Esteri

La Libia è ancora un’incognita nel suo lungo post-Gheddafi

di Redazione -


di Leonardo Bellodi*  

e redazione Osservatorio 

sui Temi Internazionali dell’Eurispes

 

Non sempre ciò che viene dopo è progresso, ammoniva Alessandro Manzoni. E in Libia, venuto meno Gheddafi – che è riuscito a unire il Paese contro di sé – sono riemerse le mai sopite differenze culturali ed etniche. E dopo la sua scomparsa, nessuno ha più il monopolio dell’uso della forza, nessuno ha quindi l’autorità necessaria per governare. In un paese di 6 milioni di abitanti, circolano più di 20 milioni di armi e non tutte leggere. Dai tempi dell’Impero Romano, la Libia è territorio di transito per beni e persone sulla rotta che dall’Africa subsahariana porta all’Europa. Durante i 42 anni di potere di Gheddafi, i traffici più pericolosi erano controllati militarmente dal suo regime. Con la caduta del raìs, l’equilibrio si è rotto: la Libia, e soprattutto il Fezzan, è diventata crocevia del traffico di esseri umani, armi e droga, che richiama attori criminali anche da lontano. E la guerra non ha certo aiutato l’economia. Nel 2010, la Libia aveva un Pil di circa $75 miliardi, uno dei più alti della regione, nel 2018 è sceso a $25 miliardi. Nello stesso anno, il reddito pro-capite, che nel 2012 era di 13.000$, è caduto a quota 4.500$. Si è aggravato anche il deficit statale con il crollo delle entrate provocato dalla diminuzione della produzione di idrocarburi e dalla caduta del prezzo del petrolio. Nel 2020, secondo la Corte dei Conti libica, le entrate sono state pari a circa $6,1 miliardi e sono cresciute le spese con il risultato che mentre nel 2013 le riserve libiche in valuta estera erano di circa $108 miliardi, nel 2020 sono scese a $30 miliardi. Oggi la priorità libica è la massimizzazione delle entrate.

Purtroppo i dissidi politici non hanno risparmiato le tre principali entità economiche-finanziarie del paese: la Banca Centrale che finanzia il governo riconosciuto dalla comunità internazionale; la National Oil Company (NOC), che produce e vende il greggio; la Libyan Investment Authority (LIA), il fondo sovrano libico. La Banca Centrale libica gode a livello interno e internazionale di una certa autorevolezza e credibilità. Oggi essa si confronta con alcune sfide economiche di tipo interno: la lotta all’inflazione, il tentativo di arrestare l’emorragia di fondi pubblici e il mercato nero dei cambi. La Banca sta tentando di riportare il sistema bancario libico al centro dell’economia di un paese dove oggi il 70% degli scambi avviene al di fuori dei circuiti bancari. La NOC gestisce la produzione di greggio e gas, che costituiscono il 98% delle esportazioni e il 90% circa delle entrate statali. Insomma, l’economia libica è il petrolio e il gas. Si stima che la Libia possa contare su riserve certe di circa 48 miliardi di barili, pari al 3,55% delle riserve globali (al nono posto nella classifica mondiale). La NOC deve affrontare tre sfide. La prima: il prezzo internazionale del barile. L’OPEC, di cui la Libia è membro, cerca il consenso sulle quote di produzione, imponendo un tetto per il controllo dei prezzi. La crisi economica mondiale ha complicato le cose: nel 2020 il consumo mondiale è sceso del 30%, un calo senza precedenti. La seconda riguarda l’aumento della produzione, che richiede investimenti nelle infrastrutture da parte delle multinazionali petrolifere, che restano o vanno in Libia solo se sono garantite misure minime di sicurezza. La terza è la composizione delle vertenze tra la NOC e alcune entità che sfuggono al suo controllo.   Tra i tre protagonisti della scena economico-finanziaria libica, il più danneggiato dalla situazione politica e giuridica del paese è la LIA, il fondo sovrano costituito da Gheddafi, per investire a lungo termine in società estere. La LIA conta attualmente su investimenti che considera di lungo periodo per il valore complessivo di circa $70 miliardi. Detiene partecipazioni in 550 società anche di tipo sensibile (Pierson Group, Bp, Pfizer, Bayer, AT&T, Vivendi, Unicredit, Eni, Finmeccanica, Siemens, Telefonica, Tamoil, Lafico). Per evitare che questa enorme quantità di denaro potesse dissiparsi o utilizzarsi in modo illegale, l’Onu ha congelato partecipazioni e fondi. I problemi economici della Libia vanno risolti prima possibile per il bene del popolo libico, degli Stati confinanti e per la sicurezza internazionale, minacciata dalla trasformazione della Libia in un failed state. Ipotesi non così remota in uno scacchiere mediterraneo segnato da un’instabilità geopolitica e ben riassunta dall’espressione “VUCA” (Volatility, Uncertainty, Complexity, Ambiguity) che fotografa i fitti intrecci tra le iniziative degli attori locali in lotta per il controllo del territorio e le azioni delle potenze regionali e internazionali – paesi del Golfo, Russia e Turchia in primis – che proiettano i loro interessi nel paese. In Libia, Turchia e Russia sono usciti allo scoperto intervenendo in aiuto, rispettivamente, del Governo di Accordo Nazionale (GNA) dell’ex Presidente Serraj e dell’Esercito Nazionale Libico (LNA) di Haftar. L’intervento di potenze straniere nella contrapposizione tra Tripolitania e Cirenaica non è di per sé nuovo e ricalca la frattura geopolitica interna al mondo arabo. Il Qatar sostiene Tripoli e la fazione dei Fratelli Musulmani attiva nell’ovest del paese, mentre EAU, Arabia Saudita ed Egitto forniscono un supporto a Haftar, con il principale obiettivo di contenere la presenza dell’estremismo islamico nella regione. La novità è che Russia e Turchia ora vogliono giocare un ruolo diretto in Libia. Per ragioni differenti, hanno bisogno di rafforzare il consenso interno e puntano a uscire dall’isolamento internazionale in cui si trovano. Per raggiungere l’obiettivo, cercano di ritagliarsi un ruolo di primo piano in Medio Oriente e Nord Africa. Colpito dalle severe sanzioni internazionali, Putin deve promuovere l’idea della grande Russia. Infragilito dalla perdita di Istanbul alle recenti elezioni amministrative e dai travagli della lira turca, Erdogan fa invece leva sull’idea della restaurazione dell’Impero Ottomano, intervenendo apertamente nella vecchia colonia.

Le relazioni tra Russia, Turchia e Libia sono di antica data. L’Urss è stata un alleato di Gheddafi e uno dei principali fornitori dell’immenso quanto inutile arsenale accumulato dal raìs. Haftar già negli anni settanta volava spesso in Russia. I mercenari russi combattono ora a fianco dell’LNA, e secondo alcune fonti, Putin avrebbe inviato nel Paese anche reparti militari russi regolari. Quanto alla Turchia, la Libia ha fatto parte dell’Impero ottomano dal 1551 al 1864 e nella potente città stato di Misurata è ancora presente un’attiva e numerosa comunità turca. Gli aiuti inviati da Ankara sono formalmente una risposta alla richiesta ufficiale di assistenza (del 20 dicembre del 2019), ai sensi dell’art. 51 della Carta Onu, rivolta da Serraj agli Usa, Gran Bretagna, Algeria, Italia e Turchia. Solo quest’ultima ha risposto all’invito. Erdogan nel giustificare l’intervento al proprio parlamento ha puntato il dito verso gli Stati intervenuti in terra libica: Egitto ed Emirati Arabi in primis ma anche Israele, Russia, Arabia Saudita e Francia (omettendo però l’alleato Qatar). Allo stesso tempo, ha duramente condannato la missione Ue Irina per imporre il rispetto dell’embargo di armi decretato dall’Onu, perché teso al controllo delle rotte via mare (usate dalla Turchia per fornire armi al GNA) e non di quelle via terra e aria, utilizzate invece dai sostenitori di Haftar.

Il confronto non è solo geopolitico o militare. 

La posta in gioco economica è alta. Nel settembre 2019, la Russia ha cancellato un debito libico di $4,6 miliardi contratto ai tempi dell’Urss, firmando al contempo un contratto di più di $3 miliardi per forniture militari e un accordo per la partecipazione di RDZ, le ferrovie russe, per la costruzione e la gestione di una linea ferroviaria nell’est del paese tra Sirte e Bengasi. Anche la Turchia avrebbe il suo tornaconto, dal momento che nei 42 anni di potere di Gheddafi aveva praticamente il monopolio delle costruzioni civili nel Paese, per un valore di circa $20 miliardi nel 2011. Russia e Turchia hanno interessi (parzialmente) convergenti in Siria e sono partner nella realizzazione del TurkStream, importante gasdotto che a regime trasporterà circa 32 miliardi di metri cubi di gas, 14 destinati al mercato domestico turco e il resto all’Europa. Tuttavia, l’accordo turco-libico di delimitazione delle proprie Zone Economiche Esclusive (ZEE) ha profondamente modificato gli scenari marittimi del Mediterraneo, tagliato in due da una linea tracciata da nord a sud. Ciò mentre la comunità internazionale, Usa e Ue in primis, criticava duramente l’accordo, contestando alle parti di non aver tenuto conto dei diritti di altri Stati frontisti quali Grecia, Cipro, Israele ed Egitto. La zona est del Mediterraneo ha immense riserve di gas e le potenzialità per diventare una delle più importanti fonti di produzione del nostro secolo. Lo sfruttamento del bacino del Levante, che comprende giacimenti nelle acque di Cipro, Israele, Libano e Egitto, potrebbe costituire un game changer nelle relazioni energetiche mondiali ridimensionando il ruolo di Russia e Qatar e consentendo a Israele di avviare una propria diplomazia energetica nei confronti dell’Egitto, della Giordania e della stessa Europa. Di qui la nascita nel 2019 dell’East Mediterranean Gas Forum (EMGF) a opera di Egitto, Israele, Cipro, Grecia, Italia, Giordania e Autorità palestinese. Si tratta di un’iniziativa fortemente osteggiata da Ankara perché ne mette a rischio la centralità come “hub del gas”, dal momento che tutta la strategia europea di affrancamento dal gas russo (cd. corridoio sud) prevede il transito attraverso la Turchia del gas proveniente dal Caucaso. Queste dinamiche interne alla Libia e gli appetiti internazionali rischiano di mettere in pericolo il ruolo centrale che l’Italia ha da sempre avuto con il paese. A differenza di altri attori però non abbiamo il lusso di poter scegliere à la carte le coordinate della nostra politica estera nella regione. La Libia è una priorità ed è destinata a restarla – per ragioni geografiche, storiche, culturali, economiche e di sicurezza nazionale. Non è un caso dunque che il nostro Presidente del Consiglio abbia scelto di andare in Libia come per la sua prima missione all’estero. Draghi molto può fare nei confronti delle tre entità che costituiscono il pilastro dell’economia libica: rendere più efficiente la Banca Centrale Libica, anche adoperandosi per superare le tensioni che la riguardano (fino a poco tempo fa c’erano due entità in Cirenaica e Tripolitania) rafforzando i rapporti internazionali con le banche centrali di altri paesi. Può creare le premesse, con la National Oil Company, per una distribuzione dei proventi della vendita di petrolio e gas che sia percepita come equa e superi l’atavico sospetto di favorire una sola parte. Infine, può pensare ad un meccanismo affinché il regime sanzionatorio, di tipo conservativo, che ha congelato tutti gli averi del fondo sovrano libico, la LIA, sia rivisto al fine di permettere al governo libico, di utilizzare la liquidità e gli investimenti pur con il controllo della comunità internazionale.

*Senior Advisor presso 

la Libyan Investment Authority e Secretary General 

del Marco Polo Council


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