L'identità: Storie, volti e voci al femminile Poltrone Rosse



Esteri

La Francia al dunque

di Alessandro Scipioni -


Le prossime elezioni presidenziali non rappresentano più una semplice alternanza tra partiti tradizionali, ma il banco di prova definitivo di una mutazione profonda dell’asse politico nazionale. Per la prima volta nella storia della Quinta Repubblica, il Rassemblement National non si presenta soltanto come una forza di protesta, ma come un partito normalizzato, percepito da fette enormi di elettorato come l’unica reale alternativa di governo.

​Il blocco centrista e moderato ha avuto ampiamente la sua occasione e l’ha sprecata, erodendo la fiducia verso simili schieramenti. Nel corso degli anni, i francesi hanno tentato ogni strada pur di affidare il timone dell’Eliseo a una classe dirigente percepita come rassicurante e istituzionale.

Hanno dato credito agli eredi politici di De Gaulle, che si sono autocondannati all’irrilevanza; hanno concesso una chance ai socialisti con l’esperienza di François Hollande; ed, infine, sono riusciti a digerire persino l’operazione a tavolino di Emmanuel Macron, rispolverando in chiave moderna l’impostazione indipendente di Valéry Giscard d’Estaing.

Il risultato di questo lungo percorso è sotto gli occhi di tutti. Oggi la Francia è una nazione profondamente spaccata e stanca di uno schema di potere che si preoccupa solo della preservazione degli equilibri di palazzo. L’ostinazione di Macron nel voler blindare il palazzo e rifiutare qualsiasi vera apertura alle istanze reali del Paese ha bloccato l’istituzione presidenziale, ed il parlamento trasformandoli in una sorta di cabaret politico, incapace di governare le crepe profonde della società.

​Oggi lo scenario è completamente ribaltato e polarizzato.

L’insoddisfazione dei cittadini

I cittadini non sono semplicemente delusi dalla destra o dalla sinistra tradizionale: vivono una disaffezione radicale verso l’intero sistema, e l’ascesa di Marine Le Pen ne è la prova provata. Se la leader del Rassemblement National dovesse clamorosamente subire un’esclusione dalla competizione – per mano giudiziaria – è altamente probabile che il Paese reagisca con una mobilitazione popolare di portata storica, una sorta di rivolta democratica stile quattordici luglio. In quel caso, l’effetto “martire” farebbe convergere istantaneamente l’intero bacino di protesta su Jordan Bardella’, consegnandogli l’Eliseo a furor di popolo.

​L’unico vero argine che il fronte unitario e moderato potrebbe tentare di imbastire consiste nell’individuare un candidato di sintesi, fortemente radicato nella tradizione riformista o nella destra moderata, ma ampiamente centrista nei toni, su cui far convergere i voti al primo turno e sperare in un ballottaggio complesso.

Se così non fosse, il rischio per l’establishment è di consegnare la Francia a un bivio impensabile solo alcuni anni fa; scegliere tra la radicalità della sinistra di Mélenchon, che per molti vorrebbe dire ammainare la bandiera e accettare la dissoluzione dell’identità nazionale contemporanea, oppure affidarsi alla invenzione dell’ultimo minuto della destra di populo, che ormai ha conquistato il cuore e recepito le speranze della maggioranza dei francesi.

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