La favola di Astolfo

Oggi che siamo abituati a favole ipertecnologiche, che ci lasciano a bocca aperta per la computer grafica e storditi dalla roboante colonna sonora, andare a vedere al cinema Astolfo ci rituffa con ogni gioia possibile nel mondo delle storie di una volta. Il cinema è sì recente, rispetto alle altre rappresentazioni artistiche dell’umano sentire, ma ha già un suo volto vintage e, come nel caso di questo piccolo gioiello nostrano, sa essere anche classico, a tutti gli effetti. Ecco, il nuovo film dell’autore di Pranzo di ferragosto è una favola (d’amore) classica raccontata in modo magistrale, perché semplice. Se è vero che l’arte è togliere, ad Astolfo non manca niente per essere a pieno titolo settima arte nel senso più classico. In un’epoca di incontri via chat, di vite vissute online, di realtà parallele fatte di like messi o non messi, questo piccolo grande film racconta un mondo dove le persone sono offline. Vivono di cose reali, concretissime. E vivono i rapporti in carne ed ossa. E’ forse questa la cifra del film dell’ottimo Gianni Di Gregorio: non c’è spazio per i social, perché tutto lo spazio è reale, spesso open-air. La campagna, la natura, il piccolo paesino di provincia – Artena, ma non solo – contrapposti alla città, alla tecnologia, alla schiavitù da smartphone. Il massimo di tecnologico che compare nel film infatti è un sms, che oggi non invia quasi più nessuno. “Gli ho fatto il messaggino”, dice Astolfo, interpretato divinamente da Di Gregorio, che ancora una volta ha scritto anche soggetto e sceneggiatura.
Il film ha un pregio unico: racconta una tenera, romanticissima, indimenticabile storia d’amore tra due vecchietti. Astolfo, appunto, e Stefania, la sempre bellissima, solare, iper femminile Stefania Sandrelli. Vedere i due attori in azione sullo schermo è una gioia per gli occhi: è tutto così spontaneo, quasi neorealistico che quasi ci si dimentica che la finzione è qui in mano a una delle più grandi attrici del nostro cinema e a un “giovane” autore, classe 1949, che fa sorrisi a 32 denti più teneri di quelli di un adolescente al suo primo amore. Il cast è tutto diretto molto bene e assolutamente in parte, con personaggi che lasciano il segno e con siparietti gustosi. Un film girato senza grandi mezzi, costruito però su due elementi che neanche le megaproduzioni possono ricostruire al computer, quando non ci sono: la storia – in questo caso, i dialoghi – e gli attori.
La trama è semplice (e perfetta): un professore (torna ancora una volta l’archetipo di Di Gregorio) in pensione viene sfrattato e da Roma torna al paese, nella casa di famiglia. Nobili decaduti che hanno un palazzo storico per metà occupato dalla parrocchia (l’anticlericalismo è una costante del film, anche perché il parroco in questione è spiacevolissimo). Nella magione di famiglia Astolfo scopre un abusivo che ci vive da diversi anni – dormendo sul divano e non nel letto, per rispetto. A lui si aggiungeranno altri personaggi del paese che popoleranno la cucina, che diviene il luogo centrale della socialità del film. Fino a che, grazie a un cugino donnaiolo impenitente, Astolfo conosce Stefania, nonna a tempo pieno. E il cuore di chi è in sala inizia a battere a tempo con quello dei due protagonisti.
Ma il film non è mai banale, mai noioso, mai lezioso. Non pensi mai al fatto che i due fidanzatini siano due anziani – chi riduce tutto a slogan tipo “la rivincita della terza età” non ha colto lo spirito di questa pellicola. La storia infatti non contrappone due anziani ai giovani, o la vita di paese a quella di città. In realtà non si contrappone a nulla. Ma il film si insinua, gentile, sobrio, lieve nei tuoi pensieri, nel tuo sentire e ti mostra un altro tempo. Nel senso dell’uso e consumo del tempo. Un tempo ponderato, dove nessuno ha fretta, dove si va piano non perché si è anziani – in verità Astolfo fa continue scarpinate su per le salite del paese – ma perché così ci si gode a pieno il paesaggio. Il messaggio del film dunque è il valore senza eguali del tempo. Al momento giusto, se i tempi sono maturi insomma, può sbocciare l’amore, che è davvero senza età. Chi conosce il valore del tempo non lo spreca e anzi, recupera pure quello perduto.
Vi consigliamo la visione proprio perché vale la pena trascorrere un’ora e mezza in compagnia di Astolfo, Stefania e tutta quell’umanità che ritroviamo sullo schermo. E che ci fa sperare che non sia andata perduta. Sfido chiunque di voi, una volta finito il film, a non voler vivere almeno un giorno da Astolfo e Stefania, quando sarete un po’ più grandi.

Oggi che siamo abituati a favole ipertecnologiche, che ci lasciano a bocca aperta per la computer grafica e storditi dalla roboante colonna sonora, andare a vedere al cinema Astolfo ci rituffa con ogni gioia possibile nel mondo delle storie di una volta. Il cinema è sì recente, rispetto alle altre rappresentazioni artistiche dell’umano sentire, ma ha già un suo volto vintage e, come nel caso di questo piccolo gioiello nostrano, sa essere anche classico, a tutti gli effetti. Ecco, il nuovo film dell’autore di Pranzo di ferragosto è una favola (d’amore) classica raccontata in modo magistrale, perché semplice. Se è vero che l’arte è togliere, ad Astolfo non manca niente per essere a pieno titolo settima arte nel senso più classico. In un’epoca di incontri via chat, di vite vissute online, di realtà parallele fatte di like messi o non messi, questo piccolo grande film racconta un mondo dove le persone sono offline. Vivono di cose reali, concretissime. E vivono i rapporti in carne ed ossa. E’ forse questa la cifra del film dell’ottimo Gianni Di Gregorio: non c’è spazio per i social, perché tutto lo spazio è reale, spesso open-air. La campagna, la natura, il piccolo paesino di provincia – Artena, ma non solo – contrapposti alla città, alla tecnologia, alla schiavitù da smartphone. Il massimo di tecnologico che compare nel film infatti è un sms, che oggi non invia quasi più nessuno. “Gli ho fatto il messaggino”, dice Astolfo, interpretato divinamente da Di Gregorio, che ancora una volta ha scritto anche soggetto e sceneggiatura.
Il film ha un pregio unico: racconta una tenera, romanticissima, indimenticabile storia d’amore tra due vecchietti. Astolfo, appunto, e Stefania, la sempre bellissima, solare, iper femminile Stefania Sandrelli. Vedere i due attori in azione sullo schermo è una gioia per gli occhi: è tutto così spontaneo, quasi neorealistico che quasi ci si dimentica che la finzione è qui in mano a una delle più grandi attrici del nostro cinema e a un “giovane” autore, classe 1949, che fa sorrisi a 32 denti più teneri di quelli di un adolescente al suo primo amore. Il cast è tutto diretto molto bene e assolutamente in parte, con personaggi che lasciano il segno e con siparietti gustosi. Un film girato senza grandi mezzi, costruito però su due elementi che neanche le megaproduzioni possono ricostruire al computer, quando non ci sono: la storia – in questo caso, i dialoghi – e gli attori.
La trama è semplice (e perfetta): un professore (torna ancora una volta l’archetipo di Di Gregorio) in pensione viene sfrattato e da Roma torna al paese, nella casa di famiglia. Nobili decaduti che hanno un palazzo storico per metà occupato dalla parrocchia (l’anticlericalismo è una costante del film, anche perché il parroco in questione è spiacevolissimo). Nella magione di famiglia Astolfo scopre un abusivo che ci vive da diversi anni – dormendo sul divano e non nel letto, per rispetto. A lui si aggiungeranno altri personaggi del paese che popoleranno la cucina, che diviene il luogo centrale della socialità del film. Fino a che, grazie a un cugino donnaiolo impenitente, Astolfo conosce Stefania, nonna a tempo pieno. E il cuore di chi è in sala inizia a battere a tempo con quello dei due protagonisti.
Ma il film non è mai banale, mai noioso, mai lezioso. Non pensi mai al fatto che i due fidanzatini siano due anziani – chi riduce tutto a slogan tipo “la rivincita della terza età” non ha colto lo spirito di questa pellicola. La storia infatti non contrappone due anziani ai giovani, o la vita di paese a quella di città. In realtà non si contrappone a nulla. Ma il film si insinua, gentile, sobrio, lieve nei tuoi pensieri, nel tuo sentire e ti mostra un altro tempo. Nel senso dell’uso e consumo del tempo. Un tempo ponderato, dove nessuno ha fretta, dove si va piano non perché si è anziani – in verità Astolfo fa continue scarpinate su per le salite del paese – ma perché così ci si gode a pieno il paesaggio. Il messaggio del film dunque è il valore senza eguali del tempo. Al momento giusto, se i tempi sono maturi insomma, può sbocciare l’amore, che è davvero senza età. Chi conosce il valore del tempo non lo spreca e anzi, recupera pure quello perduto.
Vi consigliamo la visione proprio perché vale la pena trascorrere un’ora e mezza in compagnia di Astolfo, Stefania e tutta quell’umanità che ritroviamo sullo schermo. E che ci fa sperare che non sia andata perduta. Sfido chiunque di voi, una volta finito il film, a non voler vivere almeno un giorno da Astolfo e Stefania, quando sarete un po’ più grandi.

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