La democrazia dell’elemosina

Se guardiamo all’etimologia della parola, democrazia, ci facciamo una sonora risata a pensare che il popolo davvero governi se stesso. Non solo la distanza fra il mandato popolare alle elezioni e gli effettivi spazi di manovra politici dei governi è diventata siderale. Ma ormai da anni, e sempre di più, i governi cercano di tenere buono il popolo deluso dalle parole sempre più spesso rimaste tali delle campagne elettorali, per manifesta impossibilità della politica di incidere sulle dinamiche globali che stanno impoverendo. E lo fanno mettendo delle pezze ai buchi sempre più grandi che il capitalismo ferito apre nella tela democratica, fatta non tanto di proclami e dichiarazioni di uguaglianza universale, che lasciano il tempo che trovano, quanto di prospettive di futuro, stipendi proporzionali al lavoro, meccanismi di compensazione fra Ricchezza e Povertà che garantiscano agli esseri umani di poter progredire. Queste pezze, come vediamo anche in questi giorni, come abbiamo visto con Conte e con Draghi, come continuiamo a vedere, sono piccoli bonus, piccole iniezioni di elemosina dentro stipendi da fame, piccoli sconti, sopra i quali la democrazia cerca di respirare quel poco di ossigeno che ancora è in grado di produrre. L’ultimo esempio è il dibattito di questi giorni sulla benzina. Tutti a dire che il governo ha fatto male a non riproporre gli sconti di Draghi. Che poi da una parte o dall’altra pagano sempre gli utenti alla pompa, tornando a casa con i loro F24! E così Il governo ci ripensa. Come se cambiasse qualcosa. Come se davvero di fronte al fatto che un sistema economico democratico non è in grado più di reggersi da solo, perché i cittadini di questo paese non sono in grado neanche di fare benzina alla macchina, avesse importanza fare lo sconto oppure no. Il tema di cui dovrebbe occuparsi la politica è capire dove il sistema si è inceppato dopo un secolo di funzionamento. E comprendere quali modifiche strutturali a questo sistema vanno poste al più presto per evitare che, finiti anche i soldi degli sconti, milioni di persone in Europa prendano atto di avere ricevuto in cambio della propria appartenenza sociale, delle proprie tasse, del proprio voto un disastro che priva un’intera generazione del futuro. La democrazia deve correggersi al proprio interno prima che sia troppo tardi. La democrazia deve puntare all’obiettivo di non avere bisogno di sconti o prebende per poter garantire ai cittadini la normalità della propria esistenza, perché un pieno di benzina è poco altro che normalità. È evidente che un sistema ridotto in questo stato, dove chi governa sa di non poter incidere, quindi prova ad appropriarsi del voto delle persone attraverso un vincolo di necessità, come appunto gli sconti e gli incentivi una tantum che tengono vivo un sistema che incapace di reggersi da solo, non può avere vita lunga. Rimane una domanda da porsi. Perché nelle democrazie occidentali dove si fanno le guerre spiegando ai cittadini che questa è l’unica strada, non si ha la stessa forza e chiarezza nel porre il problema della mancata capacità da parte del sistema di garantire la sopravvivenza e il progresso delle popolazioni? O forse perché questa è la strada che le democrazie hanno imboccato. Che porterà a un loro sostanziale cambiamento. E chi le guida oggi vuole che noi non ce ne accorgiamo. Ci abituiamo. Per inerzia.

Se guardiamo all’etimologia della parola, democrazia, ci facciamo una sonora risata a pensare che il popolo davvero governi se stesso. Non solo la distanza fra il mandato popolare alle elezioni e gli effettivi spazi di manovra politici dei governi è diventata siderale. Ma ormai da anni, e sempre di più, i governi cercano di tenere buono il popolo deluso dalle parole sempre più spesso rimaste tali delle campagne elettorali, per manifesta impossibilità della politica di incidere sulle dinamiche globali che stanno impoverendo. E lo fanno mettendo delle pezze ai buchi sempre più grandi che il capitalismo ferito apre nella tela democratica, fatta non tanto di proclami e dichiarazioni di uguaglianza universale, che lasciano il tempo che trovano, quanto di prospettive di futuro, stipendi proporzionali al lavoro, meccanismi di compensazione fra Ricchezza e Povertà che garantiscano agli esseri umani di poter progredire. Queste pezze, come vediamo anche in questi giorni, come abbiamo visto con Conte e con Draghi, come continuiamo a vedere, sono piccoli bonus, piccole iniezioni di elemosina dentro stipendi da fame, piccoli sconti, sopra i quali la democrazia cerca di respirare quel poco di ossigeno che ancora è in grado di produrre. L’ultimo esempio è il dibattito di questi giorni sulla benzina. Tutti a dire che il governo ha fatto male a non riproporre gli sconti di Draghi. Che poi da una parte o dall’altra pagano sempre gli utenti alla pompa, tornando a casa con i loro F24! E così Il governo ci ripensa. Come se cambiasse qualcosa. Come se davvero di fronte al fatto che un sistema economico democratico non è in grado più di reggersi da solo, perché i cittadini di questo paese non sono in grado neanche di fare benzina alla macchina, avesse importanza fare lo sconto oppure no. Il tema di cui dovrebbe occuparsi la politica è capire dove il sistema si è inceppato dopo un secolo di funzionamento. E comprendere quali modifiche strutturali a questo sistema vanno poste al più presto per evitare che, finiti anche i soldi degli sconti, milioni di persone in Europa prendano atto di avere ricevuto in cambio della propria appartenenza sociale, delle proprie tasse, del proprio voto un disastro che priva un’intera generazione del futuro. La democrazia deve correggersi al proprio interno prima che sia troppo tardi. La democrazia deve puntare all’obiettivo di non avere bisogno di sconti o prebende per poter garantire ai cittadini la normalità della propria esistenza, perché un pieno di benzina è poco altro che normalità. È evidente che un sistema ridotto in questo stato, dove chi governa sa di non poter incidere, quindi prova ad appropriarsi del voto delle persone attraverso un vincolo di necessità, come appunto gli sconti e gli incentivi una tantum che tengono vivo un sistema che incapace di reggersi da solo, non può avere vita lunga. Rimane una domanda da porsi. Perché nelle democrazie occidentali dove si fanno le guerre spiegando ai cittadini che questa è l’unica strada, non si ha la stessa forza e chiarezza nel porre il problema della mancata capacità da parte del sistema di garantire la sopravvivenza e il progresso delle popolazioni? O forse perché questa è la strada che le democrazie hanno imboccato. Che porterà a un loro sostanziale cambiamento. E chi le guida oggi vuole che noi non ce ne accorgiamo. Ci abituiamo. Per inerzia.

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