La fine del mese o la fine del mondo? La vera sfida della transizione mancata

L’economia del clima è una materia complessa, nella quale non è facile decidere per mezzo dei meccanismi convenzionali del calcolo costi/benefici. Si può anche pensare che la tendenza all’immobilismo nel campo delle politiche ambientali rifletta le incertezze riguardo al modo di suddividere in modo equo i costi della transizione dai combustibili fossili alle energie rinnovabili. L’idea che i più ricchi debbano fare di più e farlo prima gode di sufficiente credibilità normativa, dal momento che seguire un principio diverso significherebbe far pagare ai poveri danni che non hanno provocato e per benefici di cui non hanno goduto. Ma, come ha dimostrato la Cop 27 che si è recentemente conclusa in Egitto, non è facile definire cosa i più ricchi debbano fare esattamente. Ciononostante, le valutazioni condotte in termini di equità resteranno decisive ogniqualvolta si tratterà di negoziare sul clima. Il problema è che non vi sono tuttora criteri univoci e condivisi per la distribuzione delle responsabilità e, soprattutto, degli oneri che ne derivano.
Oltre a giustificare inerzie e resistenze rispetto alla definizione di linee guida in grado di promuovere una transizione condivisa ed efficace verso forme sostenibili di crescita economica, questo problema dà adito a due equivoci. Il primo è che la transizione sia destinata a creare nuove disuguaglianze sociali quando, in realtà, è appena agli inizi: la disuguaglianza sociale deriva dal sistema economico esistente e dalle politiche di non transizione. Ne è prova tangibile l’attuale impennata dell’inflazione, poiché la dipendenza dal petrolio e dal gas genera una condizione di povertà energetica, dal momento che la volatilità dell’offerta si traduce in vulnerabilità sociale, con tutte le conseguenze negative sul piano del benessere e dell’inclusione sociale che abbiamo sotto gli occhi. Sostenere che la tragedia ucraina dovrebbe indurci a rallentare i processi di decarbonizzazione e di rinuncia all’uso indiscriminato di combustibili fossili equivale a spianare la strada alla prossima crisi energetica e a ritrovarci nuovamente impreparati ad affrontarla.
Il secondo equivoco è che i costi sociali della transizione energetica stiano mettendo in luce due opposte prospettive, che si escludono a vicenda ma fra le quali non si può fare a meno di scegliere, o in un senso o nell’altro: quella di chi si preoccupa della “fine del mese” e quella di chi si preoccupa della “fine del mondo”. Si tratta però di una falsa scelta, che mette in contrasto due opposte unilateralità. La povertà non aspetta infatti la fine del mese e ad a essere in gioco non è la fine del mondo, ma la fine delle attuali forme di organizzazione delle società umane, che non possono esistere senza il complesso di condizioni di esistenza necessarie alla nostra stessa vita – un range di temperature ottimali per il mondo così come lo conosciamo, ad esempio.
Le disuguaglianze ambientali, tra cui la distribuzione ineguale della vulnerabilità (l’esposizione e la sensibilità di individui e gruppi al degrado ambientale) e della responsabilità (il loro impatto su tale degrado), derivano dall’assenza di risposte alle molte facce della crisi ecologica, non da politiche socialmente cieche a favore dell’ambiente, improntate su quella forma – peraltro piuttosto misteriosa – di “ambientalismo ideologico” sulla quale si sono abbattuti gli strali del nostro Presidente del consiglio.
La difficoltà di applicare il calcolo costi/benefici tende a fare in modo che nessuno si senta moralmente responsabile per il cambiamento climatico e a incoraggiare l’inazione. Perseguire una transizione equa e sostenibile significa semplicemente, e finalmente, sviluppare politiche in grado di mitigare le crisi ambientali, che causano i maggiori danni nei paesi poveri, che hanno minori capacità economiche e tecnologiche per promuovere efficaci misure di contrasto, e alleggerire il carico di ingiustizia che portano con sé. Un brocardo del diritto romano recita così: “Nemo auditur turpitudinem suam allegans”. Ovvero: “Non è consentito far valere un diritto quando a base di questo si pone un’immoralità”. Questo principio andrebbe applicato alle politiche di non transizione che perpetuano una situazione che sta diventando insostenibile.
Ma non basta. In primo luogo, occorre dimostrare che anche la necessaria riduzione delle disuguaglianze sociali rappresenta una delle opzioni praticabili per superare la crisi climatica innescata nell’era dell’Antropocene: i viaggi aerei a lunga distanza, per fare un esempio spesso citato, hanno un’impronta ecologica del tutto sproporzionata rispetto ai vantaggi materiali di chi ne usufruisce. Una tassazione progressiva in chiave socio-ecologica, destinata a colpire quell’1% di persone che provoca il 50% delle emissioni globali nell’aviazione, potrebbe rappresentare un segnale in questo senso. Così come, d’altro canto, le politiche di transizione ecologica possono a loro volta ridurre le disuguaglianze sociali e migliorare il benessere dei più poveri. Si pensi alla possibilità di rimborsare ai passeggeri il 100% degli importi degli abbonamenti ai trasporti ferroviari locali e di media distanza, una misura già istituita dal governo spagnolo per combattere l’inflazione, la crisi e favorire l’utilizzo del trasporto pubblico.
Nella sua prima versione del dicembre 2019, il Patto Verde europeo o Green Deal europeo non faceva menzione della parola “disuguaglianza”. Ora però l’ingiustizia sociale, alimentata dall’inflazione, corre il rischio di rimettere in discussione la volontà ambientalista dell’Unione europea. Passi indietro non sono più possibili, è la natura stessa delle politiche di non transizione a minacciare le politiche di transizione. Non è possibile seguire una linea politica che passa dallo choc a un’inversione della marcia politica e poi ancora a un nuovo choc – e chiamarla strategia. La transizione ecologica, almeno in campo europeo, non può essere una posizione pubblica che si adotta, o non si adotta, a seconda delle circostanze e delle opportunità: è una necessità sociale vitale.

L’economia del clima è una materia complessa, nella quale non è facile decidere per mezzo dei meccanismi convenzionali del calcolo costi/benefici. Si può anche pensare che la tendenza all’immobilismo nel campo delle politiche ambientali rifletta le incertezze riguardo al modo di suddividere in modo equo i costi della transizione dai combustibili fossili alle energie rinnovabili. L’idea che i più ricchi debbano fare di più e farlo prima gode di sufficiente credibilità normativa, dal momento che seguire un principio diverso significherebbe far pagare ai poveri danni che non hanno provocato e per benefici di cui non hanno goduto. Ma, come ha dimostrato la Cop 27 che si è recentemente conclusa in Egitto, non è facile definire cosa i più ricchi debbano fare esattamente. Ciononostante, le valutazioni condotte in termini di equità resteranno decisive ogniqualvolta si tratterà di negoziare sul clima. Il problema è che non vi sono tuttora criteri univoci e condivisi per la distribuzione delle responsabilità e, soprattutto, degli oneri che ne derivano.
Oltre a giustificare inerzie e resistenze rispetto alla definizione di linee guida in grado di promuovere una transizione condivisa ed efficace verso forme sostenibili di crescita economica, questo problema dà adito a due equivoci. Il primo è che la transizione sia destinata a creare nuove disuguaglianze sociali quando, in realtà, è appena agli inizi: la disuguaglianza sociale deriva dal sistema economico esistente e dalle politiche di non transizione. Ne è prova tangibile l’attuale impennata dell’inflazione, poiché la dipendenza dal petrolio e dal gas genera una condizione di povertà energetica, dal momento che la volatilità dell’offerta si traduce in vulnerabilità sociale, con tutte le conseguenze negative sul piano del benessere e dell’inclusione sociale che abbiamo sotto gli occhi. Sostenere che la tragedia ucraina dovrebbe indurci a rallentare i processi di decarbonizzazione e di rinuncia all’uso indiscriminato di combustibili fossili equivale a spianare la strada alla prossima crisi energetica e a ritrovarci nuovamente impreparati ad affrontarla.
Il secondo equivoco è che i costi sociali della transizione energetica stiano mettendo in luce due opposte prospettive, che si escludono a vicenda ma fra le quali non si può fare a meno di scegliere, o in un senso o nell’altro: quella di chi si preoccupa della “fine del mese” e quella di chi si preoccupa della “fine del mondo”. Si tratta però di una falsa scelta, che mette in contrasto due opposte unilateralità. La povertà non aspetta infatti la fine del mese e ad a essere in gioco non è la fine del mondo, ma la fine delle attuali forme di organizzazione delle società umane, che non possono esistere senza il complesso di condizioni di esistenza necessarie alla nostra stessa vita – un range di temperature ottimali per il mondo così come lo conosciamo, ad esempio.
Le disuguaglianze ambientali, tra cui la distribuzione ineguale della vulnerabilità (l’esposizione e la sensibilità di individui e gruppi al degrado ambientale) e della responsabilità (il loro impatto su tale degrado), derivano dall’assenza di risposte alle molte facce della crisi ecologica, non da politiche socialmente cieche a favore dell’ambiente, improntate su quella forma – peraltro piuttosto misteriosa – di “ambientalismo ideologico” sulla quale si sono abbattuti gli strali del nostro Presidente del consiglio.
La difficoltà di applicare il calcolo costi/benefici tende a fare in modo che nessuno si senta moralmente responsabile per il cambiamento climatico e a incoraggiare l’inazione. Perseguire una transizione equa e sostenibile significa semplicemente, e finalmente, sviluppare politiche in grado di mitigare le crisi ambientali, che causano i maggiori danni nei paesi poveri, che hanno minori capacità economiche e tecnologiche per promuovere efficaci misure di contrasto, e alleggerire il carico di ingiustizia che portano con sé. Un brocardo del diritto romano recita così: “Nemo auditur turpitudinem suam allegans”. Ovvero: “Non è consentito far valere un diritto quando a base di questo si pone un’immoralità”. Questo principio andrebbe applicato alle politiche di non transizione che perpetuano una situazione che sta diventando insostenibile.
Ma non basta. In primo luogo, occorre dimostrare che anche la necessaria riduzione delle disuguaglianze sociali rappresenta una delle opzioni praticabili per superare la crisi climatica innescata nell’era dell’Antropocene: i viaggi aerei a lunga distanza, per fare un esempio spesso citato, hanno un’impronta ecologica del tutto sproporzionata rispetto ai vantaggi materiali di chi ne usufruisce. Una tassazione progressiva in chiave socio-ecologica, destinata a colpire quell’1% di persone che provoca il 50% delle emissioni globali nell’aviazione, potrebbe rappresentare un segnale in questo senso. Così come, d’altro canto, le politiche di transizione ecologica possono a loro volta ridurre le disuguaglianze sociali e migliorare il benessere dei più poveri. Si pensi alla possibilità di rimborsare ai passeggeri il 100% degli importi degli abbonamenti ai trasporti ferroviari locali e di media distanza, una misura già istituita dal governo spagnolo per combattere l’inflazione, la crisi e favorire l’utilizzo del trasporto pubblico.
Nella sua prima versione del dicembre 2019, il Patto Verde europeo o Green Deal europeo non faceva menzione della parola “disuguaglianza”. Ora però l’ingiustizia sociale, alimentata dall’inflazione, corre il rischio di rimettere in discussione la volontà ambientalista dell’Unione europea. Passi indietro non sono più possibili, è la natura stessa delle politiche di non transizione a minacciare le politiche di transizione. Non è possibile seguire una linea politica che passa dallo choc a un’inversione della marcia politica e poi ancora a un nuovo choc – e chiamarla strategia. La transizione ecologica, almeno in campo europeo, non può essere una posizione pubblica che si adotta, o non si adotta, a seconda delle circostanze e delle opportunità: è una necessità sociale vitale.

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