La donna del Boss

L’ultimo dei padrini non parla, ma i suoi covi sì. E raccontano la vita di un uomo tutt’altro che in fuga, stabilmente inserito in un contesto che l’ha protetto e che gli ha permesso non solo di continuare a comandare su Cosa nostra, ma di vivere un’esistenza tipica di chi non deve fare i conti con la giustizia.

Con il nome di Andrea Bonafede per le questioni amministrative e “istituzionali”, grazie ai documenti del geometra che gli ha fornito l’identità e che ieri è stato arrestato con l’accusa di associazione mafiosa. Il vero Bonafede aveva raccontato di essere stato avvicinato da Matteo Messina Denaro, suo amico d’infanzia, il quale gli avrebbe chiesto l’identità. E lui, al capo dei capi, non poteva dire di no. Francesco, invece, era il nome con cui da quattro anni gli abitanti di Campobello di Mazara chiamavano il ricercato numero uno d’Italia. Professione: medico in pensione. E pensionato attivo anche sessualmente. Quei profilattici trovati nella sua casa di vicolo San Vito hanno permesso ai carabinieri del Ros di accertare che il Denaro, in quell’abitazione al primo piano nel centro cittadino, non viveva da solo. Gli abiti femminili trovati appesi accanto alle sue camicie griffate appartengono alla sua amante, una donna con la quale il boss avrebbe avuto un figlio segreto.

Al momento sull’identità della compagna del mafioso c’è il massimo riserbo, ma gli investigatori avrebbero più di un sospetto su chi sia quella donna e sull’erede di casa Denaro. Per risalire alla convivente, ma anche ai fiancheggiatori del boss, sono allo studio gli oggetti sequestrati nei tre covi del latitante, nel bunker e nell’Alfa Giulietta. Al setaccio vengono passati soprattutto i documenti e i pizzini, senza lasciare nulla al caso, perché anche la frase più incomprensibile deve essere decifrata. L’obiettivo è collegare la latitanza del capomafia a chiunque abbia avuto a che fare con lui. Non solo Andrea Bonafede, la “testa di legno” per le cure oncologiche. O Giovanni Luppino, il coltivatore di olive diventato il suo autista e arrestato nel giorno della cattura del boss. Sono in corso approfondimenti perfino su chi è entrato in contatto con il boss anche inconsapevolmente. È già stato ascoltato Giovanni Tumminello, il titolare della concessionaria Alfa Romeo dove a gennaio 2022 il boss si presentò con la falsa identità di Bonafede per comprare la Giulietta rinvenuta nei giorni scorsi in un garage, a pochi metri dalla sua abitazione, intestato a Giuseppa Cicio, la mamma 85enne del vero Bonafede, il quale aveva comprato pure l’abitazione del latitante.

Il concessionario ha detto agli investigatori di non sapere che quell’uomo distinto fosse il capo dei capi e ha consegnato tutti i documenti relativi alla compravendita della macchina, acquistata personalmente da Denaro, dando in permuta una Fiat 500 e mettendo la nuova a nome dell’anziana. A quell’auto gli inquirenti sono risaliti grazie a una chiave con codice e microchip trovata nel borsello che il super latitante aveva al momento dell’arresto. I militari dell’Arma sono riusciti a ricostruire gli spostamenti della vettura e, confrontandoli con il sistema di videosorveglianza locale, hanno seguito il percorso di Denaro, arrivando così alla sua casa, al bunker e ai covi. Sulle nuove risultanze investigative c’è il massimo riserbo, perché quella Giulietta, guidata dal mafioso, condurrebbe a incontri riservati che il capo avrebbe tenuto con i suoi fedelissimi. Almeno fino al 6 settembre, quando la rete di uomini fidati agli ordini del boss è stata decapitata dai carabinieri del Ros, che hanno arrestato 35 fiancheggiatori nel bar a soli 98 metri dalla casa di Denaro. Il quale, per depistare le indagini, veniva chiamato “Ignazieddu”. A quel punto il latitante, ritrovandosi solo, malato e senza le consuete coperture, avrebbe cercato aiuti tra insospettabili, a cui gli inquirenti contano di arrivare grazie agli elementi finora acquisiti. Vengono ritenute rilevanti le tracce biologiche repertate su un dispenser per igiene intima femminile, che apparterrebbero proprio all’amante di Denaro.

E il cerchio si stringe ora attorno ai familiari dei fiancheggiatori implicati nelle indagini con la cattura. Sono state avviate in diverse abitazioni, infatti, pure delle perlustrazioni con il georadar, uno strumento capace di mappare il terreno alla ricerca di materiali o anfratti. Tra i luoghi scandagliati c’è la casa del figlio dell’autista, Antonio Luppino, ascoltato in queste ore dai militari. Il giovane ha confermato che il padre non sapeva nulla che quel Francesco, presentato come cognato di Bonafede, fosse in realtà il capo di Cosa nostra. E ha ribadito che la sua famiglia non ha nulla a che vedere con il mandamento dei Corleonesi. Antonio Luppino non è indagato ma le sue dichiarazioni sono al vaglio, anche alla luce del fatto che i magistrati non credono alla versione del padre, il quale resta in carcere, e sono invece convinti che Giovanni fosse in realtà l’autista del boss da molto tempo, come dimostrerebbero i foglietti con i numeri di telefono dei medici e un appunto per una guarnizione della Giulietta sequestrati all’agricoltore. Tra i pizzini trovati all’autista, inoltre, un numero di cellulare riconducibile a un trapanese che vende armi usate online. “Vendo per conto di un amico”, si legge in un annuncio di gennaio, carabina semiautomatica, proiettili e cartucce.

L’ultimo dei padrini non parla, ma i suoi covi sì. E raccontano la vita di un uomo tutt’altro che in fuga, stabilmente inserito in un contesto che l’ha protetto e che gli ha permesso non solo di continuare a comandare su Cosa nostra, ma di vivere un’esistenza tipica di chi non deve fare i conti con la giustizia.

Con il nome di Andrea Bonafede per le questioni amministrative e “istituzionali”, grazie ai documenti del geometra che gli ha fornito l’identità e che ieri è stato arrestato con l’accusa di associazione mafiosa. Il vero Bonafede aveva raccontato di essere stato avvicinato da Matteo Messina Denaro, suo amico d’infanzia, il quale gli avrebbe chiesto l’identità. E lui, al capo dei capi, non poteva dire di no. Francesco, invece, era il nome con cui da quattro anni gli abitanti di Campobello di Mazara chiamavano il ricercato numero uno d’Italia. Professione: medico in pensione. E pensionato attivo anche sessualmente. Quei profilattici trovati nella sua casa di vicolo San Vito hanno permesso ai carabinieri del Ros di accertare che il Denaro, in quell’abitazione al primo piano nel centro cittadino, non viveva da solo. Gli abiti femminili trovati appesi accanto alle sue camicie griffate appartengono alla sua amante, una donna con la quale il boss avrebbe avuto un figlio segreto.

Al momento sull’identità della compagna del mafioso c’è il massimo riserbo, ma gli investigatori avrebbero più di un sospetto su chi sia quella donna e sull’erede di casa Denaro. Per risalire alla convivente, ma anche ai fiancheggiatori del boss, sono allo studio gli oggetti sequestrati nei tre covi del latitante, nel bunker e nell’Alfa Giulietta. Al setaccio vengono passati soprattutto i documenti e i pizzini, senza lasciare nulla al caso, perché anche la frase più incomprensibile deve essere decifrata. L’obiettivo è collegare la latitanza del capomafia a chiunque abbia avuto a che fare con lui. Non solo Andrea Bonafede, la “testa di legno” per le cure oncologiche. O Giovanni Luppino, il coltivatore di olive diventato il suo autista e arrestato nel giorno della cattura del boss. Sono in corso approfondimenti perfino su chi è entrato in contatto con il boss anche inconsapevolmente. È già stato ascoltato Giovanni Tumminello, il titolare della concessionaria Alfa Romeo dove a gennaio 2022 il boss si presentò con la falsa identità di Bonafede per comprare la Giulietta rinvenuta nei giorni scorsi in un garage, a pochi metri dalla sua abitazione, intestato a Giuseppa Cicio, la mamma 85enne del vero Bonafede, il quale aveva comprato pure l’abitazione del latitante.

Il concessionario ha detto agli investigatori di non sapere che quell’uomo distinto fosse il capo dei capi e ha consegnato tutti i documenti relativi alla compravendita della macchina, acquistata personalmente da Denaro, dando in permuta una Fiat 500 e mettendo la nuova a nome dell’anziana. A quell’auto gli inquirenti sono risaliti grazie a una chiave con codice e microchip trovata nel borsello che il super latitante aveva al momento dell’arresto. I militari dell’Arma sono riusciti a ricostruire gli spostamenti della vettura e, confrontandoli con il sistema di videosorveglianza locale, hanno seguito il percorso di Denaro, arrivando così alla sua casa, al bunker e ai covi. Sulle nuove risultanze investigative c’è il massimo riserbo, perché quella Giulietta, guidata dal mafioso, condurrebbe a incontri riservati che il capo avrebbe tenuto con i suoi fedelissimi. Almeno fino al 6 settembre, quando la rete di uomini fidati agli ordini del boss è stata decapitata dai carabinieri del Ros, che hanno arrestato 35 fiancheggiatori nel bar a soli 98 metri dalla casa di Denaro. Il quale, per depistare le indagini, veniva chiamato “Ignazieddu”. A quel punto il latitante, ritrovandosi solo, malato e senza le consuete coperture, avrebbe cercato aiuti tra insospettabili, a cui gli inquirenti contano di arrivare grazie agli elementi finora acquisiti. Vengono ritenute rilevanti le tracce biologiche repertate su un dispenser per igiene intima femminile, che apparterrebbero proprio all’amante di Denaro.

E il cerchio si stringe ora attorno ai familiari dei fiancheggiatori implicati nelle indagini con la cattura. Sono state avviate in diverse abitazioni, infatti, pure delle perlustrazioni con il georadar, uno strumento capace di mappare il terreno alla ricerca di materiali o anfratti. Tra i luoghi scandagliati c’è la casa del figlio dell’autista, Antonio Luppino, ascoltato in queste ore dai militari. Il giovane ha confermato che il padre non sapeva nulla che quel Francesco, presentato come cognato di Bonafede, fosse in realtà il capo di Cosa nostra. E ha ribadito che la sua famiglia non ha nulla a che vedere con il mandamento dei Corleonesi. Antonio Luppino non è indagato ma le sue dichiarazioni sono al vaglio, anche alla luce del fatto che i magistrati non credono alla versione del padre, il quale resta in carcere, e sono invece convinti che Giovanni fosse in realtà l’autista del boss da molto tempo, come dimostrerebbero i foglietti con i numeri di telefono dei medici e un appunto per una guarnizione della Giulietta sequestrati all’agricoltore. Tra i pizzini trovati all’autista, inoltre, un numero di cellulare riconducibile a un trapanese che vende armi usate online. “Vendo per conto di un amico”, si legge in un annuncio di gennaio, carabina semiautomatica, proiettili e cartucce.

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