La farfalla di ferro

Audrey Hepburn nella biografia di Alessandro Ruta

Audrey Hepburn, intramontabile icona di stile ed eleganza, è stata nella vita un “personaggio” certamente diverso da quelli interpretati sul palcoscenico o per il grande schermo. Non solo perché, tra un film e l’altro amava ritirarsi nella sua casa in Svizzera lontano “dalle luci della ribalta” anche se partecipava come invitata alle cerimonie per l’assegnazione dei premi Oscar e ad altre manifestazioni, ma soprattutto perché non gradiva la mondanità e le piaceva mescolarsi alla folla e fare lunghe passeggiate senza essere notata da nessuno. Il giornalista Alessandro Ruta nel suo ultimo libro “Audrey Hepburn. La farfalla di ferro” (Diarkos editore, pag. 257, Euro 18,00), nel ripercorre tutte le tappe della sua breve vita (è morta all’età di 63 anni), rivela le insicurezze e le fragilità di un’attrice diventata una leggenda, un mito vivente. Nata a Ixelles, in Belgio, il 4 maggio 1929 da genitori appartenenti alla nobiltà olandese (il barone Joseph Antony Hepburn-Ruston van Heemstra, è stato governatore del Suriname, la Guyana olandese e la baronessa Elbrig Willemine Henriette van Asbeck), Audrey Hepburn ha vissuto la sua infanzia ad Arnhem, in Olanda, dove la madre, separata dal marito che aveva ottenuto alcuni incarichi a Londra, si era trasferita. Per tutta la vita sua madre sarà il suo punto di riferimento “molto più di qualsiasi marito o compagno”. In Inghilterra, dove Audrey frequenta la scuola di danza, i genitori avevano aderito all’idea britannica del fascismo basata “su due concetti in particolare: patriottismo estremo e autodisciplina nazionale”. L’occupazione nazista della Polonia prima e dei Paesi Bassi poi, rende consapevole la madre della necessità di opporsi al nazismo e diviene in Olanda una sorta non ufficiale della resistenza “sotterranea” ad Hitler organizzando riunioni per raccogliere fondi per la resistenza facendo esibire Audrey al pianoforte e come ballerina. Gli anni della guerra trascorrono tra bombardamenti e la continua ricerca di cibo la cui carenza segnerà per sempre il suo fisico che sarà sempre eccessivamente gracile e che necessiterà, “per ricaricare le pile”, di periodi di riposo tra le fatiche di un film e l’altro. Finita la guerra riprende le lezioni di danza ad Amsterdam (il suo sogno è diventare ballerina), con Sonia Gaskell e successivamente con la professoressa di ballo russa Olga Tarasova. Diciottenne ha la prima esperienza di attrice nel film pedagogico promozionale “L’olandese in 7 lezioni” del regista Huguenot van der Linder, nel quale interpreta una hostess della KLM, e le prime esperienze come ballerina. Frequenta una scuola di recitazione e inizia nel 1951 a Londra la “carriera cinematografica” con il film “Risate in Paradiso” del regista italiano Mario Zampi. Nello stesso anno ha la “prima storia d’amore” con il play-boy James Henson, ventottenne miliardario e il ruolo che le cambierà la vita nel film “Vacanze a Montecarlo” di Jean Boyer sul cui set conosce la scrittrice francese Colette che la vuole per il ruolo di “Gigi”, una sua opera che andrà in scena a Broodway. Il successo ottenuto con lo spettacolo le apre la via alla firma con la Paramounth per il film “Vacanze romane” e alla celebrità. Segue il film con il quale conquista ulteriormente il favore del pubblico per la sua grazia ed eleganza mai sopra le righe: “Sabrina”, dove stringe amicizia con il sarto Hubert de Givenchy che per lei realizzerà il famoso tubino nero con la scollatura “a barca”, per nascondere su richiesta della stessa Audrey “le sue clavicole, un po’ troppo sporgenti”, che sarà ribattezzata “Sabrina” e che sarà il suo sarto sia per le “scene” che per la sua quotidianità per tutto il resto della sua vita. Nel 1954 sposa in Svizzera l’attore Mel Ferrer, conosciuto nello spettacolo “Ondine” andato in scena a Broodway con grande successo il 18 febbraio 1954, dal quale avrà nel 1960 un figlio (Sean) e dal quale si separerà e divorzierà nel 1967. Tra i film interpretati in quegli anni “Storia di una monaca” di Fred Zinnemann per il quale viene riconosciuta come “miglior attrice dell’anno” per la sua “stupefacente prova di attrice” e “Colazione da Tiffany” nel quale “la simbiosi che si crea tra l’attrice e il personaggio è formidabile”. Non si lascia influenzare dal successo e si autodefinisce “una donna che fatica a rendersi conto di essere un’attrice e non solo una ex ballerina diventata attrice”. Nel 1968 si trasferisce a Roma dove conosce Andrea Dotti – di nove anni più giovane di lei, nato a Napoli da una famiglia nobile e benestante, assistente del professor Giancarlo Redo, direttore della facoltà di Psichiatria all’Università La Sapienza di Roma – che sposerà nel gennaio 1969 e dal quale avrà il suo secondo figlio, Luca e divorzierà nel 1980. Dopo un lungo periodo di sospensione dell’attività artistica, nel 1975 torna al cinema: interpreta accanto a Sean Connery il film “Robin e Marian” che non ottiene il successo di pubblico sperato, e nel 1980 è l’interprete di “… e tutti risero” del regista Peter Boogdanovich che per la sua fragilità e la ferrea disciplina la definisce “farfalla di ferro”. Nel 1982 inizia una nuova storia d’amore con l’ex attore e produttore olandese Robert Wolders, anche lui più giovane di sette anni dell’attrice, che le resterà al fianco fino alla fine dei suoi giorni. Nel 1987 la sua vita cambia radicalmente. A Macao, allora colonia portoghese dove era stata invitata a un festival, “conosce” l’Unicef del quale diviene testimonial delle sue iniziative. Il cinema è ormai al secondo piano della sua vita, le priorità sono quelle di intervenire, il prima possibile, in aiuto alle popolazioni dei Paese più poveri: “salvare un bambino è una benedizione, salvarne milioni è un’opportunità data da Dio”, ripete. Organizza a sue spese, per raccogliere fondi, conferenze in Inghilterra, Svizzera, Canada, Germania, Turchia e Stati Uniti. Si reca, sempre accompagnata da Robert Wolders, per consegnare cibo e medicinali a nome dell’Unicef, in Etiopia, nel sud del Sudan, in El Salvador, in Bangladesh, in Vietnam, in Honduras, in Guatemala, in Ecuador, in Thailandia, in Kenya e in Somalia dove si “mette in prima persona a dare del cibo alle madri che non riescono ad allattare i loro figli perché malnutrite”. Dona all’organizzazione umanitaria i compensi che riceve per le sue partecipazioni a film e spettacoli e visita, sempre a sue spese, ospedali, orfanotrofi, centri di distribuzione del cibo nei territori più bisognosi di aiuto. Non si risparmia e trascura le sue precarie condizioni di salute perché, afferma, “Questo non è il tempo di riposare”. Le viene diagnosticato un tumore al colon e il 20 gennaio 1993 muore, dopo un ricovero in ospedale a Ginevra, nella sua casa di Tolochenaz in Svizzera. Dopo la cerimonia funebre, officiata dal pastore protestante André Monnier nella chiesa di Tolochenaz, viene portata a spalla dai due ex mariti, Mel Ferrer e Andrea Dotti, dal fratello Jan, dai figli Sean e Luca, da Hubert de Givenchy e Robert Wolders nel vicino cimitero dove viene sepolta. “Debuttante in un’epoca di carni abbondanti, scrive Alessandro Ruta, di pin-up alla Marylin Monroe, è riuscita a sfondare rappresentando l’ideale di una donna capace di fare da sé e di essere indipendente, sempre con quell’aria da Cenerentola alla ricerca di un principe azzurro”.

Vittorio Esposito

Audrey Hepburn nella biografia di Alessandro Ruta

Audrey Hepburn, intramontabile icona di stile ed eleganza, è stata nella vita un “personaggio” certamente diverso da quelli interpretati sul palcoscenico o per il grande schermo. Non solo perché, tra un film e l’altro amava ritirarsi nella sua casa in Svizzera lontano “dalle luci della ribalta” anche se partecipava come invitata alle cerimonie per l’assegnazione dei premi Oscar e ad altre manifestazioni, ma soprattutto perché non gradiva la mondanità e le piaceva mescolarsi alla folla e fare lunghe passeggiate senza essere notata da nessuno. Il giornalista Alessandro Ruta nel suo ultimo libro “Audrey Hepburn. La farfalla di ferro” (Diarkos editore, pag. 257, Euro 18,00), nel ripercorre tutte le tappe della sua breve vita (è morta all’età di 63 anni), rivela le insicurezze e le fragilità di un’attrice diventata una leggenda, un mito vivente. Nata a Ixelles, in Belgio, il 4 maggio 1929 da genitori appartenenti alla nobiltà olandese (il barone Joseph Antony Hepburn-Ruston van Heemstra, è stato governatore del Suriname, la Guyana olandese e la baronessa Elbrig Willemine Henriette van Asbeck), Audrey Hepburn ha vissuto la sua infanzia ad Arnhem, in Olanda, dove la madre, separata dal marito che aveva ottenuto alcuni incarichi a Londra, si era trasferita. Per tutta la vita sua madre sarà il suo punto di riferimento “molto più di qualsiasi marito o compagno”. In Inghilterra, dove Audrey frequenta la scuola di danza, i genitori avevano aderito all’idea britannica del fascismo basata “su due concetti in particolare: patriottismo estremo e autodisciplina nazionale”. L’occupazione nazista della Polonia prima e dei Paesi Bassi poi, rende consapevole la madre della necessità di opporsi al nazismo e diviene in Olanda una sorta non ufficiale della resistenza “sotterranea” ad Hitler organizzando riunioni per raccogliere fondi per la resistenza facendo esibire Audrey al pianoforte e come ballerina. Gli anni della guerra trascorrono tra bombardamenti e la continua ricerca di cibo la cui carenza segnerà per sempre il suo fisico che sarà sempre eccessivamente gracile e che necessiterà, “per ricaricare le pile”, di periodi di riposo tra le fatiche di un film e l’altro. Finita la guerra riprende le lezioni di danza ad Amsterdam (il suo sogno è diventare ballerina), con Sonia Gaskell e successivamente con la professoressa di ballo russa Olga Tarasova. Diciottenne ha la prima esperienza di attrice nel film pedagogico promozionale “L’olandese in 7 lezioni” del regista Huguenot van der Linder, nel quale interpreta una hostess della KLM, e le prime esperienze come ballerina. Frequenta una scuola di recitazione e inizia nel 1951 a Londra la “carriera cinematografica” con il film “Risate in Paradiso” del regista italiano Mario Zampi. Nello stesso anno ha la “prima storia d’amore” con il play-boy James Henson, ventottenne miliardario e il ruolo che le cambierà la vita nel film “Vacanze a Montecarlo” di Jean Boyer sul cui set conosce la scrittrice francese Colette che la vuole per il ruolo di “Gigi”, una sua opera che andrà in scena a Broodway. Il successo ottenuto con lo spettacolo le apre la via alla firma con la Paramounth per il film “Vacanze romane” e alla celebrità. Segue il film con il quale conquista ulteriormente il favore del pubblico per la sua grazia ed eleganza mai sopra le righe: “Sabrina”, dove stringe amicizia con il sarto Hubert de Givenchy che per lei realizzerà il famoso tubino nero con la scollatura “a barca”, per nascondere su richiesta della stessa Audrey “le sue clavicole, un po’ troppo sporgenti”, che sarà ribattezzata “Sabrina” e che sarà il suo sarto sia per le “scene” che per la sua quotidianità per tutto il resto della sua vita. Nel 1954 sposa in Svizzera l’attore Mel Ferrer, conosciuto nello spettacolo “Ondine” andato in scena a Broodway con grande successo il 18 febbraio 1954, dal quale avrà nel 1960 un figlio (Sean) e dal quale si separerà e divorzierà nel 1967. Tra i film interpretati in quegli anni “Storia di una monaca” di Fred Zinnemann per il quale viene riconosciuta come “miglior attrice dell’anno” per la sua “stupefacente prova di attrice” e “Colazione da Tiffany” nel quale “la simbiosi che si crea tra l’attrice e il personaggio è formidabile”. Non si lascia influenzare dal successo e si autodefinisce “una donna che fatica a rendersi conto di essere un’attrice e non solo una ex ballerina diventata attrice”. Nel 1968 si trasferisce a Roma dove conosce Andrea Dotti – di nove anni più giovane di lei, nato a Napoli da una famiglia nobile e benestante, assistente del professor Giancarlo Redo, direttore della facoltà di Psichiatria all’Università La Sapienza di Roma – che sposerà nel gennaio 1969 e dal quale avrà il suo secondo figlio, Luca e divorzierà nel 1980. Dopo un lungo periodo di sospensione dell’attività artistica, nel 1975 torna al cinema: interpreta accanto a Sean Connery il film “Robin e Marian” che non ottiene il successo di pubblico sperato, e nel 1980 è l’interprete di “… e tutti risero” del regista Peter Boogdanovich che per la sua fragilità e la ferrea disciplina la definisce “farfalla di ferro”. Nel 1982 inizia una nuova storia d’amore con l’ex attore e produttore olandese Robert Wolders, anche lui più giovane di sette anni dell’attrice, che le resterà al fianco fino alla fine dei suoi giorni. Nel 1987 la sua vita cambia radicalmente. A Macao, allora colonia portoghese dove era stata invitata a un festival, “conosce” l’Unicef del quale diviene testimonial delle sue iniziative. Il cinema è ormai al secondo piano della sua vita, le priorità sono quelle di intervenire, il prima possibile, in aiuto alle popolazioni dei Paese più poveri: “salvare un bambino è una benedizione, salvarne milioni è un’opportunità data da Dio”, ripete. Organizza a sue spese, per raccogliere fondi, conferenze in Inghilterra, Svizzera, Canada, Germania, Turchia e Stati Uniti. Si reca, sempre accompagnata da Robert Wolders, per consegnare cibo e medicinali a nome dell’Unicef, in Etiopia, nel sud del Sudan, in El Salvador, in Bangladesh, in Vietnam, in Honduras, in Guatemala, in Ecuador, in Thailandia, in Kenya e in Somalia dove si “mette in prima persona a dare del cibo alle madri che non riescono ad allattare i loro figli perché malnutrite”. Dona all’organizzazione umanitaria i compensi che riceve per le sue partecipazioni a film e spettacoli e visita, sempre a sue spese, ospedali, orfanotrofi, centri di distribuzione del cibo nei territori più bisognosi di aiuto. Non si risparmia e trascura le sue precarie condizioni di salute perché, afferma, “Questo non è il tempo di riposare”. Le viene diagnosticato un tumore al colon e il 20 gennaio 1993 muore, dopo un ricovero in ospedale a Ginevra, nella sua casa di Tolochenaz in Svizzera. Dopo la cerimonia funebre, officiata dal pastore protestante André Monnier nella chiesa di Tolochenaz, viene portata a spalla dai due ex mariti, Mel Ferrer e Andrea Dotti, dal fratello Jan, dai figli Sean e Luca, da Hubert de Givenchy e Robert Wolders nel vicino cimitero dove viene sepolta. “Debuttante in un’epoca di carni abbondanti, scrive Alessandro Ruta, di pin-up alla Marylin Monroe, è riuscita a sfondare rappresentando l’ideale di una donna capace di fare da sé e di essere indipendente, sempre con quell’aria da Cenerentola alla ricerca di un principe azzurro”.

Vittorio Esposito

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