La guerra delle spie

Non ci sarà l’assassino, ma il maggiordomo sicuramente c’è. È degna di una spy story di Tom Clancy la vicenda che si sta consumando attorno al dossier Usa con la lista dei partiti e politici di almeno 20 paesi esteri che hanno preso soldi da Putin dal 2014 a oggi, per un fiume di denaro che supera i 300 milioni di dollari. Un report che in piena campagna elettorale ha mandato in fibrillazione la nostra politica, a caccia dei partiti al soldo dello Zar. Tanto che il sottosegretario con delega ai Servizi, Franco Gabrielli, ieri è stato convocato in un’audizione secretata al Copasir, presieduto da Adolfo Urso. “Nel corso dell’audizione sono stati forniti elementi, riguardanti le recenti dichiarazioni rese dall’amministrazione Usa in ordine alle attività di ingerenza russa nei processi democratici di diversi Paesi, dai quali non sono emersi profili concernenti la sicurezza nazionale del nostro Paese”, ha sottolineato Urso in una nota diffusa al termine della riunione. Un clima istituzionale disteso, così parebbe dal messaggio del presidente del Copasir. Invece proprio per niente. Dall’intelligence parlano di un Gabrielli alquanto infastidito, quasi indignato per quella chiamata a riferire al comitato parlamentare che è l’organo di controllo sull’operato dei servizi. “È istituzionalmente sgarbato che io vada ad essere audito su questo argomento e vi dica chi è l’assassino”, ha risposto piccato ai giornalisti prima dell’inizio della riunione. Allora c’è un assassino? “Fortunatamente no”, ha precisato. In realtà non lo sa nemmeno lui, perché le uniche rassicurazioni sui contenuti di quel dossier, il capo degli 007 le ha fatte dopo essersi consultato con il premier Mario Draghi, che nella mattinata aveva avuto una confronto con Washington. Quindi come può Gabrielli rassicurare su un documento che non è mai arrivato in Italia?

La frattura diplomatica negli scambi di informazione c’è ed è stata fortemente voluta dagli americani, che non si fidano più degli 007 italiani a causa di agenti deviati che non garantiscono la segretezza. E le informazioni sarebbero troppo succulente per essere “sprecate” così, nel posto sbagliato e al momento sbagliato. L’intelligence Usa non vuole rischiare che la lista contenuta in un dossier madre, redatto già a inizio anno dove ci sono nomi, somme e circostanze degli “amici” di Putin, esca fuori adesso. Quindi, per scongiurare il rischio, è nato un secondo rapporto, sfoltito e diffuso tra funzionari, dove non c’è nulla, se non chiacchiericcio. A cosa serve? È l’arma al centro di una guerra tra spie, a livello internazionale. Un pizzino “mafioso”, da tirare fuori nel momento in cui gli Stati Uniti, quei paladini della democrazia un tanto al chilo, non gradiranno l’uno o l’altro politico nella fase di formazione del governo italiano. Perché non è un mistero, e lo stesso Gabrielli lo ha ventilato, che in questi anni l’influenza degli 007 russi ha infiltrato il nostro Paese. E quel dossier madre riporta ogni circostanza, ogni scambio di denaro, ogni incontro diventato imbarazzante da quando lo zar è chiamato assassino. “Putin ha speso ingenti somme nel tentativo di manipolare le democrazie dall’interno”, ha detto un funzionario americano. Il meccanismo utilizzato dalla Russia per influenzare segretamente i diversi Paesi è il trasferimento di denaro a organizzazioni di facciata, riconducibili a esponenti politici, che avrebbero poi convogliato i soldi verso i partiti. È così che, secondo gli Usa, Mosca avrebbe avuto ingerenze sulle democrazie, influendo nelle elezioni in Albania, Bosnia, Montenegro e in tutti i paesi dell’Europa orientale. E, in fin dei conti, così fan tutti, chi col cash, chi con le veline.

Non ci sarà l’assassino, ma il maggiordomo sicuramente c’è. È degna di una spy story di Tom Clancy la vicenda che si sta consumando attorno al dossier Usa con la lista dei partiti e politici di almeno 20 paesi esteri che hanno preso soldi da Putin dal 2014 a oggi, per un fiume di denaro che supera i 300 milioni di dollari. Un report che in piena campagna elettorale ha mandato in fibrillazione la nostra politica, a caccia dei partiti al soldo dello Zar. Tanto che il sottosegretario con delega ai Servizi, Franco Gabrielli, ieri è stato convocato in un’audizione secretata al Copasir, presieduto da Adolfo Urso. “Nel corso dell’audizione sono stati forniti elementi, riguardanti le recenti dichiarazioni rese dall’amministrazione Usa in ordine alle attività di ingerenza russa nei processi democratici di diversi Paesi, dai quali non sono emersi profili concernenti la sicurezza nazionale del nostro Paese”, ha sottolineato Urso in una nota diffusa al termine della riunione. Un clima istituzionale disteso, così parebbe dal messaggio del presidente del Copasir. Invece proprio per niente. Dall’intelligence parlano di un Gabrielli alquanto infastidito, quasi indignato per quella chiamata a riferire al comitato parlamentare che è l’organo di controllo sull’operato dei servizi. “È istituzionalmente sgarbato che io vada ad essere audito su questo argomento e vi dica chi è l’assassino”, ha risposto piccato ai giornalisti prima dell’inizio della riunione. Allora c’è un assassino? “Fortunatamente no”, ha precisato. In realtà non lo sa nemmeno lui, perché le uniche rassicurazioni sui contenuti di quel dossier, il capo degli 007 le ha fatte dopo essersi consultato con il premier Mario Draghi, che nella mattinata aveva avuto una confronto con Washington. Quindi come può Gabrielli rassicurare su un documento che non è mai arrivato in Italia?

La frattura diplomatica negli scambi di informazione c’è ed è stata fortemente voluta dagli americani, che non si fidano più degli 007 italiani a causa di agenti deviati che non garantiscono la segretezza. E le informazioni sarebbero troppo succulente per essere “sprecate” così, nel posto sbagliato e al momento sbagliato. L’intelligence Usa non vuole rischiare che la lista contenuta in un dossier madre, redatto già a inizio anno dove ci sono nomi, somme e circostanze degli “amici” di Putin, esca fuori adesso. Quindi, per scongiurare il rischio, è nato un secondo rapporto, sfoltito e diffuso tra funzionari, dove non c’è nulla, se non chiacchiericcio. A cosa serve? È l’arma al centro di una guerra tra spie, a livello internazionale. Un pizzino “mafioso”, da tirare fuori nel momento in cui gli Stati Uniti, quei paladini della democrazia un tanto al chilo, non gradiranno l’uno o l’altro politico nella fase di formazione del governo italiano. Perché non è un mistero, e lo stesso Gabrielli lo ha ventilato, che in questi anni l’influenza degli 007 russi ha infiltrato il nostro Paese. E quel dossier madre riporta ogni circostanza, ogni scambio di denaro, ogni incontro diventato imbarazzante da quando lo zar è chiamato assassino. “Putin ha speso ingenti somme nel tentativo di manipolare le democrazie dall’interno”, ha detto un funzionario americano. Il meccanismo utilizzato dalla Russia per influenzare segretamente i diversi Paesi è il trasferimento di denaro a organizzazioni di facciata, riconducibili a esponenti politici, che avrebbero poi convogliato i soldi verso i partiti. È così che, secondo gli Usa, Mosca avrebbe avuto ingerenze sulle democrazie, influendo nelle elezioni in Albania, Bosnia, Montenegro e in tutti i paesi dell’Europa orientale. E, in fin dei conti, così fan tutti, chi col cash, chi con le veline.

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