La fatica di restare immobili

Come nel plastico della villa al mare in Toscana, realizzato dal capofamiglia Probo Carrera (Sergio Albelli), con le statuine dei familiari posizionate qui e lì, così la vita di Marco Carrera (il solito Pierfrancesco Favino), sta, immobile. Il Colibrì è il nuovo film di Francesca Archibugi, tratto dall’omonimo romanzo di Sandro Veronesi (Premio Strega 2020). Colibrì è il nomignolo affibbiato a Marco dalla madre Letizia (la solita Laura Morante). Cresciuto a forza e in fretta con una cura ormonale, il protagonista si ritrova nel corpo di un adulto con il cuore rimasto al primo amore. Quello per la vicina di villa al mare, l’italofrancese Luisa Lattes (Berenice Bejo), che piace pure al fratello Giacomo (Alessandro Tedeschi). L’amore per Luisa è proprio come l’intera esistenza di Marco: mai vissuto, sognato, idealizzato. La villa al mare è anche teatro della tragedia familiare che segnerà a vita i Carrera. Un terribile lutto che innescherà un irrisolto complesso di colpa nel protagonista, ossessionato dal destino. Non a caso le occasioni mancate così come i presunti segni del fato scandiranno la vita e gli sviluppi narrativi della vicenda. Una tragica condizione umana dove il destino è spesso visto come una punizione, un contrappasso dantesco.
Nella storia – come avverte il padre ingegnere, meticoloso, maniacalmente preciso – un ruolo fondamentale lo avranno gli aerei e i viaggi in generale. Il senso, la lezione è che il colibrì fa bene a restare immobile nel suo volo inutile: spostarsi è quasi sempre una pessima idea, alla lunga persino pericoloso. Eppure Marco sposa quella che secondo lui è la prescelta (una convincente Kasia Smutniak nel ruolo di una psicotica borderline, adultera ossessivo-compulsiva). Ci fa una figlia, Adele (la sempre migliore Benedetta Porcaroli), anche lei con qualche problemino psicologico infantile. Il tutto continuando ad amare Letizia. Ma tutti i nodi verranno al pettine e la vita presenterà un salatissimo, terrificante conto. A guidare verso la fine – la risoluzione, l’assoluzione laica – il protagonista è lo psicanalista della moglie (Nanni Moretti, ingessato tanto da essere straniante).
Nel mezzo c’è tutto quello che lo spettatore si aspetta da un affresco di certo non inedito di una tipica famiglia di ricchi con madre radical chic pseudo artista che fa l’alternativa, padre chiuso nei suoi plastici dove nessuna tragedia lo segna, sorella gravemente depressa (Fotinì Peluso), e i due fratelli, diversi e in conflitto. I problemi delle famiglie ricche, si sa, sono cose come la noia o andare a cena fuori sebbene controvoglia. Cose così. Ma le tragedie dietro l’angolo mostrano tutta l’umanità celata dietro comportamenti odiosi: il dolore colpisce tutti.
Nella sceneggiatura della Archibugi, scritta con Laura Paolucci e il validissimo Francesco Piccolo, ci sono tutti gli ingredienti per fare un ottimo film. A tratti davvero così drammatico da essere inevitabilmente commovente. Ma c’è qualcosa che tiene lontano il protagonista da chi è nel buio della sala. Sfortunato oltre ogni limite, Marco è però una figura talmente negativa da non far scattare il transfert: nessuno vorrebbe essere come lui. Un maschio che non decide, che non rischia: che non vive, in sostanza. A vederlo così viene da pensare che quasi se le merita le corna della moglie. Lui che usa tutte le energie per restare immobile e sospeso, il massimo del brivido che si concede – è pur sempre uno coi soldi – è giocare a poker. Dove quando si perde non si fa male nessuno.
Proprio in una delle ville dei poker clandestini Marco rivede un amico dell’adolescenza (Massimo Ceccherini), con fama conclamata di iettatore, che infatti porta male a pagamento. Anche lui c’entra con i viaggi e con gli aerei. Anche lui è un monito per il protagonista a non strafare, a (non) vivere come ha sempre fatto.
I dolori dei giovani alto borghesi non appassionano più di tanto, dunque. Pur essendo reali e terribili, acuiti da una serie di sfortunatissimi eventi. L’intera messa in scena però rimane sullo schermo, non ci entra dentro. Nonostante l’accurata introspezione psicologica. E’ un film molto ben fatto – peraltro dopo due pellicole prescindibili – con l’ottima fotografia di Luca Bigazzi, l’interessante montaggio di Esmeralda Calabria e quella London Calling dei Clash che qui ritroviamo inusuale colonna sonora di una situazione particolarmente toccante. Cast stellare ma – è il marchio di fabbrica della Archibugi – i più bravi sono i bambini. Buona visione e buon (non) viaggio.

Come nel plastico della villa al mare in Toscana, realizzato dal capofamiglia Probo Carrera (Sergio Albelli), con le statuine dei familiari posizionate qui e lì, così la vita di Marco Carrera (il solito Pierfrancesco Favino), sta, immobile. Il Colibrì è il nuovo film di Francesca Archibugi, tratto dall’omonimo romanzo di Sandro Veronesi (Premio Strega 2020). Colibrì è il nomignolo affibbiato a Marco dalla madre Letizia (la solita Laura Morante). Cresciuto a forza e in fretta con una cura ormonale, il protagonista si ritrova nel corpo di un adulto con il cuore rimasto al primo amore. Quello per la vicina di villa al mare, l’italofrancese Luisa Lattes (Berenice Bejo), che piace pure al fratello Giacomo (Alessandro Tedeschi). L’amore per Luisa è proprio come l’intera esistenza di Marco: mai vissuto, sognato, idealizzato. La villa al mare è anche teatro della tragedia familiare che segnerà a vita i Carrera. Un terribile lutto che innescherà un irrisolto complesso di colpa nel protagonista, ossessionato dal destino. Non a caso le occasioni mancate così come i presunti segni del fato scandiranno la vita e gli sviluppi narrativi della vicenda. Una tragica condizione umana dove il destino è spesso visto come una punizione, un contrappasso dantesco.
Nella storia – come avverte il padre ingegnere, meticoloso, maniacalmente preciso – un ruolo fondamentale lo avranno gli aerei e i viaggi in generale. Il senso, la lezione è che il colibrì fa bene a restare immobile nel suo volo inutile: spostarsi è quasi sempre una pessima idea, alla lunga persino pericoloso. Eppure Marco sposa quella che secondo lui è la prescelta (una convincente Kasia Smutniak nel ruolo di una psicotica borderline, adultera ossessivo-compulsiva). Ci fa una figlia, Adele (la sempre migliore Benedetta Porcaroli), anche lei con qualche problemino psicologico infantile. Il tutto continuando ad amare Letizia. Ma tutti i nodi verranno al pettine e la vita presenterà un salatissimo, terrificante conto. A guidare verso la fine – la risoluzione, l’assoluzione laica – il protagonista è lo psicanalista della moglie (Nanni Moretti, ingessato tanto da essere straniante).
Nel mezzo c’è tutto quello che lo spettatore si aspetta da un affresco di certo non inedito di una tipica famiglia di ricchi con madre radical chic pseudo artista che fa l’alternativa, padre chiuso nei suoi plastici dove nessuna tragedia lo segna, sorella gravemente depressa (Fotinì Peluso), e i due fratelli, diversi e in conflitto. I problemi delle famiglie ricche, si sa, sono cose come la noia o andare a cena fuori sebbene controvoglia. Cose così. Ma le tragedie dietro l’angolo mostrano tutta l’umanità celata dietro comportamenti odiosi: il dolore colpisce tutti.
Nella sceneggiatura della Archibugi, scritta con Laura Paolucci e il validissimo Francesco Piccolo, ci sono tutti gli ingredienti per fare un ottimo film. A tratti davvero così drammatico da essere inevitabilmente commovente. Ma c’è qualcosa che tiene lontano il protagonista da chi è nel buio della sala. Sfortunato oltre ogni limite, Marco è però una figura talmente negativa da non far scattare il transfert: nessuno vorrebbe essere come lui. Un maschio che non decide, che non rischia: che non vive, in sostanza. A vederlo così viene da pensare che quasi se le merita le corna della moglie. Lui che usa tutte le energie per restare immobile e sospeso, il massimo del brivido che si concede – è pur sempre uno coi soldi – è giocare a poker. Dove quando si perde non si fa male nessuno.
Proprio in una delle ville dei poker clandestini Marco rivede un amico dell’adolescenza (Massimo Ceccherini), con fama conclamata di iettatore, che infatti porta male a pagamento. Anche lui c’entra con i viaggi e con gli aerei. Anche lui è un monito per il protagonista a non strafare, a (non) vivere come ha sempre fatto.
I dolori dei giovani alto borghesi non appassionano più di tanto, dunque. Pur essendo reali e terribili, acuiti da una serie di sfortunatissimi eventi. L’intera messa in scena però rimane sullo schermo, non ci entra dentro. Nonostante l’accurata introspezione psicologica. E’ un film molto ben fatto – peraltro dopo due pellicole prescindibili – con l’ottima fotografia di Luca Bigazzi, l’interessante montaggio di Esmeralda Calabria e quella London Calling dei Clash che qui ritroviamo inusuale colonna sonora di una situazione particolarmente toccante. Cast stellare ma – è il marchio di fabbrica della Archibugi – i più bravi sono i bambini. Buona visione e buon (non) viaggio.

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