La metamorfosi di Meloni. Basta Le Pen, M di Merkel

L’accusano di fascismo, ma lei tira dritto. Perchè sa che i suoi elettori sono i moderati. E così il suo modello di nuova destra diventa Angela.

Giorgia Meloni non è la Marine Le Pen italiana, piuttosto aspira ad essere la nostra Angela Merkel: la differenza è sostanziale e politicamente enorme. La stampa nemica e gli avversari politici da tempo cercano di convincere gli elettori che la leader di Fratelli d’Italia sia una copia carbone della leader del Rassemblement National francese, quindi di destra-destra su temi delicati come immigrazione, sicurezza, euroscetticismo. Un pericolo per la Ue, dunque. Così come per i partner internazionali e per i mercati. Ma non è così: da tempo la Meloni si è riposizionata, guardando proprio alla Ue e ai partner internazionali del nostro Paese. La svolta verso la destra moderata con FdI partito conservatore di stampo europeo serve proprio a convincere il mondo che lei, se il centrodestra – come dicono i sondaggi – vincerà le elezioni, sarà un premier sui cui poter fare affidamento. Le continue interviste ai media internazionali, il video in tre lingue sono tutte mosse vincenti, nella misura in cui raggiungono l’obiettivo di rassicurare chi teme una svolta a destra, euroscettica dell’Italia con la Meloni presidente del Consiglio. Ma perché proprio la Merkel?

Per capirlo dobbiamo fare un passo indietro. A quando il diccì docg Gianfranco Rotondi, in tempi non sospetti peraltro, annunciò che gli elettori democristiani avrebbero votato la leader di FdI e non più Forza Italia, con tutto il rispetto per l’amico Berlusconi. Parole che gli analisti politici hanno soppesato e ponderato e che però per i più sono passate inosservate. Poi più di recente sempre Rotondi, capacissimo a guardare avanti e a intercettare i cambiamenti politici, ha detto: “Il centrodestra italiano non ha bisogno di presentazioni in Europa, si accredita da solo. Silvio Berlusconi è il solo statista presente nel parlamento europeo, e uno dei leader del Ppe, Tajani è uno degli italiani con maggiore standing internazionale, e la Meloni è presidente dei conservatori europei, una delle forze cardine del sistema europeo, non è la sorella della Le Pen ma la cugina della Merkel”. Così il presidente di Verde è popolare (candidato in FdI) intervenendo a Tgcom24. Stiamo quindi copiando l’idea di Rotondi? Non esattamente. Anzi, diciamo che se lui ha saputo cogliere il dato politico della crescita della Meloni e di una sua maturazione politica per riposizionarsi all’interno della coalizione di centrodestra, noi ora vogliamo sottolineare un aspetto molto più importante. La Meloni è la Merkel italiana perché così la vedono gli elettori.

Un politico è come un libro, d’altronde. Se un libro per metà è scritto dall’autore e per metà si scrive da solo, un politico per metà è le sue idee, per l’altra metà è come lo vedono gli elettori, il ruolo che gli danno. Ecco, la leader di FdI oggi convince le famiglie italiane, che si riconoscono in lei, l’elettorato di centrodestra, moderato e conservatore la preferisce agli altri due leader. Anzi, l’italiano medio vota la Meloni, perché per FdI ancora ha qualche riserva, il partito che eredita la fiamma ancora intimorisce un po’. Ma lei, Giorgia, piace a prescindere dal partito di cui è leader. Peraltro per capire perché lei è la nostra Merkel dobbiamo capire una volta per tutte che la Cdu non è la Dc tedesca, a dispetto del nome. Ma è piuttosto una Alleanza Nazionale in grande e più duratura. Un partito un po’ più a destra di quella che fu la nostra Dc.

Certo, la Meloni dovrà rimediare agli incidenti di percorso nella sua svolta moderata, come i comizi con Vox, i neofranchisti che, come il partito della Le Pen in Francia, in Spagna restano ai margini del governo nazionale. Perché troppo estremisti. Ma in tal senso, la leader di FdI è già un bel passo avanti: nessuno, a parte Repubblica e Domani, pensa davvero che sia una neofascista e che con lei si rischi una deriva anti-Ue, isolazionista. Lei è la più filo atlantista della coalizione, è schieratissima con Zelensky e fautrice dell’invio di armi all’Ucraina. Tutti elementi che giocano a favore nel riconoscimento e nella credibilità internazionale. Il pericolo nero quindi è una balla che gli italiani non prendono neanche in considerazione, nonostante i manifesti del Pd di Enrico Letta.

L’effetto novità della Meloni potrebbe addirittura smuovere gli elettori del più grande partito italiano, quello dell’astensione. Perché se è vero – anche se stavolta in misura minore per via dello spezzettamento del centrosinistra – che gli elettori di sinistra votano tutti e compatti per arginare il pericolo delle destre, nel bacino del centrodestra tanti non votano da tanto tempo. Posto che l’elettore di centrodestra vota alle politiche, più che altro, e si è visto con l’effetto election day in casi di scuola. Dove le amministrative hanno avuto un’affluenza maggiore grazie alle politiche e dove appunto sono stati penalizzati candidati di centrosinistra dal voto in massa degli elettori di centrodestra.

La Meloni poi se sarà indicata come premier sarà il primo presidente del Consiglio donna della storia dell’Italia repubblicana. Una donna di destra, non di sinistra. Questo è un elemento vincente, perché agli occhi dell’elettore di centrodestra aggiunge una novità alla novità. Lei che ha bruciato tutte le tappe, tra i più giovani parlamentari italiani, tra i più giovani ministri, ora (che è ancora molto giovane) vede Palazzo Chigi. E sottolinea la sua natura di donna votata alla politica che però non rinuncia minimamente ad essere madre a pieno titolo. “Mi sento una madre di trincea, come un soldato”, così si definisce in un’intervista esclusiva sul prossimo numero di Chi. “Combatto e sono sicura che la gente ci seguirà. Verrà a votare”, afferma. E poi chiarisce: “Se diventerò premier, non rinuncerò a nulla di ciò che riguarda mia figlia Ginevra, che ha sei anni. Le donne si organizzano sempre. Basta guardare Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, che ha sette figli, o Roberta Metsola, presidente del Parlamento europeo, che sta crescendo quattro maschi. Ci sono due modi per esercitare il potere: con l’esempio o con la paura. Io ho preferito il primo. Noi donne possiamo fare la differenza”. Von der Leyen, Metsola, Meloni. Donne di destra, donne ai vertici.

L’accusano di fascismo, ma lei tira dritto. Perchè sa che i suoi elettori sono i moderati. E così il suo modello di nuova destra diventa Angela.

Giorgia Meloni non è la Marine Le Pen italiana, piuttosto aspira ad essere la nostra Angela Merkel: la differenza è sostanziale e politicamente enorme. La stampa nemica e gli avversari politici da tempo cercano di convincere gli elettori che la leader di Fratelli d’Italia sia una copia carbone della leader del Rassemblement National francese, quindi di destra-destra su temi delicati come immigrazione, sicurezza, euroscetticismo. Un pericolo per la Ue, dunque. Così come per i partner internazionali e per i mercati. Ma non è così: da tempo la Meloni si è riposizionata, guardando proprio alla Ue e ai partner internazionali del nostro Paese. La svolta verso la destra moderata con FdI partito conservatore di stampo europeo serve proprio a convincere il mondo che lei, se il centrodestra – come dicono i sondaggi – vincerà le elezioni, sarà un premier sui cui poter fare affidamento. Le continue interviste ai media internazionali, il video in tre lingue sono tutte mosse vincenti, nella misura in cui raggiungono l’obiettivo di rassicurare chi teme una svolta a destra, euroscettica dell’Italia con la Meloni presidente del Consiglio. Ma perché proprio la Merkel?

Per capirlo dobbiamo fare un passo indietro. A quando il diccì docg Gianfranco Rotondi, in tempi non sospetti peraltro, annunciò che gli elettori democristiani avrebbero votato la leader di FdI e non più Forza Italia, con tutto il rispetto per l’amico Berlusconi. Parole che gli analisti politici hanno soppesato e ponderato e che però per i più sono passate inosservate. Poi più di recente sempre Rotondi, capacissimo a guardare avanti e a intercettare i cambiamenti politici, ha detto: “Il centrodestra italiano non ha bisogno di presentazioni in Europa, si accredita da solo. Silvio Berlusconi è il solo statista presente nel parlamento europeo, e uno dei leader del Ppe, Tajani è uno degli italiani con maggiore standing internazionale, e la Meloni è presidente dei conservatori europei, una delle forze cardine del sistema europeo, non è la sorella della Le Pen ma la cugina della Merkel”. Così il presidente di Verde è popolare (candidato in FdI) intervenendo a Tgcom24. Stiamo quindi copiando l’idea di Rotondi? Non esattamente. Anzi, diciamo che se lui ha saputo cogliere il dato politico della crescita della Meloni e di una sua maturazione politica per riposizionarsi all’interno della coalizione di centrodestra, noi ora vogliamo sottolineare un aspetto molto più importante. La Meloni è la Merkel italiana perché così la vedono gli elettori.

Un politico è come un libro, d’altronde. Se un libro per metà è scritto dall’autore e per metà si scrive da solo, un politico per metà è le sue idee, per l’altra metà è come lo vedono gli elettori, il ruolo che gli danno. Ecco, la leader di FdI oggi convince le famiglie italiane, che si riconoscono in lei, l’elettorato di centrodestra, moderato e conservatore la preferisce agli altri due leader. Anzi, l’italiano medio vota la Meloni, perché per FdI ancora ha qualche riserva, il partito che eredita la fiamma ancora intimorisce un po’. Ma lei, Giorgia, piace a prescindere dal partito di cui è leader. Peraltro per capire perché lei è la nostra Merkel dobbiamo capire una volta per tutte che la Cdu non è la Dc tedesca, a dispetto del nome. Ma è piuttosto una Alleanza Nazionale in grande e più duratura. Un partito un po’ più a destra di quella che fu la nostra Dc.

Certo, la Meloni dovrà rimediare agli incidenti di percorso nella sua svolta moderata, come i comizi con Vox, i neofranchisti che, come il partito della Le Pen in Francia, in Spagna restano ai margini del governo nazionale. Perché troppo estremisti. Ma in tal senso, la leader di FdI è già un bel passo avanti: nessuno, a parte Repubblica e Domani, pensa davvero che sia una neofascista e che con lei si rischi una deriva anti-Ue, isolazionista. Lei è la più filo atlantista della coalizione, è schieratissima con Zelensky e fautrice dell’invio di armi all’Ucraina. Tutti elementi che giocano a favore nel riconoscimento e nella credibilità internazionale. Il pericolo nero quindi è una balla che gli italiani non prendono neanche in considerazione, nonostante i manifesti del Pd di Enrico Letta.

L’effetto novità della Meloni potrebbe addirittura smuovere gli elettori del più grande partito italiano, quello dell’astensione. Perché se è vero – anche se stavolta in misura minore per via dello spezzettamento del centrosinistra – che gli elettori di sinistra votano tutti e compatti per arginare il pericolo delle destre, nel bacino del centrodestra tanti non votano da tanto tempo. Posto che l’elettore di centrodestra vota alle politiche, più che altro, e si è visto con l’effetto election day in casi di scuola. Dove le amministrative hanno avuto un’affluenza maggiore grazie alle politiche e dove appunto sono stati penalizzati candidati di centrosinistra dal voto in massa degli elettori di centrodestra.

La Meloni poi se sarà indicata come premier sarà il primo presidente del Consiglio donna della storia dell’Italia repubblicana. Una donna di destra, non di sinistra. Questo è un elemento vincente, perché agli occhi dell’elettore di centrodestra aggiunge una novità alla novità. Lei che ha bruciato tutte le tappe, tra i più giovani parlamentari italiani, tra i più giovani ministri, ora (che è ancora molto giovane) vede Palazzo Chigi. E sottolinea la sua natura di donna votata alla politica che però non rinuncia minimamente ad essere madre a pieno titolo. “Mi sento una madre di trincea, come un soldato”, così si definisce in un’intervista esclusiva sul prossimo numero di Chi. “Combatto e sono sicura che la gente ci seguirà. Verrà a votare”, afferma. E poi chiarisce: “Se diventerò premier, non rinuncerò a nulla di ciò che riguarda mia figlia Ginevra, che ha sei anni. Le donne si organizzano sempre. Basta guardare Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, che ha sette figli, o Roberta Metsola, presidente del Parlamento europeo, che sta crescendo quattro maschi. Ci sono due modi per esercitare il potere: con l’esempio o con la paura. Io ho preferito il primo. Noi donne possiamo fare la differenza”. Von der Leyen, Metsola, Meloni. Donne di destra, donne ai vertici.

Pubblicitàspot_img
Pubblicitàspot_img

Ultimi articoli