La guerra Conte – Di Maio agita il governo

Polvere di stelle. E il buco nero rischia di risucchiare tutto il governo. Già, perché lo scontro Conte -Di Maio potrebbe trascinare il MoVimento fuori dalla maggioranza e, magari, portare ad elezioni anticipate. La forza centrifuga è lui, l’avvocato di Volturara Appula, passato dall’aplomb in pochette del governo che presiedeva, al cipiglio barricadero contro Draghi, con attacchi a bassa intensità, dal bonus 110% alla richiesta a Draghi a riferire in Parlamento su armi all’Ucraina e missione a Washington. Guerra (politica) non convenzionale.
Lo spartito è chiaro. Da una parte, Conte, (fu) premier centrista, ma leader politico sempre più a sinistra per riacciuffare qualche voto. Che ha appena siglato un contratto per la comunicazione del partito con Beppe Grillo e nominato nella nuova Scuola politica del M5s due feticci della sinistra come Tomaso Montanari e Domenico De Masi.
Dall’altra, il centrista Di Maio, ex capi di gabinetto il margheritino Vincenzo Spadafora e Vito Cozzoli, ex presidente di Amerigo e cinghia di trasmissione con il mondo atlantico. Una carriera da politico affidabile, quella di Maio, per la sua capacità di ascoltare e circondarsi del deep state italiano. Di Maio in questi anni ha fatto politica in modo brillante, piazzando suoi fedelissimi fra Fincantieri e Leonardo; una rete nel potere che conta, che potrebbe tornare utile qualora facesse un pensierino alla Nato del dopo Stoltenberg.
Un altro elemento esaspera sempre di più la tensione Conte -Di Maio: il proporzionale, alleato prezioso di chi vuole fare fuori Giorgia Meloni e governare, perdendo le elezioni, con centri e centrini. Ecco che Riccardo Ricciardi, fedelissimo di Conte, è tornato ad attaccare Draghi: “E’ inopportuno che Draghi non sia venuto in Parlamento come gli avevamo chiesto, l’indirizzo politico va preso dal Parlamento. Non so quale sia la posizione di Draghi, il tema non è il decreto, ma la politica dell’Italia: siamo con Biden e Johnson che, pare, si preparino ad una guerra continua, oppure con Mattarella che propone una conferenza di pace”. Una strizzatina d’occhio ai cattolici – altro contiano è Giorgio Trizzino, vicino a Mattarella – e una presa di posizione contro il turboatlantismo di Di Maio.
Aria di scissione? Forse. Se Conte abbandonasse il governo, Di Maio potrebbe, però, cogliere la palla al balzo e costituire un nuovo protopartito: glielo chiedono i fedelissimi, zombie politici che Conte non ricandiderebbe. E anche quelli che andrebbero a casa, senza chance di essere eletti, potrebbero unirsi alla scissione per rimanere sulla poltrona.
Una separazione che potrebbe andare bene a tutti. Con un M5s centrista targato Di Maio, che parla a Franceschini, Letta e Guerini, e un M5s contiano, che guarda a Orlando e Provenzano, i due gruppi capaci, col proporzionale, di prendere, da separati, di più di quanto prenderebbe oggi il MoVimento unico. La gamba di destra e di sinistra di una nuovo Ulivo centrato sul Pd. Divisi e contenti.

Polvere di stelle. E il buco nero rischia di risucchiare tutto il governo. Già, perché lo scontro Conte -Di Maio potrebbe trascinare il MoVimento fuori dalla maggioranza e, magari, portare ad elezioni anticipate. La forza centrifuga è lui, l’avvocato di Volturara Appula, passato dall’aplomb in pochette del governo che presiedeva, al cipiglio barricadero contro Draghi, con attacchi a bassa intensità, dal bonus 110% alla richiesta a Draghi a riferire in Parlamento su armi all’Ucraina e missione a Washington. Guerra (politica) non convenzionale.
Lo spartito è chiaro. Da una parte, Conte, (fu) premier centrista, ma leader politico sempre più a sinistra per riacciuffare qualche voto. Che ha appena siglato un contratto per la comunicazione del partito con Beppe Grillo e nominato nella nuova Scuola politica del M5s due feticci della sinistra come Tomaso Montanari e Domenico De Masi.
Dall’altra, il centrista Di Maio, ex capi di gabinetto il margheritino Vincenzo Spadafora e Vito Cozzoli, ex presidente di Amerigo e cinghia di trasmissione con il mondo atlantico. Una carriera da politico affidabile, quella di Maio, per la sua capacità di ascoltare e circondarsi del deep state italiano. Di Maio in questi anni ha fatto politica in modo brillante, piazzando suoi fedelissimi fra Fincantieri e Leonardo; una rete nel potere che conta, che potrebbe tornare utile qualora facesse un pensierino alla Nato del dopo Stoltenberg.
Un altro elemento esaspera sempre di più la tensione Conte -Di Maio: il proporzionale, alleato prezioso di chi vuole fare fuori Giorgia Meloni e governare, perdendo le elezioni, con centri e centrini. Ecco che Riccardo Ricciardi, fedelissimo di Conte, è tornato ad attaccare Draghi: “E’ inopportuno che Draghi non sia venuto in Parlamento come gli avevamo chiesto, l’indirizzo politico va preso dal Parlamento. Non so quale sia la posizione di Draghi, il tema non è il decreto, ma la politica dell’Italia: siamo con Biden e Johnson che, pare, si preparino ad una guerra continua, oppure con Mattarella che propone una conferenza di pace”. Una strizzatina d’occhio ai cattolici – altro contiano è Giorgio Trizzino, vicino a Mattarella – e una presa di posizione contro il turboatlantismo di Di Maio.
Aria di scissione? Forse. Se Conte abbandonasse il governo, Di Maio potrebbe, però, cogliere la palla al balzo e costituire un nuovo protopartito: glielo chiedono i fedelissimi, zombie politici che Conte non ricandiderebbe. E anche quelli che andrebbero a casa, senza chance di essere eletti, potrebbero unirsi alla scissione per rimanere sulla poltrona.
Una separazione che potrebbe andare bene a tutti. Con un M5s centrista targato Di Maio, che parla a Franceschini, Letta e Guerini, e un M5s contiano, che guarda a Orlando e Provenzano, i due gruppi capaci, col proporzionale, di prendere, da separati, di più di quanto prenderebbe oggi il MoVimento unico. La gamba di destra e di sinistra di una nuovo Ulivo centrato sul Pd. Divisi e contenti.

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