LA LIBERTÀ CHE FA MALE

C’è un malinteso senso di libertà in circolazione. E non da ora. 

L’uomo d’oggi sente il bisogno di poter dire e fare ciò che pensa e vuole senza alcun limite, senza alcun freno morale o ideale. Considera reazionaria ogni forma di comportamento che tenti di coniugare la sua libertà con quella degli altri. Il suo individualismo esasperato lo fa sconfinare nell’egoismo, nell’egotismo, nella ricerca solitaria e possessiva del benessere. La parola “condivisione” gli suona male, lo infastidisce, perché lo invita a una restrizione di ciò che vuole unicamente per sé.  Anche il sentimento, l’amore subiscono tali influenze. Si sta con una persona, si condivide un sentimento fin tanto che questo non rappresenti un ostacolo alla propria libertà. Fin tanto che non sia portatore di problemi, di responsabilità, di atteggiamenti che lo inducono a una restrizione della sua sfera individuale. Il sociologo Mauro Magatti, nel suo ultimo libro: “Non avere paura di cadere. La libertà al tempo dell’insicurezza” (Mondadori editore), sostiene che il livello di libertà in cui si è giunti oggi, fa sì che dall’individualismo nasca l’esigenza della sicurezza. Perché, afferma, chi vive unicamente per il soddisfacimento dei propri bisogni, cade, quasi senza rendersene conto, nelle mani di una tirannia che potrebbe essere politica, o ludica, o esotica o anche artificiale. Dice: “si voleva l’indipendenza, si realizza la dipendenza”. E ha ragione. A questo si è giunti, a una ricerca spasmodica della libertà che diventa ossessione, dipendenza dalla stessa, con la conseguenza di ritrovarsi in preda a nevrosi, a paure d’ogni genere, a frustrazioni, a labilità comportamentali patologiche. A divenire succubi di chi tale concetto di libertà vuole che sia continuamente realizzato. 

Ma chi desidera che questa idea si radichi nell’uomo? Chi manovra per fa sì che una visione della vita così intesa non venga ostacolata e continui a seminare e a nutrire il germe dell’individualismo esasperato?

A pensarci bene le logiche che muovono tale cultura sono simili a quelle che guidano gli ambiti mercantili e finanziari. Tutto è consumo. Tutto è acquistabile. Tutto ha valore finché risulta utile. Sono esse che influenzano le decisioni degli uomini, che le fanno passare per comportamenti evoluti, di civiltà, di libertà appunto. E sono esse che ostacolano qualsiasi pensiero che tenti di riportare l’uomo alla sua naturale e giusta dimensione, quella nella quale il concetto di libertà si realizza unicamente nell’ambito dei valori che tengano conto del senso e dell’importanza della vita. Di una vita vissuta in comunità con gli altri essere umani, con i quali è giusto condividere beni, responsabilità e principi. Nella quale non sia l’egoismo, l’individualismo o l’interesse a farla da padroni, ma l’altruismo, la mutualità, l’individualismo funzionale al benessere sociale, la capacità di vivere l’espressione migliore e più esaltante per l’uomo, il sentimento, esprimendolo comprendendone il valore, la funzione, la sua essenza, la sua bellezza.

La forza, la potenza di chi vuole l’uomo ridotto a suddito del consumo e del possesso si esprimono nei modi più disparati, incisivi e coinvolgenti. Dall’indottrinamento che viene dai media al loro servizio, e sono tanti e ben strutturati, a quello prodotto da visioni scientifiche o tecnologiche divulgate con puntualità e chiarezza da fonti ritenute qualificate e quindi attendibili. 

Una mistificazione della verità ben congeniata, che sfrutta la superficialità, l’ingenuità e l’ignoranza di chi queste informazioni riceve. Verso i quali tale cultura si pone fortemente e artatamente come paladina della libertà, scudo nei confronti di un autoritarismo, quando non di un totalitarismo di ritorno, paventato per insinuare nelle persone la paura di uno sconfinamento verso lidi dove non troverebbero albergo i benefici, i diritti, le conquiste sociali ed economiche fino a ora ottenuti.

Uscire da questa cultura, dal totalitarismo psicologico che ne deriva non è cosa facile. 

Occorre un coinvolgimento delle masse a prendere coscienza della situazione in cui versa l’uomo d’oggi. Occorre far comprendere loro che tale china non porta che all’annullamento della persona, al suo confinamento e all’assimilazione con la materia, considerabile fin che è in grado di produrre e consumare, fin tanto che non risulti ostacolo a tale logica.

Occorre prendere atto che la libertà è un bene comune, che ha bisogno di confini ben delineati per esprimersi nel modo più autentico, e che la sua difesa passa proprio per il concetto che non tutto è consentito fare o dire, non tutto è acquistabile, non tutto è indispensabile, non tutto è valido solo se è utile gli interessi individuali. 

Ma chi e con quali mezzi potrebbe ricondurci verso un tale ripensamento della vita?

Chi ha questa autorevolezza, questa forza non solo morale, ma anche economica per farlo? Sì, perché non è pensabile di mutare il corso d’una società, senza un dispendio d’energie che non sia solo intellettuale ma anche di capitali, utili a far muovere attraverso l’informazione l’idea, a farla radicare nell’animo delle genti, a farla vivere in modo pulsante.  Può farlo la politica? Lei, che proprio al bene delle persone è deputata, potrebbe farlo elaborando un progetto di comunità dove al primo posto ci sia l’uomo e sui veri bisogni e dopo, ogni cosa che a tale scopo sia coniugabile, economia e finanza compresi. Potrebbe farlo. Dovrebbe farlo. Ma non si vede anima in grado di dare alla politica un ruolo così concepito. Soprattutto di questi tempi, in cui la politica si dimostra in gran parte espressione degli stessi poteri che vogliono il radicamento dell’attuale situazione. Potrebbe farlo la religione? Sì, potrebbe e dovrebbe. Ma chi oggi tiene in considerazione un pensiero religioso? Che proprio per la sua essenza spirituale e metafisica, non materiale quindi, trova scarso impatto nelle vite delle persone. E allora? Ci rimane la speranza. Ci rimane il destino. Che improvvisamente qualcosa e qualcuno riesca nell’intento. Non è molto, lo capisco, ma è quello che l’attualità ci impone. Altrimenti dovremmo credere a Nietzsche, secondo il quale: “solo un evento traumatico costringerà l’uomo a sconfiggere il nichilismo e a ritrovare se stesso”.

Romolo Paradiso

C’è un malinteso senso di libertà in circolazione. E non da ora. 

L’uomo d’oggi sente il bisogno di poter dire e fare ciò che pensa e vuole senza alcun limite, senza alcun freno morale o ideale. Considera reazionaria ogni forma di comportamento che tenti di coniugare la sua libertà con quella degli altri. Il suo individualismo esasperato lo fa sconfinare nell’egoismo, nell’egotismo, nella ricerca solitaria e possessiva del benessere. La parola “condivisione” gli suona male, lo infastidisce, perché lo invita a una restrizione di ciò che vuole unicamente per sé.  Anche il sentimento, l’amore subiscono tali influenze. Si sta con una persona, si condivide un sentimento fin tanto che questo non rappresenti un ostacolo alla propria libertà. Fin tanto che non sia portatore di problemi, di responsabilità, di atteggiamenti che lo inducono a una restrizione della sua sfera individuale. Il sociologo Mauro Magatti, nel suo ultimo libro: “Non avere paura di cadere. La libertà al tempo dell’insicurezza” (Mondadori editore), sostiene che il livello di libertà in cui si è giunti oggi, fa sì che dall’individualismo nasca l’esigenza della sicurezza. Perché, afferma, chi vive unicamente per il soddisfacimento dei propri bisogni, cade, quasi senza rendersene conto, nelle mani di una tirannia che potrebbe essere politica, o ludica, o esotica o anche artificiale. Dice: “si voleva l’indipendenza, si realizza la dipendenza”. E ha ragione. A questo si è giunti, a una ricerca spasmodica della libertà che diventa ossessione, dipendenza dalla stessa, con la conseguenza di ritrovarsi in preda a nevrosi, a paure d’ogni genere, a frustrazioni, a labilità comportamentali patologiche. A divenire succubi di chi tale concetto di libertà vuole che sia continuamente realizzato. 

Ma chi desidera che questa idea si radichi nell’uomo? Chi manovra per fa sì che una visione della vita così intesa non venga ostacolata e continui a seminare e a nutrire il germe dell’individualismo esasperato?

A pensarci bene le logiche che muovono tale cultura sono simili a quelle che guidano gli ambiti mercantili e finanziari. Tutto è consumo. Tutto è acquistabile. Tutto ha valore finché risulta utile. Sono esse che influenzano le decisioni degli uomini, che le fanno passare per comportamenti evoluti, di civiltà, di libertà appunto. E sono esse che ostacolano qualsiasi pensiero che tenti di riportare l’uomo alla sua naturale e giusta dimensione, quella nella quale il concetto di libertà si realizza unicamente nell’ambito dei valori che tengano conto del senso e dell’importanza della vita. Di una vita vissuta in comunità con gli altri essere umani, con i quali è giusto condividere beni, responsabilità e principi. Nella quale non sia l’egoismo, l’individualismo o l’interesse a farla da padroni, ma l’altruismo, la mutualità, l’individualismo funzionale al benessere sociale, la capacità di vivere l’espressione migliore e più esaltante per l’uomo, il sentimento, esprimendolo comprendendone il valore, la funzione, la sua essenza, la sua bellezza.

La forza, la potenza di chi vuole l’uomo ridotto a suddito del consumo e del possesso si esprimono nei modi più disparati, incisivi e coinvolgenti. Dall’indottrinamento che viene dai media al loro servizio, e sono tanti e ben strutturati, a quello prodotto da visioni scientifiche o tecnologiche divulgate con puntualità e chiarezza da fonti ritenute qualificate e quindi attendibili. 

Una mistificazione della verità ben congeniata, che sfrutta la superficialità, l’ingenuità e l’ignoranza di chi queste informazioni riceve. Verso i quali tale cultura si pone fortemente e artatamente come paladina della libertà, scudo nei confronti di un autoritarismo, quando non di un totalitarismo di ritorno, paventato per insinuare nelle persone la paura di uno sconfinamento verso lidi dove non troverebbero albergo i benefici, i diritti, le conquiste sociali ed economiche fino a ora ottenuti.

Uscire da questa cultura, dal totalitarismo psicologico che ne deriva non è cosa facile. 

Occorre un coinvolgimento delle masse a prendere coscienza della situazione in cui versa l’uomo d’oggi. Occorre far comprendere loro che tale china non porta che all’annullamento della persona, al suo confinamento e all’assimilazione con la materia, considerabile fin che è in grado di produrre e consumare, fin tanto che non risulti ostacolo a tale logica.

Occorre prendere atto che la libertà è un bene comune, che ha bisogno di confini ben delineati per esprimersi nel modo più autentico, e che la sua difesa passa proprio per il concetto che non tutto è consentito fare o dire, non tutto è acquistabile, non tutto è indispensabile, non tutto è valido solo se è utile gli interessi individuali. 

Ma chi e con quali mezzi potrebbe ricondurci verso un tale ripensamento della vita?

Chi ha questa autorevolezza, questa forza non solo morale, ma anche economica per farlo? Sì, perché non è pensabile di mutare il corso d’una società, senza un dispendio d’energie che non sia solo intellettuale ma anche di capitali, utili a far muovere attraverso l’informazione l’idea, a farla radicare nell’animo delle genti, a farla vivere in modo pulsante.  Può farlo la politica? Lei, che proprio al bene delle persone è deputata, potrebbe farlo elaborando un progetto di comunità dove al primo posto ci sia l’uomo e sui veri bisogni e dopo, ogni cosa che a tale scopo sia coniugabile, economia e finanza compresi. Potrebbe farlo. Dovrebbe farlo. Ma non si vede anima in grado di dare alla politica un ruolo così concepito. Soprattutto di questi tempi, in cui la politica si dimostra in gran parte espressione degli stessi poteri che vogliono il radicamento dell’attuale situazione. Potrebbe farlo la religione? Sì, potrebbe e dovrebbe. Ma chi oggi tiene in considerazione un pensiero religioso? Che proprio per la sua essenza spirituale e metafisica, non materiale quindi, trova scarso impatto nelle vite delle persone. E allora? Ci rimane la speranza. Ci rimane il destino. Che improvvisamente qualcosa e qualcuno riesca nell’intento. Non è molto, lo capisco, ma è quello che l’attualità ci impone. Altrimenti dovremmo credere a Nietzsche, secondo il quale: “solo un evento traumatico costringerà l’uomo a sconfiggere il nichilismo e a ritrovare se stesso”.

Romolo Paradiso

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