LA GHIGLIOTTINA – Conte e Letta divisi, ma uniti dalle gaffe

Enrico Letta e Giuseppe Conte, divisi in campagna elettorale e nemici come mai prima dopo esser stati alleati nel Conte bis e con Draghi, sono ancora legati da un fil rouge fatto di gaffe e di uscite quasi surreali. Anzi, a dirla tutta, il presidente del M5S in sostanza predica bene ma razzola male. Chi non ha notato nel traffico cittadino il suo faccione con camicia bianca d’ordinanza (modello Renzi)? Stampato sui bus, ci ritroviamo lo slogan “Conte il nostro Presidente”. Com’era la storia? Uno vale uno, niente nome nel simbolo… E invece Presidente, manco fosse Mattarella. Un presidente che sta ovviamente per premier, ca va sans dire. Non ha resistito al narcisismo che lo contraddistingue, il Conte della pochette. Sull’altro manifesto con tanto di gioco di parole “ConTe” caliamo un velo pietoso, visto che si scomoda finanche Seneca. Una citazione perfetta per le “bimbe di Conte”, le signore sui social abituate ad abbinare frasi di Proust con bikini succinti e via instagrammando. Letta invece ha avuto un’epifania, una illuminazione. “Se perderemo le elezioni faremo opposizione, non mi spaventa se lo dovremo fare per l’intera legislatura, e non ci sarà nessuna sirena che ci richiamerà al governo”, dice con tono perentorio e occhi di tigre. Forse questa verità lapalissiana è allo stato attuale l’unica grande novità della campagna elettorale: se il Pd perderà le elezioni non governerà come ha fatto imperterrito in tutti questi anni. Bensì andrà all’opposizione. Come in un Paese normale, secondo i meccanismi della nostra Repubblica parlamentare. Una presa di coscienza fuori tempo massimo, è vero. Ma meglio tardi che mai, visto che la prossima presa di coscienza – in questo caso obbligata – sarà quella al congresso del Pd. La tradizione dem vuole che gli errori in campagna elettorale ricadono sul segretario che quindi passa la mano. Finora però il problema del segretario era più una roba interna, tanto il Pd al governo ci andava in ogni caso. Dem all’opposizione, dunque? Tutto dipende da quanto voti prenderanno non i dem, ma due ex Pd: Calenda e Renzi.

Enrico Letta e Giuseppe Conte, divisi in campagna elettorale e nemici come mai prima dopo esser stati alleati nel Conte bis e con Draghi, sono ancora legati da un fil rouge fatto di gaffe e di uscite quasi surreali. Anzi, a dirla tutta, il presidente del M5S in sostanza predica bene ma razzola male. Chi non ha notato nel traffico cittadino il suo faccione con camicia bianca d’ordinanza (modello Renzi)? Stampato sui bus, ci ritroviamo lo slogan “Conte il nostro Presidente”. Com’era la storia? Uno vale uno, niente nome nel simbolo… E invece Presidente, manco fosse Mattarella. Un presidente che sta ovviamente per premier, ca va sans dire. Non ha resistito al narcisismo che lo contraddistingue, il Conte della pochette. Sull’altro manifesto con tanto di gioco di parole “ConTe” caliamo un velo pietoso, visto che si scomoda finanche Seneca. Una citazione perfetta per le “bimbe di Conte”, le signore sui social abituate ad abbinare frasi di Proust con bikini succinti e via instagrammando. Letta invece ha avuto un’epifania, una illuminazione. “Se perderemo le elezioni faremo opposizione, non mi spaventa se lo dovremo fare per l’intera legislatura, e non ci sarà nessuna sirena che ci richiamerà al governo”, dice con tono perentorio e occhi di tigre. Forse questa verità lapalissiana è allo stato attuale l’unica grande novità della campagna elettorale: se il Pd perderà le elezioni non governerà come ha fatto imperterrito in tutti questi anni. Bensì andrà all’opposizione. Come in un Paese normale, secondo i meccanismi della nostra Repubblica parlamentare. Una presa di coscienza fuori tempo massimo, è vero. Ma meglio tardi che mai, visto che la prossima presa di coscienza – in questo caso obbligata – sarà quella al congresso del Pd. La tradizione dem vuole che gli errori in campagna elettorale ricadono sul segretario che quindi passa la mano. Finora però il problema del segretario era più una roba interna, tanto il Pd al governo ci andava in ogni caso. Dem all’opposizione, dunque? Tutto dipende da quanto voti prenderanno non i dem, ma due ex Pd: Calenda e Renzi.

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