La Fao punta a modernizzare l’agroalimentare in Africa. Proprio quello che vuole la Cina

La Cina ha grandi progetti per l’Africa. Ma perché ha tutto da guadagnarci, sia chiaro. L’interesse di Pechino per il continente africano viene da lontano ed è declinato su diversi piani: prestiti, sviluppo infrastrutturale, commercio e ovviamente sfruttamento delle risorse. Per oltre 12 anni Pechino è stato il principale partner dei Paesi africani, senza praticamente concorrenza. Investendo dal 2009 ben 125 miliardi di dollari. Ora però la Cina punta alle risorse agroalimentari del continente nero, perché deve sfamare i suoi 1,4 miliardi di abitanti. Ma il Nord Africa, tanto per fare un esempio, importa grano (persino l’Egitto, ex granaio dell’Impero romano). In questa cornice va inserito l’appello a modernizzare l’agroalimentare africano lanciato dal direttore generale della Fao, il cinese Qu Dongy, alle Nazioni unite.
L’Organizzazione mondiale per l’alimentazione e l’agricoltura che fa capo all’Onu propone un piano in quattro punti per trasformare i sistemi agroalimentari. Per renderli più inclusivi, economicamente sostenibili e resilienti – questo ultimo concetto sembra ormai d’obbligo in ogni ambito – ai tanti choc che stanno colpendo il mondo. Il tutto – sia chiaro – con l’obiettivo di produrre meglio e di più, con un minore impatto sull’ambiente. I grandi nemici della produzione alimentare sono per il numero uno della Fao i conflitti, i cambiamenti climatici, la pandemia e la recessione. Ebbene, secondo Qu è necessario aumentare l’assistenza agricola di emergenza, investire in sistemi agroalimentari e infrastrutture, dare priorità a scienza e innovazione e ridurre la perdita e lo spreco di cibo.
La richiesta arriva in occasione dell’incontro “Global Food Security Call to Action” all’Onu, a New York. L’emergenza è la vulnerabilità alimentare nel mondo. Secondo l’ultimo rapporto globale sulla crisi alimentare, lo scorso anno 193 milioni di persone erano in condizioni di grave insicurezza dal punto di vista alimentare in 53 Paesi e/o territori. Le proiezioni indicano che 329 mila persone entro la fine del 2022 vivranno in uno stato di insicurezza alimentare in Somalia, Sud Sudan e Yemen. Anche i tassi di malnutrizione sono aumentati, con milioni di bambini che soffrono di arresto della crescita o deperimento. Sul fronte di una dieta sana, poi, stiamo parlando di un miraggio per circa tre miliardi di persone. A ciò si aggiunga che con la crisi economica globale dovuta principalmente alla pandemia, i bilanci dei governi e dei consumatori sono stati più stretti e il reddito pro capite dei Paesi si è ridotto. Il conto finale è salatissimo: si parla di una perdita per l’economia di oltre 12 trilioni di dollari in due anni (2020-21).
Il numero uno della Fao poi ha puntato il dito contro l’impennata dei prezzi alimentari che a marzo hanno raggiunto il livello più alto dal 1990, mettendo in guardia sull’impatto a cascata della guerra russo-ucraina, che potrebbe far lievitare ulteriormente i listini. Questo perché Russia e Ucraina dominano il mercato del grano globale (e perché, aggiungiamo noi, è in atto una speculazione finanziaria a livelli altissimi).
L’emergenza va affrontata il prima possibile e per farlo è necessario ottimizzare i sistemi agroalimentari. “Oggi solo l’8% di tutti i finanziamenti per la sicurezza alimentare in caso di emergenza va ad assistere la produzione agricola”, ha fatto notare Qu. Sottolineando che investire nell’agricoltura e nei mezzi di sussistenza rurali è strategico e da sette a dieci volte più conveniente rispetto all’assistenza tradizionale. Ecco perché la Fao chiede 1,5 miliardi di dollari per sostenere 50 milioni di persone nel 2022 con interventi agricoli urgenti per affrontare la fame acuta.
In tutto questo, il ruolo della Cina è cruciale, non solo per quanto già investe nel continente africano – anche sul fronte dei prestiti non ha rivali – ma soprattutto per come potrà potenziare il trasferimento dei prodotti attraverso la Bri, la Nuova via della seta. Se gli occhi sono puntati sulle terre rare, visto e considerato che l’Africa può diventare il nuovo polo produttivo dopo – tanto per cambiare – la Cina, le potenzialità sul fronte agroalimentare sono enormi. E Pechino non sta perdendo tempo. Nel dettaglio, negli ultimi cinque anni la Cina ha investito nell’agricoltura africana cinque miliardi di dollari. Soprattutto in Zambia, Uganda, Tanzania e Zimbabwe. Ma nel mirino c’è anche il Senegal. Più l’Africa produrrà cibo, più ce ne sarà per tutti. A cominciare dagli africani, fino appunto ai cinesi.

La Cina ha grandi progetti per l’Africa. Ma perché ha tutto da guadagnarci, sia chiaro. L’interesse di Pechino per il continente africano viene da lontano ed è declinato su diversi piani: prestiti, sviluppo infrastrutturale, commercio e ovviamente sfruttamento delle risorse. Per oltre 12 anni Pechino è stato il principale partner dei Paesi africani, senza praticamente concorrenza. Investendo dal 2009 ben 125 miliardi di dollari. Ora però la Cina punta alle risorse agroalimentari del continente nero, perché deve sfamare i suoi 1,4 miliardi di abitanti. Ma il Nord Africa, tanto per fare un esempio, importa grano (persino l’Egitto, ex granaio dell’Impero romano). In questa cornice va inserito l’appello a modernizzare l’agroalimentare africano lanciato dal direttore generale della Fao, il cinese Qu Dongy, alle Nazioni unite.
L’Organizzazione mondiale per l’alimentazione e l’agricoltura che fa capo all’Onu propone un piano in quattro punti per trasformare i sistemi agroalimentari. Per renderli più inclusivi, economicamente sostenibili e resilienti – questo ultimo concetto sembra ormai d’obbligo in ogni ambito – ai tanti choc che stanno colpendo il mondo. Il tutto – sia chiaro – con l’obiettivo di produrre meglio e di più, con un minore impatto sull’ambiente. I grandi nemici della produzione alimentare sono per il numero uno della Fao i conflitti, i cambiamenti climatici, la pandemia e la recessione. Ebbene, secondo Qu è necessario aumentare l’assistenza agricola di emergenza, investire in sistemi agroalimentari e infrastrutture, dare priorità a scienza e innovazione e ridurre la perdita e lo spreco di cibo.
La richiesta arriva in occasione dell’incontro “Global Food Security Call to Action” all’Onu, a New York. L’emergenza è la vulnerabilità alimentare nel mondo. Secondo l’ultimo rapporto globale sulla crisi alimentare, lo scorso anno 193 milioni di persone erano in condizioni di grave insicurezza dal punto di vista alimentare in 53 Paesi e/o territori. Le proiezioni indicano che 329 mila persone entro la fine del 2022 vivranno in uno stato di insicurezza alimentare in Somalia, Sud Sudan e Yemen. Anche i tassi di malnutrizione sono aumentati, con milioni di bambini che soffrono di arresto della crescita o deperimento. Sul fronte di una dieta sana, poi, stiamo parlando di un miraggio per circa tre miliardi di persone. A ciò si aggiunga che con la crisi economica globale dovuta principalmente alla pandemia, i bilanci dei governi e dei consumatori sono stati più stretti e il reddito pro capite dei Paesi si è ridotto. Il conto finale è salatissimo: si parla di una perdita per l’economia di oltre 12 trilioni di dollari in due anni (2020-21).
Il numero uno della Fao poi ha puntato il dito contro l’impennata dei prezzi alimentari che a marzo hanno raggiunto il livello più alto dal 1990, mettendo in guardia sull’impatto a cascata della guerra russo-ucraina, che potrebbe far lievitare ulteriormente i listini. Questo perché Russia e Ucraina dominano il mercato del grano globale (e perché, aggiungiamo noi, è in atto una speculazione finanziaria a livelli altissimi).
L’emergenza va affrontata il prima possibile e per farlo è necessario ottimizzare i sistemi agroalimentari. “Oggi solo l’8% di tutti i finanziamenti per la sicurezza alimentare in caso di emergenza va ad assistere la produzione agricola”, ha fatto notare Qu. Sottolineando che investire nell’agricoltura e nei mezzi di sussistenza rurali è strategico e da sette a dieci volte più conveniente rispetto all’assistenza tradizionale. Ecco perché la Fao chiede 1,5 miliardi di dollari per sostenere 50 milioni di persone nel 2022 con interventi agricoli urgenti per affrontare la fame acuta.
In tutto questo, il ruolo della Cina è cruciale, non solo per quanto già investe nel continente africano – anche sul fronte dei prestiti non ha rivali – ma soprattutto per come potrà potenziare il trasferimento dei prodotti attraverso la Bri, la Nuova via della seta. Se gli occhi sono puntati sulle terre rare, visto e considerato che l’Africa può diventare il nuovo polo produttivo dopo – tanto per cambiare – la Cina, le potenzialità sul fronte agroalimentare sono enormi. E Pechino non sta perdendo tempo. Nel dettaglio, negli ultimi cinque anni la Cina ha investito nell’agricoltura africana cinque miliardi di dollari. Soprattutto in Zambia, Uganda, Tanzania e Zimbabwe. Ma nel mirino c’è anche il Senegal. Più l’Africa produrrà cibo, più ce ne sarà per tutti. A cominciare dagli africani, fino appunto ai cinesi.

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