La farfalla e lo Tsunami

È la vecchia storia del battito d’ali in America che può scatenare uno tsunami dall’altra parte del mondo. L’effetto farfalla in atto in tutto il mondo occidentale è partito dalla raffica di aumenti dei tassi operato dalla Fed americana e si è scaricato sulle imprese, piccole e grandi, che mai come ora hanno bisogno di accedere al credito per investire nella transizione digitale e, soprattutto, per avere un po’ di liquidità per sopravvivere al Grande Freddo.

Energia e credito sono le due grandi emergenze che affliggono le imprese, come certifica uno studio di Unioncamere Lombardia. Secondo i dati raccolti nell’indagine, gli imprenditori hanno denunciato “una crescita dei costi connessi alla richiesta dei prestiti” e “circa la metà del campione rileva un peggioramento per quel che riguarda il tasso applicato e il costo complessivo del finanziamento”. Effettivamente, gli interessi sono saliti come diretta conseguenza dell’inasprimento dei tassi decisi a livello centrale. Bankitalia ha riferito ieri che, a fronte di un aumento delle domande di prestito, tanto da parte delle famiglie quanto delle imprese, per queste ultime “i tassi di interesse sui nuovi prestiti alle società non finanziarie sono stati invece pari all’1,45% (1,31% nel mese precedente), quelli per importi fino a un milione di euro sono stati pari al 2,22%, mentre i tassi sui nuovi prestiti di importo superiore a tale soglia si sono collocati all’1,12%. I tassi passivi sul complesso dei depositi in essere sono stati pari allo 0,32% (come nel mese precedente)”.

Ciò comporta che le imprese, a corto di liquidità, non possono investire granché nell’innovazione. E non possono farlo proprio in un momento decisivo per la transizione energetica. Le aziende vorrebbero investire nelle comunità e nei sistemi di produzione di energia alternativi, ma senza denari sarà difficile sottrarsi dall’egemonia del gas. Per evitare un crollo netto nelle start-up, che garantiscono il sistema industriale e produttivo italiano dai rischi di obsolescenza, ha intenzione di muoversi Cassa Depositi e Prestiti. L’ad Dario Scannapieco, che ha partecipato alla conferenza stampa sui piani di Cdp in merito al venture capital, ha detto: “Un regime di tassi d’interesse più elevato può generare rallentamenti nel venture capital ma il ruolo di Cdp è guardare avanti e garantire alle imprese l’accesso alle risorse”. Cassa Depositi e Prestiti punta, entro il 2024, a portare i capitali in gestione per investimenti di venture capital a 5,3 miliardi di euro. Oggi ne sono 1,8 a cui dovranno essere aggiunti altri 3,5 miliardi. Di questi, due arriverebbero dai fondi di Patrimonio Rilancio e altri 500 milioni giungerebbe da Pnrr e fondi privati.

Ma se a valle affluiscono i problemi, a monte iniziano a farsi dubbi. La farfalla Fed, che ha sbattuto le ali come mai dagli anni ’80 a oggi, inizia a interrogarsi sul da farsi. La vicepresidente Lael Brainard, intervistata dal Wall Street Journal, ha spiegato che “la moderazione della domanda dovuta all’inasprimento della politica monetaria si è realizzata solo in parte finora”. Cioè alzare, da marzo a oggi, di tre punti percentuali i tassi non ha consentito un immediato contenimento dell’inflazione come ci si aspettava al board della Banca centrale americana. Al punto che il presidente Fed di Chicago, Charles Evans, ha affermato che sarebbe opportuno se i banchieri centrali americani si fermassero sulla soglia dei +4,5 punti, valutassero l’impatto sull’economia reale prima di decidere se proseguire nella strategia al rialzo oppure no. Intanto l’alto rappresentante Ue per affari esteri e sicurezza Joseph Borrell non le manda a dire a Powell e ai suoi: per lui, la Fed, farfalla impazzita, è responsabile della recessione globale, dello tsunami economico che si sta già abbattendo su tutto il mondo. Secondo Borrell, infatti, le banche centrali sono state costrette a seguire la Fed lungo la strada irta di rialzi dei tassi e ciò perché le loro monete non perdessero terreno nei confronti del dollaro. “Tutti devono seguire altrimenti le loro monete perderanno valore, tutti corrono ad aumentare i tassi di interesse e questo porterà a una recessione mondiale”.

Anche l’Istat teme che il cambio di paradigma monetario possa scatenare ripercussioni tremende sull’economia globale. Nella nota sull’andamento dell’economia a settembre, gli analisti dell’istituto nazionale di statistica, citando l’Ocse, affermano che “il perdurare della crisi energetica associata al cambio di intonazione della politica monetaria potrebbe causare una decelerazione dell’economia mondiale”. Secondo i dati pubblicati dall’organizzazione per lo sviluppo e la co-operazione nel Superindice, il valore delle attività economiche dell’area Ocse è diminuito al 98,6 dal 98,8 di agosto per via “dell’impatto dell’elevata inflazione, dell’aumento dei tassi d’interesse e il calo dei mercati azionari”. Insomma, l’Italia vede nero. E le conseguenze dei costi energetici sul sistema produttivo nazionale, inoltre, potrebbero essere pesantissime. Perché l’Istat s’è chiesta cosa accadrebbe se i prezzi dell’energia dovessero continuare a salire. Lo scenario, in questo caso, sarebbe disastroso: le aziende si ritroverebbero a lavorare con un margine negativo pari all’8,2 per cento. Cioè si troverebbero a dover lavorare in perdita. E, tra le altre conseguenze, ci sarebbe quella di mettere a serio rischio il 20% dei posti di lavoro. Nessuno è al riparo, anzi. “Tali aumenti – riferisce l’Istat – potrebbero rappresentare un serio rischio per la capacità operativa di oltre la metà delle imprese, un fenomeno che non rimarrebbe confinato alle classi delle micro e piccole imprese”. Finita qui? Manco per sogno. Ieri pomeriggio l’Fmi ha sentenziato “ci attendiamo che l’Italia entri in recessione tecnica nei prossimi trimestri soprattutto per l’impatto della crisi energetica, per l’alta inflazione e del calo dei redditi”. Gli economisti raccomandano al governo che verrà di mantenere misure di sostegno al reddito. Basterà?

È la vecchia storia del battito d’ali in America che può scatenare uno tsunami dall’altra parte del mondo. L’effetto farfalla in atto in tutto il mondo occidentale è partito dalla raffica di aumenti dei tassi operato dalla Fed americana e si è scaricato sulle imprese, piccole e grandi, che mai come ora hanno bisogno di accedere al credito per investire nella transizione digitale e, soprattutto, per avere un po’ di liquidità per sopravvivere al Grande Freddo.

Energia e credito sono le due grandi emergenze che affliggono le imprese, come certifica uno studio di Unioncamere Lombardia. Secondo i dati raccolti nell’indagine, gli imprenditori hanno denunciato “una crescita dei costi connessi alla richiesta dei prestiti” e “circa la metà del campione rileva un peggioramento per quel che riguarda il tasso applicato e il costo complessivo del finanziamento”. Effettivamente, gli interessi sono saliti come diretta conseguenza dell’inasprimento dei tassi decisi a livello centrale. Bankitalia ha riferito ieri che, a fronte di un aumento delle domande di prestito, tanto da parte delle famiglie quanto delle imprese, per queste ultime “i tassi di interesse sui nuovi prestiti alle società non finanziarie sono stati invece pari all’1,45% (1,31% nel mese precedente), quelli per importi fino a un milione di euro sono stati pari al 2,22%, mentre i tassi sui nuovi prestiti di importo superiore a tale soglia si sono collocati all’1,12%. I tassi passivi sul complesso dei depositi in essere sono stati pari allo 0,32% (come nel mese precedente)”.

Ciò comporta che le imprese, a corto di liquidità, non possono investire granché nell’innovazione. E non possono farlo proprio in un momento decisivo per la transizione energetica. Le aziende vorrebbero investire nelle comunità e nei sistemi di produzione di energia alternativi, ma senza denari sarà difficile sottrarsi dall’egemonia del gas. Per evitare un crollo netto nelle start-up, che garantiscono il sistema industriale e produttivo italiano dai rischi di obsolescenza, ha intenzione di muoversi Cassa Depositi e Prestiti. L’ad Dario Scannapieco, che ha partecipato alla conferenza stampa sui piani di Cdp in merito al venture capital, ha detto: “Un regime di tassi d’interesse più elevato può generare rallentamenti nel venture capital ma il ruolo di Cdp è guardare avanti e garantire alle imprese l’accesso alle risorse”. Cassa Depositi e Prestiti punta, entro il 2024, a portare i capitali in gestione per investimenti di venture capital a 5,3 miliardi di euro. Oggi ne sono 1,8 a cui dovranno essere aggiunti altri 3,5 miliardi. Di questi, due arriverebbero dai fondi di Patrimonio Rilancio e altri 500 milioni giungerebbe da Pnrr e fondi privati.

Ma se a valle affluiscono i problemi, a monte iniziano a farsi dubbi. La farfalla Fed, che ha sbattuto le ali come mai dagli anni ’80 a oggi, inizia a interrogarsi sul da farsi. La vicepresidente Lael Brainard, intervistata dal Wall Street Journal, ha spiegato che “la moderazione della domanda dovuta all’inasprimento della politica monetaria si è realizzata solo in parte finora”. Cioè alzare, da marzo a oggi, di tre punti percentuali i tassi non ha consentito un immediato contenimento dell’inflazione come ci si aspettava al board della Banca centrale americana. Al punto che il presidente Fed di Chicago, Charles Evans, ha affermato che sarebbe opportuno se i banchieri centrali americani si fermassero sulla soglia dei +4,5 punti, valutassero l’impatto sull’economia reale prima di decidere se proseguire nella strategia al rialzo oppure no. Intanto l’alto rappresentante Ue per affari esteri e sicurezza Joseph Borrell non le manda a dire a Powell e ai suoi: per lui, la Fed, farfalla impazzita, è responsabile della recessione globale, dello tsunami economico che si sta già abbattendo su tutto il mondo. Secondo Borrell, infatti, le banche centrali sono state costrette a seguire la Fed lungo la strada irta di rialzi dei tassi e ciò perché le loro monete non perdessero terreno nei confronti del dollaro. “Tutti devono seguire altrimenti le loro monete perderanno valore, tutti corrono ad aumentare i tassi di interesse e questo porterà a una recessione mondiale”.

Anche l’Istat teme che il cambio di paradigma monetario possa scatenare ripercussioni tremende sull’economia globale. Nella nota sull’andamento dell’economia a settembre, gli analisti dell’istituto nazionale di statistica, citando l’Ocse, affermano che “il perdurare della crisi energetica associata al cambio di intonazione della politica monetaria potrebbe causare una decelerazione dell’economia mondiale”. Secondo i dati pubblicati dall’organizzazione per lo sviluppo e la co-operazione nel Superindice, il valore delle attività economiche dell’area Ocse è diminuito al 98,6 dal 98,8 di agosto per via “dell’impatto dell’elevata inflazione, dell’aumento dei tassi d’interesse e il calo dei mercati azionari”. Insomma, l’Italia vede nero. E le conseguenze dei costi energetici sul sistema produttivo nazionale, inoltre, potrebbero essere pesantissime. Perché l’Istat s’è chiesta cosa accadrebbe se i prezzi dell’energia dovessero continuare a salire. Lo scenario, in questo caso, sarebbe disastroso: le aziende si ritroverebbero a lavorare con un margine negativo pari all’8,2 per cento. Cioè si troverebbero a dover lavorare in perdita. E, tra le altre conseguenze, ci sarebbe quella di mettere a serio rischio il 20% dei posti di lavoro. Nessuno è al riparo, anzi. “Tali aumenti – riferisce l’Istat – potrebbero rappresentare un serio rischio per la capacità operativa di oltre la metà delle imprese, un fenomeno che non rimarrebbe confinato alle classi delle micro e piccole imprese”. Finita qui? Manco per sogno. Ieri pomeriggio l’Fmi ha sentenziato “ci attendiamo che l’Italia entri in recessione tecnica nei prossimi trimestri soprattutto per l’impatto della crisi energetica, per l’alta inflazione e del calo dei redditi”. Gli economisti raccomandano al governo che verrà di mantenere misure di sostegno al reddito. Basterà?

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