La bacchetta di Thielemann contro i moralisti

Il grande Paolo Isotta stimava molto le qualità musicali del direttore d’orchestra Christian Thielemann, il più importante di lingua tedesca dei nostri giorni, anche se disprezzava non poco la sua supina accettazione delle regie wagneriane modernizzanti, così disinteressate alle indicazioni originali dell’autore, frequentemente portate in scena a Bayreuth. Certamente Thielemann dà il suo meglio quando affronta il repertorio sinfonico, in specie quando dirige le sinfonie di Anton Bruckner (in questo caso la quinta in si bemolle maggiore, in un cd edito dalla Sony). Forse non riuscirà a ricreare i silenzi di Sergiu Celibidache, con le sue sapienti pause altamente significative nei tempi lenti; e neppure l’ ardimentosa grandezza delle architetture di Herbert von Karajan, autentico mago del suono. Però, da efficiente Kapellmeister, ha il grande merito di farci “capire” una partitura. Così nell’ampia introduzione lenta di questa Quinta sinfonia, anche grazie ai sontuosi archi dei Wiener Philharmoniker, comprendiamo quanto il compositore austriaco dovesse alla sua esperienza di organista, riuscendo a trasfigurare per un’orchestra sinfonica le sensibilità e l’orecchio acustico tipici di quello strumento. Anche nel secondo movimento, l'”Adagio”, gli strumentisti viennesi paiono quasi vellicare il nostro udito, grazie al suadente pizzicato degli archi e alla fascinosa melodia dell’oboe, elementi che in maniera più o meno variata ritornano nel corso di tutto il brano, diffondendo alla percezione dell’ascoltatore una compunta eleganza di impronta quasi cameristica, così riuscendo a ristabilire le affinità storiche di questo ensemble con il mastodontico universo bruckneriano (la Filarmonica di Vienna nella sua lunga storia ha eseguito in prima assoluta ben quattro sinfonie di Bruckner). Perché questa sinfonia è un’opera di estremi, di gesti scarni, di echi lontani e di frastagliate contrapposizioni, in cui una formazione orchestrale appena più ampia di quella richiesta per una tarda sinfonia di Mendelssohn o di Schubert è chiamata a fornire il massimo della raffinatezza timbrica. Lo “Scherzo” risulta più veloce e inquieto della norma, con ripetitività portate all’estremo che ci fanno conoscere il carattere demoniaco compresente in questo autore e che ravvivano alla memoria certi racconti di Adalbert Stifter, dove la descrizione realistica degli avvenimenti più usuali si apre sottilmente a una profonda e inquieta coscienza religiosa. Dopo aver citato il primo tema dell'”Allegro” e l’inizio dell'”Adagio”, l'”Allegro moderato” ci restituisce infine i toni magniloquenti tipici dell’ultimo Bruckner, sfociando in una doppia fuga osannante, che esalta il tanto spesso citato (nell’epistolario dell’autore) “Buon Dio”. Insomma, Thielemann, ci consegna alla memoria l’ennesima prova delle sue virtù, in tempi di patenti morali rilasciate sulla base di nazionalità, religione, genere, etnia: “Non mi piace granché la globalizzazione. Se dimentichiamo le nostre radici diventiamo una miscela senza personalità”, ha più volte dichiarato. Non di meno i suoi detrattori talvolta lo sbeffeggiano accusandolo di essere conservatore, sciovinista, islamofobo, reazionario e a stento gli consegnano la patente di un gigante sul podio, anche se politicamente scorretto. Per questo vide sfumare la nomina a direttore stabile dei Berliner Philharmoniker, oggi diretti in maniera tiepida e incolore da Kirill Petrenko, così come a Dresda non gli è stato rinnovato il contratto in scadenza nel 2024.

Riccardo Lenzi

Il grande Paolo Isotta stimava molto le qualità musicali del direttore d’orchestra Christian Thielemann, il più importante di lingua tedesca dei nostri giorni, anche se disprezzava non poco la sua supina accettazione delle regie wagneriane modernizzanti, così disinteressate alle indicazioni originali dell’autore, frequentemente portate in scena a Bayreuth. Certamente Thielemann dà il suo meglio quando affronta il repertorio sinfonico, in specie quando dirige le sinfonie di Anton Bruckner (in questo caso la quinta in si bemolle maggiore, in un cd edito dalla Sony). Forse non riuscirà a ricreare i silenzi di Sergiu Celibidache, con le sue sapienti pause altamente significative nei tempi lenti; e neppure l’ ardimentosa grandezza delle architetture di Herbert von Karajan, autentico mago del suono. Però, da efficiente Kapellmeister, ha il grande merito di farci “capire” una partitura. Così nell’ampia introduzione lenta di questa Quinta sinfonia, anche grazie ai sontuosi archi dei Wiener Philharmoniker, comprendiamo quanto il compositore austriaco dovesse alla sua esperienza di organista, riuscendo a trasfigurare per un’orchestra sinfonica le sensibilità e l’orecchio acustico tipici di quello strumento. Anche nel secondo movimento, l'”Adagio”, gli strumentisti viennesi paiono quasi vellicare il nostro udito, grazie al suadente pizzicato degli archi e alla fascinosa melodia dell’oboe, elementi che in maniera più o meno variata ritornano nel corso di tutto il brano, diffondendo alla percezione dell’ascoltatore una compunta eleganza di impronta quasi cameristica, così riuscendo a ristabilire le affinità storiche di questo ensemble con il mastodontico universo bruckneriano (la Filarmonica di Vienna nella sua lunga storia ha eseguito in prima assoluta ben quattro sinfonie di Bruckner). Perché questa sinfonia è un’opera di estremi, di gesti scarni, di echi lontani e di frastagliate contrapposizioni, in cui una formazione orchestrale appena più ampia di quella richiesta per una tarda sinfonia di Mendelssohn o di Schubert è chiamata a fornire il massimo della raffinatezza timbrica. Lo “Scherzo” risulta più veloce e inquieto della norma, con ripetitività portate all’estremo che ci fanno conoscere il carattere demoniaco compresente in questo autore e che ravvivano alla memoria certi racconti di Adalbert Stifter, dove la descrizione realistica degli avvenimenti più usuali si apre sottilmente a una profonda e inquieta coscienza religiosa. Dopo aver citato il primo tema dell'”Allegro” e l’inizio dell'”Adagio”, l'”Allegro moderato” ci restituisce infine i toni magniloquenti tipici dell’ultimo Bruckner, sfociando in una doppia fuga osannante, che esalta il tanto spesso citato (nell’epistolario dell’autore) “Buon Dio”. Insomma, Thielemann, ci consegna alla memoria l’ennesima prova delle sue virtù, in tempi di patenti morali rilasciate sulla base di nazionalità, religione, genere, etnia: “Non mi piace granché la globalizzazione. Se dimentichiamo le nostre radici diventiamo una miscela senza personalità”, ha più volte dichiarato. Non di meno i suoi detrattori talvolta lo sbeffeggiano accusandolo di essere conservatore, sciovinista, islamofobo, reazionario e a stento gli consegnano la patente di un gigante sul podio, anche se politicamente scorretto. Per questo vide sfumare la nomina a direttore stabile dei Berliner Philharmoniker, oggi diretti in maniera tiepida e incolore da Kirill Petrenko, così come a Dresda non gli è stato rinnovato il contratto in scadenza nel 2024.

Riccardo Lenzi

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