Kissin l’enfant terrible e le lacrime di von Karajan

Il pianista Evgeny Kissin con esibizioni come il “Salzburg recital” (2 cd Universal) rinnova i programmi concertistici, completando la sua metamorfosi da enfant prodige a enfant terrible (seppure all’età di 51 anni: un giovinotto per l’età media degli artisti di vaglia). Per quanto riguarda la sua virtuosa infanzia, i parenti raccontano che quando Evgeny aveva undici mesi improvvisava sui passaggi di Bach che la sorella maggiore provava al pianoforte. E che le sue prime parole furono “Apri il coperchio”: in un primo momento i suoi genitori non sapevano a cosa stesse facendo riferimento, ma quando realizzarono che stava parlando del piano, restarono di stucco. Adolescente, toccò l’empireo del mondo della musica classica incontrando Herbert von Karajan. “Era il 9 agosto 1988”, ricorda Kissin, “l’appuntamento era fissato per le 11.30 e in quell’esatto momento si aprì l’ascensore della sala del teatro del Festival di Salisburgo. Karajan non poteva più camminare, ma la sua stretta di mano era assai vigorosa. Mi sedetti al pianoforte e iniziai a suonare. Finito, mi girai verso Karajan che mi mandò un bacio. Lo vidi levarsi gli occhiali scuri e asciugarsi le lacrime”. Il doppio cd “The Salzburg recital”, che ha registrato un concerto tenutosi al Festival di Salisburgo un anno e mezzo fa, spiega invece come Kissin ha innovato i programmi concertistici. Nella prima parte del suo recital esce coraggiosamente dal seminato, proponendo una sequenza insolita di opere novecentesche. Aprendo il programma con l’emotivamente intensa Sonata per pianoforte di Alban Berg, Kissin offre un’interpretazione fortemente controllata che pone la massima enfasi sulla coesione strutturale e sulla chiarezza testuale, ma allo stesso tempo tende a minimizzare i drammatici contrasti di umore e di tempo indicati nella partitura. Un’interpretazione che guarda più al passato che al futuro: non tanto alla dodecafonia e a Schoenberg, quanto piuttosto al decadentismo e a Wagner. Segue l’esecuzione fortemente caratterizzata di alcuni pezzi pianistici del russo Tikhon Khrennikov, trombonesco Segretario Generale dell’Unione dei Compositori Sovietici. Pezzi scritti con indubbia maestria, che ricordano un po’ lo Sciostakovic giovane e rappresentano l’evidente debito di Khrennikov nei confronti di quest’ultimo e di Prokofiev. Un’affinità sofferta e contraddittoria, se si considerano alcuni scritti di Khrennikov che denunciarono pubblicamente entrambi i compositori, a suo dire dallo stile troppo imborghesito. Seguono tre esilaranti preludi di Gershwin, il primo e il terzo dei quali sono eseguiti con una padronanza tecnica affascinante. Forse persino presi un pochino troppo sul serio, ovvero con un insufficiente senso dello swing, se si considera l’anima edonistica dell’autore. Con una generosa selezione di opere di Chopin, la seconda parte del recital trova il pianista su un terreno a lui più abituale e consono. Le esecuzioni del Notturno in si maggiore e di tre impromptus (opera 29, 36 e 51) sono incantevoli, così come la prodigiosa destrezza digitale nei due Scherzi e la maestria tecnica esibita nelle possenti ottave in successione della Polacca “Eroica”. Il tutto condito da una romanza senza parole di Mendelssohn, dal “Clair de lune” di Debussy e da una composizione dello stesso Kissin, il “Dodecaphonic Tango”, puro divertimento musicale. Gli storici della musica confrontando i programmi ponderosi di un Pollini o un Perahia con quelli più leggeri di Kissin o Lang Lang hanno concluso che il costume concertistico sta cambiando. Infatti il bacino di utenza di Kissin e Lang Lang, grazie all’influenza dei nuovi mass media, è assai vasto, e questo spiega le loro scelte. Spesso i brani proposti sono di media difficoltà, suggestivi e sentimentali come quelli sopracitati di Gershwin. Inframezzati da altri di spessore più colto e problematico (nel concerto di Salisburgo, la Sonata di Berg). Per rendere partecipe un pubblico più giovane, sostiene ironicamente lo storico Piero Rattalino, bisogna prima servirgli il ludico e l’emotivo, poi il sapiente.
Il pianista Evgeny Kissin con esibizioni come il “Salzburg recital” (2 cd Universal) rinnova i programmi concertistici, completando la sua metamorfosi da enfant prodige a enfant terrible (seppure all’età di 51 anni: un giovinotto per l’età media degli artisti di vaglia). Per quanto riguarda la sua virtuosa infanzia, i parenti raccontano che quando Evgeny aveva undici mesi improvvisava sui passaggi di Bach che la sorella maggiore provava al pianoforte. E che le sue prime parole furono “Apri il coperchio”: in un primo momento i suoi genitori non sapevano a cosa stesse facendo riferimento, ma quando realizzarono che stava parlando del piano, restarono di stucco. Adolescente, toccò l’empireo del mondo della musica classica incontrando Herbert von Karajan. “Era il 9 agosto 1988”, ricorda Kissin, “l’appuntamento era fissato per le 11.30 e in quell’esatto momento si aprì l’ascensore della sala del teatro del Festival di Salisburgo. Karajan non poteva più camminare, ma la sua stretta di mano era assai vigorosa. Mi sedetti al pianoforte e iniziai a suonare. Finito, mi girai verso Karajan che mi mandò un bacio. Lo vidi levarsi gli occhiali scuri e asciugarsi le lacrime”. Il doppio cd “The Salzburg recital”, che ha registrato un concerto tenutosi al Festival di Salisburgo un anno e mezzo fa, spiega invece come Kissin ha innovato i programmi concertistici. Nella prima parte del suo recital esce coraggiosamente dal seminato, proponendo una sequenza insolita di opere novecentesche. Aprendo il programma con l’emotivamente intensa Sonata per pianoforte di Alban Berg, Kissin offre un’interpretazione fortemente controllata che pone la massima enfasi sulla coesione strutturale e sulla chiarezza testuale, ma allo stesso tempo tende a minimizzare i drammatici contrasti di umore e di tempo indicati nella partitura. Un’interpretazione che guarda più al passato che al futuro: non tanto alla dodecafonia e a Schoenberg, quanto piuttosto al decadentismo e a Wagner. Segue l’esecuzione fortemente caratterizzata di alcuni pezzi pianistici del russo Tikhon Khrennikov, trombonesco Segretario Generale dell’Unione dei Compositori Sovietici. Pezzi scritti con indubbia maestria, che ricordano un po’ lo Sciostakovic giovane e rappresentano l’evidente debito di Khrennikov nei confronti di quest’ultimo e di Prokofiev. Un’affinità sofferta e contraddittoria, se si considerano alcuni scritti di Khrennikov che denunciarono pubblicamente entrambi i compositori, a suo dire dallo stile troppo imborghesito. Seguono tre esilaranti preludi di Gershwin, il primo e il terzo dei quali sono eseguiti con una padronanza tecnica affascinante. Forse persino presi un pochino troppo sul serio, ovvero con un insufficiente senso dello swing, se si considera l’anima edonistica dell’autore. Con una generosa selezione di opere di Chopin, la seconda parte del recital trova il pianista su un terreno a lui più abituale e consono. Le esecuzioni del Notturno in si maggiore e di tre impromptus (opera 29, 36 e 51) sono incantevoli, così come la prodigiosa destrezza digitale nei due Scherzi e la maestria tecnica esibita nelle possenti ottave in successione della Polacca “Eroica”. Il tutto condito da una romanza senza parole di Mendelssohn, dal “Clair de lune” di Debussy e da una composizione dello stesso Kissin, il “Dodecaphonic Tango”, puro divertimento musicale. Gli storici della musica confrontando i programmi ponderosi di un Pollini o un Perahia con quelli più leggeri di Kissin o Lang Lang hanno concluso che il costume concertistico sta cambiando. Infatti il bacino di utenza di Kissin e Lang Lang, grazie all’influenza dei nuovi mass media, è assai vasto, e questo spiega le loro scelte. Spesso i brani proposti sono di media difficoltà, suggestivi e sentimentali come quelli sopracitati di Gershwin. Inframezzati da altri di spessore più colto e problematico (nel concerto di Salisburgo, la Sonata di Berg). Per rendere partecipe un pubblico più giovane, sostiene ironicamente lo storico Piero Rattalino, bisogna prima servirgli il ludico e l’emotivo, poi il sapiente.
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