LA GRANDE PIAZZA D’EUROPA

Mentre l’Europa brucia, paralizzata dagli scioperi, a Davos c’è chi, come Christine Lagarde, diffida apertamente i governi dal mettere soldi nelle tasche dei cittadini. La governatrice della Bce, sedicente “civetta” convertitasi alla fazione dei falchi più esasperati, si è auspicata che “le politiche fiscali nel 2023 non operino in modo anticiclico rispetto alle politiche monetarie”. Alzino le tasse, i governi perché quest’anno occorre agire “in un modo che non porti le banche centrali a fare più di quello che vogliono fare”. In pratica, o abbattete la liquidità monetaria che gira, a costo di tartassare i cittadini, oppure alzeremo ancora di più i tassi. Facile a dirlo, specialmente se sei a Davos, tra le alpi svizzere amate da Thomas Mann a parlare amabilmente con imprenditori, top manager e rappresentanti delle istituzioni globali. Difficile a farlo se, nel frattempo, in tutta Europa i lavoratori scendono in piazza e le famiglie non ce la fanno più ad andare avanti.

Francia compatta

A Macron è riuscito il primo (vero) miracolo del suo secondo mandato all’Eliseo: ricucire l’unità sindacale, sfilacciata da decenni. Ieri, in tutte le piazze del Paese, da Parigi a Marsiglia, c’erano due milioni di persone. Una folla immensa. Che vuole lottare perché nessuno tocchi le pensioni che il governo francese vuole cambiare, alzando l’età pensionabile a 64 anni e aumentando anche l’età contributiva. I sindacati, dopo il successo dello sciopero che ha paralizzato la Francia, sono pronti a tornare in campo. E hanno indetto una nuova manifestazione per il 31 gennaio prossimo. Che, con ogni probabilità, sarà ancora più consistente. Il dato da non sottovalutare è nei numeri. Quando ci provò nel 2019 l’ex primo ministro Edouard Philippe, Macron si ritrovò in piazza un milione e mezzo di francesi. Adesso, che la mobilitazione è appena iniziata, la protesta conta già 500mila “effettivi” in più. La protesta, questa volta, l’ha inseguito pure in Spagna dove ha trovato ad accoglierlo un manifestante con una maglietta “No alla riforma delle pensioni”. Intanto il 70% dei francesi ritiene la protesta “un successo”, addirittura il 90% si dichiara poco o nulla infastidito dai disagi patiti per lo sciopero e oltre il 60%, secondo un sondaggio pubblicato da Le Figaro, pensa che il governo deve fare marcia indietro rispetto al progetto legislativo e cresce l’attesa per lunedì quando la premier Elisabeth Borne dovrebbe presentare al parlamento il disegno di legge sulle pensioni proposto dal governo. Prima di lunedì, però, ci sarà una nuova manifestazione in piazza. Stavolta guidata direttamente dalla sinistra di La France Insoumise che, oggi pomeriggio, sfilerà per le strade del Paese.

La Germania degli scioperi

I lavoratori delle Poste hanno incrociato le braccia. Ancora una volta. È da settimane che prosegue il tira e molla tra i sindacati e i vertici di Deutsche Post. I dipendenti del colosso tedesco della posta chiedono aumenti salariali nella misura del 15% per adeguare gli stipendi all’inflazione. Solo nell’area di Berlino e del Brandeburgo si sono astenuti, ieri, dal lavoro ben 2.700 lavoratori. In tutta la Germania, hanno scioperato 16.700 addetti. L’agitazione, coordinata dall’unione Ver.di, sembra essersi scontrata contro un muro. Giovedì le trattative sono definitivamente naufragate. E da Colonia, il sindacalista Andrea Kocsis ha spiegato che “i datori di lavoro hanno chiarito che non sono disposti a compensare la perdita di valore dei salari reali”. Dando il via alla protesta dei colleghi. Che si preannuncia lunga, dura e complicata. Gli ultimi mesi hanno registrato numerose iniziative di proteste e mobilitazioni da parte dei lavoratori, tra tutti quelli dei trasporti. Anche in Germania gli scioperi, fino all’anno scorso un’autentica rarità, stanno diventando la norma. E non c’è segnale più eloquente che racconti dove sta andando l’Europa adesso.

Lacrime inglesi

In teoria, gli inglesi avrebbero poco da temere dalle parole di piombo di Christine Lagarde. Nella pratica, invece, devono aspettarsi il peggio. Perché la Bank of England, la banca centrale del Regno Unito, non sembra avere intenzione di adottare, contro l’inflazione, una strategia differente da quella tracciata dalla Fed e seguita pedissequamente dalla Bce. La situazione sul fronte sociale è gravissima. Gli scioperi si susseguono da mesi. L’immagine plastica delle mobilitazioni e dell’astensione dal lavoro di interi comparti è tutta dentro le tradizionali cartoline d’auguri natalizie che sono state recapitate a metà gennaio. Hanno scioperato, finora, postini, personale del trasporto pubblico locale, degli aeroporti e operatori sanitari. La loro astensione dal lavoro ha un sapore storico perché erano 106 anni che non si registrava uno “strike” di medici e infermieri inglesi. Il volto della protesta è quello di Nav Singh, infermiera 38enne al King’s College Hospital. La donna, intervistata dai giornali inglesi, è scoppiata a piangere davanti alle telecamere: “Mi si spezza il cuore. Questo è il lavoro che amo ma ho bisogno di pagarmi le bollette”. In mano un cartello fin troppo eloquente rivolto al premier Sunak: “Mi stai uccidendo, Rischi. Paghe dignitose, subito”.

L’incognita Smei

Il dolore delle famiglie e la rabbia dei lavoratori, ormai da mesi, stanno incendiando l’Europa. Tra i primi a scendere in piazza, a novembre scorso, erano stati i sindacati greci che avevano praticamente bloccato il Paese proclamando uno sciopero generale di 24 ore contro il caro vita. Alla fine di novembre, fino all’inizio del mese successivo, avevano protestato i ferrovieri austriaci. Chiedevano aumenti salariali per combattere l’inflazione. I disagi si sono ripercossi in ogni angolo d’Europa, specialmente in Italia e Germania. Negli aeroporti europei, a dicembre, si sono registrate decine di astensioni dal lavoro, in ogni angolo del Vecchio Continente. In Belgio, la compagnia Ryanair ha tentato (per l’ennesima volta) di sostituire il personale che aveva incrociato le braccia con nuovi dipendenti. Sullo sfondo c’è la questione dello Smei, il meccanismo che garantirebbe beni e servizi in caso di crisi ma che, secondo i sindacati europei, potrebbe rappresentare un attacco da parte dell’Ue al diritto di sciopero. Insomma, mentre Lagarde mostra il volto duro della Bce, alla signora Von der Leyen toccherà affrontare gli aspetti politici di una crisi che infiamma l’Europa.
Mentre l’Europa brucia, paralizzata dagli scioperi, a Davos c’è chi, come Christine Lagarde, diffida apertamente i governi dal mettere soldi nelle tasche dei cittadini. La governatrice della Bce, sedicente “civetta” convertitasi alla fazione dei falchi più esasperati, si è auspicata che “le politiche fiscali nel 2023 non operino in modo anticiclico rispetto alle politiche monetarie”. Alzino le tasse, i governi perché quest’anno occorre agire “in un modo che non porti le banche centrali a fare più di quello che vogliono fare”. In pratica, o abbattete la liquidità monetaria che gira, a costo di tartassare i cittadini, oppure alzeremo ancora di più i tassi. Facile a dirlo, specialmente se sei a Davos, tra le alpi svizzere amate da Thomas Mann a parlare amabilmente con imprenditori, top manager e rappresentanti delle istituzioni globali. Difficile a farlo se, nel frattempo, in tutta Europa i lavoratori scendono in piazza e le famiglie non ce la fanno più ad andare avanti.

Francia compatta

A Macron è riuscito il primo (vero) miracolo del suo secondo mandato all’Eliseo: ricucire l’unità sindacale, sfilacciata da decenni. Ieri, in tutte le piazze del Paese, da Parigi a Marsiglia, c’erano due milioni di persone. Una folla immensa. Che vuole lottare perché nessuno tocchi le pensioni che il governo francese vuole cambiare, alzando l’età pensionabile a 64 anni e aumentando anche l’età contributiva. I sindacati, dopo il successo dello sciopero che ha paralizzato la Francia, sono pronti a tornare in campo. E hanno indetto una nuova manifestazione per il 31 gennaio prossimo. Che, con ogni probabilità, sarà ancora più consistente. Il dato da non sottovalutare è nei numeri. Quando ci provò nel 2019 l’ex primo ministro Edouard Philippe, Macron si ritrovò in piazza un milione e mezzo di francesi. Adesso, che la mobilitazione è appena iniziata, la protesta conta già 500mila “effettivi” in più. La protesta, questa volta, l’ha inseguito pure in Spagna dove ha trovato ad accoglierlo un manifestante con una maglietta “No alla riforma delle pensioni”. Intanto il 70% dei francesi ritiene la protesta “un successo”, addirittura il 90% si dichiara poco o nulla infastidito dai disagi patiti per lo sciopero e oltre il 60%, secondo un sondaggio pubblicato da Le Figaro, pensa che il governo deve fare marcia indietro rispetto al progetto legislativo e cresce l’attesa per lunedì quando la premier Elisabeth Borne dovrebbe presentare al parlamento il disegno di legge sulle pensioni proposto dal governo. Prima di lunedì, però, ci sarà una nuova manifestazione in piazza. Stavolta guidata direttamente dalla sinistra di La France Insoumise che, oggi pomeriggio, sfilerà per le strade del Paese.

La Germania degli scioperi

I lavoratori delle Poste hanno incrociato le braccia. Ancora una volta. È da settimane che prosegue il tira e molla tra i sindacati e i vertici di Deutsche Post. I dipendenti del colosso tedesco della posta chiedono aumenti salariali nella misura del 15% per adeguare gli stipendi all’inflazione. Solo nell’area di Berlino e del Brandeburgo si sono astenuti, ieri, dal lavoro ben 2.700 lavoratori. In tutta la Germania, hanno scioperato 16.700 addetti. L’agitazione, coordinata dall’unione Ver.di, sembra essersi scontrata contro un muro. Giovedì le trattative sono definitivamente naufragate. E da Colonia, il sindacalista Andrea Kocsis ha spiegato che “i datori di lavoro hanno chiarito che non sono disposti a compensare la perdita di valore dei salari reali”. Dando il via alla protesta dei colleghi. Che si preannuncia lunga, dura e complicata. Gli ultimi mesi hanno registrato numerose iniziative di proteste e mobilitazioni da parte dei lavoratori, tra tutti quelli dei trasporti. Anche in Germania gli scioperi, fino all’anno scorso un’autentica rarità, stanno diventando la norma. E non c’è segnale più eloquente che racconti dove sta andando l’Europa adesso.

Lacrime inglesi

In teoria, gli inglesi avrebbero poco da temere dalle parole di piombo di Christine Lagarde. Nella pratica, invece, devono aspettarsi il peggio. Perché la Bank of England, la banca centrale del Regno Unito, non sembra avere intenzione di adottare, contro l’inflazione, una strategia differente da quella tracciata dalla Fed e seguita pedissequamente dalla Bce. La situazione sul fronte sociale è gravissima. Gli scioperi si susseguono da mesi. L’immagine plastica delle mobilitazioni e dell’astensione dal lavoro di interi comparti è tutta dentro le tradizionali cartoline d’auguri natalizie che sono state recapitate a metà gennaio. Hanno scioperato, finora, postini, personale del trasporto pubblico locale, degli aeroporti e operatori sanitari. La loro astensione dal lavoro ha un sapore storico perché erano 106 anni che non si registrava uno “strike” di medici e infermieri inglesi. Il volto della protesta è quello di Nav Singh, infermiera 38enne al King’s College Hospital. La donna, intervistata dai giornali inglesi, è scoppiata a piangere davanti alle telecamere: “Mi si spezza il cuore. Questo è il lavoro che amo ma ho bisogno di pagarmi le bollette”. In mano un cartello fin troppo eloquente rivolto al premier Sunak: “Mi stai uccidendo, Rischi. Paghe dignitose, subito”.

L’incognita Smei

Il dolore delle famiglie e la rabbia dei lavoratori, ormai da mesi, stanno incendiando l’Europa. Tra i primi a scendere in piazza, a novembre scorso, erano stati i sindacati greci che avevano praticamente bloccato il Paese proclamando uno sciopero generale di 24 ore contro il caro vita. Alla fine di novembre, fino all’inizio del mese successivo, avevano protestato i ferrovieri austriaci. Chiedevano aumenti salariali per combattere l’inflazione. I disagi si sono ripercossi in ogni angolo d’Europa, specialmente in Italia e Germania. Negli aeroporti europei, a dicembre, si sono registrate decine di astensioni dal lavoro, in ogni angolo del Vecchio Continente. In Belgio, la compagnia Ryanair ha tentato (per l’ennesima volta) di sostituire il personale che aveva incrociato le braccia con nuovi dipendenti. Sullo sfondo c’è la questione dello Smei, il meccanismo che garantirebbe beni e servizi in caso di crisi ma che, secondo i sindacati europei, potrebbe rappresentare un attacco da parte dell’Ue al diritto di sciopero. Insomma, mentre Lagarde mostra il volto duro della Bce, alla signora Von der Leyen toccherà affrontare gli aspetti politici di una crisi che infiamma l’Europa.
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