La Bce e i governi sotto ricatto “Aiuti temporanei o alziamo i tassi”

Zitti e buoni. Christine Lagarde, meglio di Damiano dei Maneskin, le “canta” ai Paesi membri della Ue: se proprio dovete, aiutate pure i cittadini e le imprese ma le misure siano “temporanee, mirate e modellate al fine di preservare gli incentivi a un minor consumo di energia” altrimenti rialziamo i tassi. Il bollettino mensile della Banca centrale europea è uno spartito che non cambia mai musica. Sempre la stessa melodia o, se preferite, l’identica solfa da decenni. Che però adesso assume tonalità inquietanti dato che è cambiato il quadro e sul palcoscenico dell’Europa ci sono la crisi energetica, i postumi della pandemia e la grande paura che l’Ira degli Usa ci porti via fabbriche, progettualità e peso specifico internazionale.
“In linea con il quadro di governance economica dell’Ue, le politiche di bilancio dovrebbero essere orientate a rendere l’economia dell’area dell’euro più produttiva e ad abbassare gradualmente l’elevato livello del debito pubblico”. E ancora: “Le politiche volte a migliorare la capacità di approvvigionamento dell’area dell’euro, soprattutto nel settore energetico, possono contribuire a ridurre le spinte sui prezzi nel medio periodo”. Fate bene e fate presto, gli economisti di Francoforte vogliono risposte subito: “I governi dovrebbero attuare tempestivamente i piani di investimento e di riforme strutturali nell’ambito del programma Next Generation Eu. La riforma del quadro di governance economica dell’Ue dovrebbe essere portata a termine rapidamente”. Al Festival (dei falchi) di Francoforte, le note escono dure come se uscissero dalla chitarra di Tony Iommi dei Black Sabbath: “Le misure di bilancio volte a proteggere l’economia dall’impatto degli elevati prezzi dell’energia dovrebbero essere temporanee, mirate e modellate al fine di preservare gli incentivi a un minore consumo di energia. Qualora le misure non soddisfacessero questi criteri potrebbero verosimilmente esacerbare le pressioni inflazionistiche, rendendo necessaria una risposta di politica monetaria più forte”.
La musica della Bce finisce così, alle orecchie i governi europei (e non soltanto alle loro…), per suonare più opprimente della colonna sonora di Suspiria. Anche perché l’ipotesi che i tassi possano scendere, almeno per i prossimi mesi, non è nemmeno da prendere in considerazione. E chissenefrega se l’inflazione ha dato segnali di arretramento in Europa: “Nella riunione di dicembre 2022 il Consiglio direttivo ha deciso di innalzare i tassi di interesse e prevede ulteriori significativi aumenti perché l’inflazione continua a essere troppo elevata e, secondo le proiezioni, si manterrebbe su un livello superiore all’obiettivo per un periodo di tempo troppo prolungato”. Il riff non cambia anche perché, secondo la Bce, la flessione dell’inflazione “è riconducibile principalmente all’andamento più moderato della componente energetica” mentre quella legata “ai beni alimentari e le pressioni di fondo sui prezzi in tutta l’economia si sono rafforzate e si protrarranno per qualche tempo”.
Nell’ultimo bollettino da Francoforte, c’è un bonus track indirizzato (tra le righe) proprio all’Italia. O meglio, allo spread dei Btp rispetto ai Bund tedeschi. “Tra l’8 settembre e il 14 dicembre 2022, i mercati finanziari sono stati influenzati da aspettative di un più rapido e marcato inasprimento della politica monetaria nell’area dell’euro. Mentre i tassi a breve termine privi di rischio dell’area dell’euro sono aumentati in misura significativa nel periodo in esame, i tassi di interesse a più lungo termine sono cresciuti, nel complesso, solo lievemente, nonostante l’elevata volatilità dei mercati”. E ancora: “I rendimenti dei titoli di Stato dell’area dell’euro hanno mostrato profili sostanzialmente analoghi a quelli dei tassi a lungo termine privi di rischio, e i differenziali sui titoli di Stato si sono ridotti”. Pertanto, spiegano dalla Bce: “I differenziali sui titoli di Stato italiani e greci a dieci anni sono scesi, rispettivamente, di 18 e 22 punti base; il differenziale sui Bund tedeschi a dieci anni, invece, è divenuto meno negativo di 14 punti base”. Ciò vuol dire solo una cosa: la Bce non ha la minima intenzione di recedere dall’obiettivo conclamato di disfarsi di titoli di Stato e tenta di rassicurare il timoroso pubblico dei Paesi più sensibili, quelli che subiranno o temono di subire conseguenze più serie dalla strategia del Quantitative Tightening, che andrà tutto bene. E che l’ombrello di Draghi non è mai esistito. Zitti e buoni. Canta Christine Lagarde.

Zitti e buoni. Christine Lagarde, meglio di Damiano dei Maneskin, le “canta” ai Paesi membri della Ue: se proprio dovete, aiutate pure i cittadini e le imprese ma le misure siano “temporanee, mirate e modellate al fine di preservare gli incentivi a un minor consumo di energia” altrimenti rialziamo i tassi. Il bollettino mensile della Banca centrale europea è uno spartito che non cambia mai musica. Sempre la stessa melodia o, se preferite, l’identica solfa da decenni. Che però adesso assume tonalità inquietanti dato che è cambiato il quadro e sul palcoscenico dell’Europa ci sono la crisi energetica, i postumi della pandemia e la grande paura che l’Ira degli Usa ci porti via fabbriche, progettualità e peso specifico internazionale.
“In linea con il quadro di governance economica dell’Ue, le politiche di bilancio dovrebbero essere orientate a rendere l’economia dell’area dell’euro più produttiva e ad abbassare gradualmente l’elevato livello del debito pubblico”. E ancora: “Le politiche volte a migliorare la capacità di approvvigionamento dell’area dell’euro, soprattutto nel settore energetico, possono contribuire a ridurre le spinte sui prezzi nel medio periodo”. Fate bene e fate presto, gli economisti di Francoforte vogliono risposte subito: “I governi dovrebbero attuare tempestivamente i piani di investimento e di riforme strutturali nell’ambito del programma Next Generation Eu. La riforma del quadro di governance economica dell’Ue dovrebbe essere portata a termine rapidamente”. Al Festival (dei falchi) di Francoforte, le note escono dure come se uscissero dalla chitarra di Tony Iommi dei Black Sabbath: “Le misure di bilancio volte a proteggere l’economia dall’impatto degli elevati prezzi dell’energia dovrebbero essere temporanee, mirate e modellate al fine di preservare gli incentivi a un minore consumo di energia. Qualora le misure non soddisfacessero questi criteri potrebbero verosimilmente esacerbare le pressioni inflazionistiche, rendendo necessaria una risposta di politica monetaria più forte”.
La musica della Bce finisce così, alle orecchie i governi europei (e non soltanto alle loro…), per suonare più opprimente della colonna sonora di Suspiria. Anche perché l’ipotesi che i tassi possano scendere, almeno per i prossimi mesi, non è nemmeno da prendere in considerazione. E chissenefrega se l’inflazione ha dato segnali di arretramento in Europa: “Nella riunione di dicembre 2022 il Consiglio direttivo ha deciso di innalzare i tassi di interesse e prevede ulteriori significativi aumenti perché l’inflazione continua a essere troppo elevata e, secondo le proiezioni, si manterrebbe su un livello superiore all’obiettivo per un periodo di tempo troppo prolungato”. Il riff non cambia anche perché, secondo la Bce, la flessione dell’inflazione “è riconducibile principalmente all’andamento più moderato della componente energetica” mentre quella legata “ai beni alimentari e le pressioni di fondo sui prezzi in tutta l’economia si sono rafforzate e si protrarranno per qualche tempo”.
Nell’ultimo bollettino da Francoforte, c’è un bonus track indirizzato (tra le righe) proprio all’Italia. O meglio, allo spread dei Btp rispetto ai Bund tedeschi. “Tra l’8 settembre e il 14 dicembre 2022, i mercati finanziari sono stati influenzati da aspettative di un più rapido e marcato inasprimento della politica monetaria nell’area dell’euro. Mentre i tassi a breve termine privi di rischio dell’area dell’euro sono aumentati in misura significativa nel periodo in esame, i tassi di interesse a più lungo termine sono cresciuti, nel complesso, solo lievemente, nonostante l’elevata volatilità dei mercati”. E ancora: “I rendimenti dei titoli di Stato dell’area dell’euro hanno mostrato profili sostanzialmente analoghi a quelli dei tassi a lungo termine privi di rischio, e i differenziali sui titoli di Stato si sono ridotti”. Pertanto, spiegano dalla Bce: “I differenziali sui titoli di Stato italiani e greci a dieci anni sono scesi, rispettivamente, di 18 e 22 punti base; il differenziale sui Bund tedeschi a dieci anni, invece, è divenuto meno negativo di 14 punti base”. Ciò vuol dire solo una cosa: la Bce non ha la minima intenzione di recedere dall’obiettivo conclamato di disfarsi di titoli di Stato e tenta di rassicurare il timoroso pubblico dei Paesi più sensibili, quelli che subiranno o temono di subire conseguenze più serie dalla strategia del Quantitative Tightening, che andrà tutto bene. E che l’ombrello di Draghi non è mai esistito. Zitti e buoni. Canta Christine Lagarde.

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