che per gli inquirenti sono frutto del sistema corruttivo di tangenti dal Qatar messo in piedi dall’ex eurodeputato dem Antonio Panzeri e dal compagno della Kaili, Francesco Giorgi. Ed è verso quest’ultimo, che sta collaborando e ha ricostruito un giro in cui sarebbero coinvolti oltre sessanta europarlamentari, che Kaili sta puntando il dito, per salvarsi dalla galera e poter almeno andare ai domiciliari, per riabbracciare la figlioletta di due anni, avuta dal compagno. L’ex vicepresidente, infatti, ha giurato ai magistrati di non sapere niente di quelle banconote, di non essere neppure a conoscenza del fatto che fossero nascoste nella casa che condivideva con Francesco Giorgi. Una versione alla quale i giudici non hanno creduto, sulla base degli atti che raccontano un’altra storia. Perché secondo gli inquirenti, Eva Kaili è “intervenuta a difesa degli interessi del Qatar, avendo incontrato il ministro del Lavoro” del governo di Doha, proprio su indicazione di Panzeri, il quale le “avrebbe impartito ordini per il tramite del marito”. E contro di lei ci sono anche le telefonate e le intercettazioni, tra cui quelle del giorno dell’arresto del padre, fermato al lussuoso hotel Sofitel, in cui l’ex vicepresidente dell’Eurocamera avrebbe dato istruzioni al genitore di nascondere le tangenti. E quando scattarono le le manette anche per il compagno Giorgi, la Kaili “ha tentato di avvertire Panzeri e due eurodeputati della presente inchiesta”, hanno scritto gli inquirenti per motivare le esigenze di custodia cautelari nei confronti della donna, ravvisando la flagranza di reato che si è configurata nel ritrovamento dei soldi in casa, e l’inquinamento delle prove, messo in atto con la fuga del padre e le telefonate di Eva per avvisare dell’inchiesta gli interessati. Atti che certamente pesano sull’istanza della difesa, che proprio ieri hanno chiesto ai giudici la scarcerazione della Kaili. “Collabora attivamente ma contesta ogni accusa di corruzione”, hanno detto i legali uscendo dal palazzo di giustizia di Bruxelles dove, in alternativa, avevano avanzato la possibilità che venissero almeno concessi i domiciliari, con braccialetto elettronico. “Abbiamo preso l’impegno di non parlare perché l’inchiesta è seria e segreta, dunque vi dico che Kaili è innocente e non è mai stata corrotta, mai. Non sapeva dei soldi, mai”, ha aggiunto la difesa. Un’inchiesta che nel mentre si sta allargando. Oltre al Qatar e al Marocco, spunta anche l’ombra dell’Iran sulla cricca di Panzeri, considerato l’anima della “vasta organizzazione fraudolenta”, i cui “atti criminali” avrebbero avuto una “natura complessa, organizzata e ripetitiva”. Perfino sfacciata, visto che gli indagati agivano con spregiudicatezza e scherzavano mentre si passavano le buste con le mazzette. “Sembriamo quelli di Ocean’s Eleven”, diceva Panzeri, che aveva trasformato Bruxelles nel suo casinò. E di fronte alle prove contestate, l’ex eurodeputato di Articolo Uno ha cominciato ad ammettere parzialmente alcune delle accuse. Ha confermato l’esistenza di un accordo con il Qatar”per evitare risoluzioni contrarie” da parte dell’Europarlamento, in cambio di “50 mila euro” e l’impegno di fare lobbying a livello europeo per ripulire l’immagine di Doha al fine di creare un clima di favore nei confronti dell’Emiro. Panzeri, inoltre, ha chiamato in causa nel sistema di tangenti anche Andrea Cozzolino, l’eurodeputato sospeso in via cautelativa dal Pd e al momento non indagato. Il quale, per fugare ogni sospetto, ha rinunciato all’immunità parlamentare e ha chiesto ai giudici di essere ascoltato.

 

di MIRIAM NIDO

“Eva Kaili è innocente e non è stata mai corrotta. Si fidava del compagno e lui l’ha tradita”. È su questa linea difensiva, tracciata dagli avvocati André Rizopoulos e Mihalis Dimitrakopoulos, che la ex vicepresidente greca dell’Europarlamento si è giocata la possibilità di lasciare il carcere di Haren, in cui è detenuta dal giorno in cui lo scandalo del Qatargate è deflagrato in Europa. Ma non c’è stato nulla da fare: Kaili resterà in prigione almeno al 22 gennaio. È reclusa dal giorno in cui la polizia belga ha fermato suo padre, mentre tentava di portare via dalla casa della Kaili una valigia piena di banconote, per un totale di 750mila euro, che per gli inquirenti sono frutto del sistema corruttivo di tangenti dal Qatar messo in piedi dall’ex eurodeputato dem Antonio Panzeri e dal compagno della Kaili, Francesco Giorgi. Ed è verso quest’ultimo, che sta collaborando e ha ricostruito un giro in cui sarebbero coinvolti oltre sessanta europarlamentari, che Kaili sta puntando il dito, per salvarsi dalla galera e poter almeno andare ai domiciliari, per riabbracciare la figlioletta di due anni, avuta dal compagno. L’ex vicepresidente, infatti, ha giurato ai magistrati di non sapere niente di quelle banconote, di non essere neppure a conoscenza del fatto che fossero nascoste nella casa che condivideva con Francesco Giorgi. Una versione alla quale i giudici non hanno creduto, sulla base degli atti che raccontano un’altra storia. Perché secondo gli inquirenti, Eva Kaili è “intervenuta a difesa degli interessi del Qatar, avendo incontrato il ministro del Lavoro” del governo di Doha, proprio su indicazione di Panzeri, il quale le “avrebbe impartito ordini per il tramite del marito”. E contro di lei ci sono anche le telefonate e le intercettazioni, tra cui quelle del giorno dell’arresto del padre, fermato al lussuoso hotel Sofitel, in cui l’ex vicepresidente dell’Eurocamera avrebbe dato istruzioni al genitore di nascondere le tangenti. E quando scattarono le le manette anche per il compagno Giorgi, la Kaili “ha tentato di avvertire Panzeri e due eurodeputati della presente inchiesta”, hanno scritto gli inquirenti per motivare le esigenze di custodia cautelari nei confronti della donna, ravvisando la flagranza di reato che si è configurata nel ritrovamento dei soldi in casa, e l’inquinamento delle prove, messo in atto con la fuga del padre e le telefonate di Eva per avvisare dell’inchiesta gli interessati. Atti che certamente pesano sull’istanza della difesa, che proprio ieri hanno chiesto ai giudici la scarcerazione della Kaili. “Collabora attivamente ma contesta ogni accusa di corruzione”, hanno detto i legali uscendo dal palazzo di giustizia di Bruxelles dove, in alternativa, avevano avanzato la possibilità che venissero almeno concessi i domiciliari, con braccialetto elettronico. “Abbiamo preso l’impegno di non parlare perché l’inchiesta è seria e segreta, dunque vi dico che Kaili è innocente e non è mai stata corrotta, mai. Non sapeva dei soldi, mai”, ha aggiunto la difesa. Un’inchiesta che nel mentre si sta allargando. Oltre al Qatar e al Marocco, spunta anche l’ombra dell’Iran sulla cricca di Panzeri, considerato l’anima della “vasta organizzazione fraudolenta”, i cui “atti criminali” avrebbero avuto una “natura complessa, organizzata e ripetitiva”. Perfino sfacciata, visto che gli indagati agivano con spregiudicatezza e scherzavano mentre si passavano le buste con le mazzette. “Sembriamo quelli di Ocean’s Eleven”, diceva Panzeri, che aveva trasformato Bruxelles nel suo casinò. E di fronte alle prove contestate, l’ex eurodeputato di Articolo Uno ha cominciato ad ammettere parzialmente alcune delle accuse. Ha confermato l’esistenza di un accordo con il Qatar”per evitare risoluzioni contrarie” da parte dell’Europarlamento, in cambio di “50 mila euro” e l’impegno di fare lobbying a livello europeo per ripulire l’immagine di Doha al fine di creare un clima di favore nei confronti dell’Emiro. Panzeri, inoltre, ha chiamato in causa nel sistema di tangenti anche Andrea Cozzolino, l’eurodeputato sospeso in via cautelativa dal Pd e al momento non indagato. Il quale, per fugare ogni sospetto, ha rinunciato all’immunità parlamentare e ha chiesto ai giudici di essere ascoltato.
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