La metamorfosi di Giggino ‘a poltrona

C’era una volta un leader politico che chiamava “mafiose” le banche. Ma non era solo una boutade, no, perché aggiungeva a favor di microfono che l’organizzazione di alcuni istituti di credito era simile a quelle criminali “come dimostrano le sentenze giudiziarie che riconoscono l’usura”. Erano tempi questi in cui Luigi Di Maio, allora stella rampante del Movimento di Beppe Grillo, non aveva freni. Giovane leader in erba di chi prometteva al popolo italiano la rivoluzione, di chi progettava una classe politica tutta a favor di popolo.
Peccato che quello stesso onorevole Di Maio, una volta ministro degli Esteri e gola profonda del Draghi-pensiero, abbia piazzato in tutte le società di Stato a lui afferenti, da Simest a Sace passando per Invimit, uomini e donne e di sua totale fiducia.

Parlare di voltagabbana non rende bene l’idea. No, la mutazione antropologica di Giggino ’a poltrona, l’ex capo dei pentastellati, l’apriscatole del Parlamento che come un bussolotto pieno di tonno all’olio d’oliva doveva sventrare la vecchia politica e ridare agli italiani una istituzione linda e nuova, è uno dei casi limite del tafazzismo politico italiano. Non c’è una frase, una parola d’ordine, una promessa che in questi ultimi cinque anni non si sia rovesciata come una conchiglia trascinata dalla corrente del Palazzo per diventare un mite sussurrio al servizio del potere costituito.

Pensate a Sergio Mattarella, presidente della Repubblica riconfermato a furor di Parlamento con l’apporto fondamentale dell’area dimaiana dell’allora unito Movimento 5 stelle. Fu sempre Giggino all’indomani delle elezioni politiche del 2018, quando i grillini presero più o meno le percentuali bulgare cui solo la Democrazia cristiana di Amintore Fanfani ci aveva abituato, a salire sul palco nottetempo e minacciare l’impeachment contro l’inquilino del Colle: “Se andiamo al voto e vinciamo poi torniamo al Quirinale e ci dicono che non possiamo andare al governo”, scandì in maniche di camicia, “dico che bisogna mettere in Stato d’accusa il Presidente”.

Vederlo adesso sfilare in Transatlantico con Bruno Tabacci, recordman di legislature a Montecitorio e balenottero bianco della più grigia Dc d’altri tempi, scortato dal sindaco di Milano Beppe Sala, uno che dovrebbe pensare forse di più allo stato di totale abbandono delle periferie meneghine, tornate dopo anni in preda a criminali e baby gang, pur di mimetizzarlo agli occhi dell’elettore medio del centrosinistra fa sorridere, anzi riflettere. Lui che sta per candidarsi nascosto fra i nomi e i cognomi degli ex nemici giurati del Pd pur di sedersi di nuovo in poltrona, è uno che dovrebbe rileggersi come penitenza cento volte al giorno le frasi che sventagliava agli italiani solo cinque anni fa.

Quando diceva, per esempio, che “perdono il mandato i deputati che si iscrivono a un partito diverso da quello per cui sono stati eletti”.

Lui per primo, dunque, che il 21 giugno in tempo per festeggiare la notte di San Giovanni e l’arrivo della torrida estate del crash climatico, s’è inventato in cinque minuti un nuovo partito dal nome che è tutto un programma “Insieme per il futuro”. Cioè insieme ancora in Parlamento per quel terzo mandato che nel suo vecchio partito è vietato. “Chi cambia casacca”, aggiungeva Di Maio vecchia maniera, “tenendosi la poltrona, dimostra di tenere a cuore solo il proprio status, il proprio stipendio e la propria carica”.

Lo scandiva come un mantra e oggi ne è l’esempio più fulgido del Palazzo.
Tanto che, come se nulla fosse, ecco la versione aggiornata di Giggino: “Agli italiani non interessa nulla il dibattito sul doppio mandato. Qui si sta parlando di questioni interne alle forze politiche. Noi dobbiamo guardare avanti, al futuro dell’Italia”.

Parola di bibbitaro, che se gli andrà dritta potrà servire ai nuovi amici piddini (esperti di mandati multipli) una bella coppa di champagne. Già, quel Pd che era il suo nemico giurato e che è diventato il cordone ombelicale del nuovo Di Maio. Il partito di Bibbiano, ripeteva in tv pochi anni fa, “che toglie i bimbi alle famiglia con l’elettroshock per venderli”. Testuale.

Un elettroshock che qualche scintilla deve avere diffuso anche fuori dal paesello, se oggi proprio Giggino va dicendo “con il Pd coalizione naturale contro gli estremismi. Siamo partiti responsabili. C’è una condizione naturale e ci sono gli estremismi che non possono stare in questa coalizione perché hanno deciso di scegliere se stessi invece del Paese”.

C’era una volta un leader politico che chiamava “mafiose” le banche. Ma non era solo una boutade, no, perché aggiungeva a favor di microfono che l’organizzazione di alcuni istituti di credito era simile a quelle criminali “come dimostrano le sentenze giudiziarie che riconoscono l’usura”. Erano tempi questi in cui Luigi Di Maio, allora stella rampante del Movimento di Beppe Grillo, non aveva freni. Giovane leader in erba di chi prometteva al popolo italiano la rivoluzione, di chi progettava una classe politica tutta a favor di popolo.
Peccato che quello stesso onorevole Di Maio, una volta ministro degli Esteri e gola profonda del Draghi-pensiero, abbia piazzato in tutte le società di Stato a lui afferenti, da Simest a Sace passando per Invimit, uomini e donne e di sua totale fiducia.

Parlare di voltagabbana non rende bene l’idea. No, la mutazione antropologica di Giggino ’a poltrona, l’ex capo dei pentastellati, l’apriscatole del Parlamento che come un bussolotto pieno di tonno all’olio d’oliva doveva sventrare la vecchia politica e ridare agli italiani una istituzione linda e nuova, è uno dei casi limite del tafazzismo politico italiano. Non c’è una frase, una parola d’ordine, una promessa che in questi ultimi cinque anni non si sia rovesciata come una conchiglia trascinata dalla corrente del Palazzo per diventare un mite sussurrio al servizio del potere costituito.

Pensate a Sergio Mattarella, presidente della Repubblica riconfermato a furor di Parlamento con l’apporto fondamentale dell’area dimaiana dell’allora unito Movimento 5 stelle. Fu sempre Giggino all’indomani delle elezioni politiche del 2018, quando i grillini presero più o meno le percentuali bulgare cui solo la Democrazia cristiana di Amintore Fanfani ci aveva abituato, a salire sul palco nottetempo e minacciare l’impeachment contro l’inquilino del Colle: “Se andiamo al voto e vinciamo poi torniamo al Quirinale e ci dicono che non possiamo andare al governo”, scandì in maniche di camicia, “dico che bisogna mettere in Stato d’accusa il Presidente”.

Vederlo adesso sfilare in Transatlantico con Bruno Tabacci, recordman di legislature a Montecitorio e balenottero bianco della più grigia Dc d’altri tempi, scortato dal sindaco di Milano Beppe Sala, uno che dovrebbe pensare forse di più allo stato di totale abbandono delle periferie meneghine, tornate dopo anni in preda a criminali e baby gang, pur di mimetizzarlo agli occhi dell’elettore medio del centrosinistra fa sorridere, anzi riflettere. Lui che sta per candidarsi nascosto fra i nomi e i cognomi degli ex nemici giurati del Pd pur di sedersi di nuovo in poltrona, è uno che dovrebbe rileggersi come penitenza cento volte al giorno le frasi che sventagliava agli italiani solo cinque anni fa.

Quando diceva, per esempio, che “perdono il mandato i deputati che si iscrivono a un partito diverso da quello per cui sono stati eletti”.

Lui per primo, dunque, che il 21 giugno in tempo per festeggiare la notte di San Giovanni e l’arrivo della torrida estate del crash climatico, s’è inventato in cinque minuti un nuovo partito dal nome che è tutto un programma “Insieme per il futuro”. Cioè insieme ancora in Parlamento per quel terzo mandato che nel suo vecchio partito è vietato. “Chi cambia casacca”, aggiungeva Di Maio vecchia maniera, “tenendosi la poltrona, dimostra di tenere a cuore solo il proprio status, il proprio stipendio e la propria carica”.

Lo scandiva come un mantra e oggi ne è l’esempio più fulgido del Palazzo.
Tanto che, come se nulla fosse, ecco la versione aggiornata di Giggino: “Agli italiani non interessa nulla il dibattito sul doppio mandato. Qui si sta parlando di questioni interne alle forze politiche. Noi dobbiamo guardare avanti, al futuro dell’Italia”.

Parola di bibbitaro, che se gli andrà dritta potrà servire ai nuovi amici piddini (esperti di mandati multipli) una bella coppa di champagne. Già, quel Pd che era il suo nemico giurato e che è diventato il cordone ombelicale del nuovo Di Maio. Il partito di Bibbiano, ripeteva in tv pochi anni fa, “che toglie i bimbi alle famiglia con l’elettroshock per venderli”. Testuale.

Un elettroshock che qualche scintilla deve avere diffuso anche fuori dal paesello, se oggi proprio Giggino va dicendo “con il Pd coalizione naturale contro gli estremismi. Siamo partiti responsabili. C’è una condizione naturale e ci sono gli estremismi che non possono stare in questa coalizione perché hanno deciso di scegliere se stessi invece del Paese”.

Pubblicitàspot_img
Pubblicitàspot_img

Ultimi articoli